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Archivi categoria: Dichiarazioni d’amore (o comunque stima imperitura)

Regina di Fiori e Radici, di Laura MacLem

Vi parlo di un libro che non è ancora ufficialmente uscito, che potete trovare su Amazon al momento, ma che sarà disponibile solo tra qualche giorno. Ve ne parlo adesso perché è una delle cose che ha “salvato” la mia estate, perché ho paura di dimenticare qualcosa se aspetto troppo e perché dopo giorni che l’ho finito ne conservo ancora il ricordo vivo, la nostalgia dei personaggi e la sete di loro nuove avventure.

Eppure…eppure si tratta di una rilettura. Per di più, della rilettura di un mito e – voi direte – potremmo anche averne abbastanza. Invece no.

“Regina di Fiori e Radici” ripercorre la leggenda di Ade e Persefone, dal punto di vista fino ad oggi inesplorato della fanciulla. E già: le leggende ci hanno tramandato della passione che indusse il Signore degli Inferi a rapire la bella dea della primavera e dell’ira funesta della madre di lei, Demetra, che per rappresaglia, o per il troppo dolore, tolse le messi agli uomini…a nessuno era mai venuto in mente di indagare che cosa ne pensasse lei, la giovane spostata come un pacco da un regno all’altro.

Laura se lo è domandato e la sua risposta è prima di tutto un romanzo di formazione, una storia d’amore in cui finalmente il bel tenebroso NON si innamora della scema di turno e, ebbene sì, un inno alla femminilità ( e al femminismo).

I personaggi sono tratteggiati con puntualità e precisione. Mi capita raramente di riuscire ad identificarmi nella protagonista di una storia d’amore, non so perché. Forse perché mi sembrano tutte una fila di ebeti in attesa di essere travolte. Persefone no. Persefone è quasi una bimba all’inizio della storia, perché è una persona buona. La sua ingenuità,spesso derisa da chi la vede accontentarsi solo dei suoi fiori, è solo apparente: Persefone cela un lato molto più profondo, che si scopre a poco a poco. Il suo amore per le radici non è che una metafora, ma molto azzeccata di ciò che in effetti sottende alla sua personalità. Persefone non è una lagna. Non è una vittima. Ed è davvero appassionante vederla affrontare le situazioni di pericolo, innamorarsi di quello “zio” tanto cupo quanto saggio, tanto affascinante quanto sensuale, vederla crescere e prendere coscienza di sé.

Persefone ha suscitato in me un senso di tenerezza ed identificazione come non mi succedeva da tempo.

Ade è il figo della situazione ed è ben lontano da  quei bellocci pieni di sé a cui tanta letteratura fantastupida ci sta abituando. Lo immagini bello, ma in modo sinistro. Saggio al punto da essere preoccupante. Orgoglioso, ma non troppo paternalista. E, soprattutto, innamoratissimo. Ade è l’unico che vede Persefone da subito per ciò che è: una vera regina. E non è forse questo il segreto dell’amore?

Belli e intensi sono anche i personaggi di contorno, alcuni più conosciuti, altri frutto di un meticoloso lavoro di studio del mito in molte sue versioni, che si intuisce possa sostenere un’opera come questa. Le descrizioni sono coinvolgenti e le sensazioni durante la lettura si alternano come colori di un arcobaleno.

Chi dovesse storcere il naso solo perché è un’autopubblicazione commette un grave errore: nel mare magnum della rete, questo testo emerge come una perla, riuscendo ad essere originale pur nella storia risaputa, vibrante nel tono, ricco di sfumature. Un punto a favore è, infatti, lo stile: lieve, ma con pennellate di poesia che sembrano inconsapevoli e per questo non ingombranti. L’insieme è un testo armonioso e avvincente, che vi straconsiglio.

E sì, mi è piaciuto un mondo, non so se si nota. 😛 Preferisco essere sincera e rendermi un po’ ridicola con il fangirling, piuttosto che mantenere un distacco che non sento, per la facciata di “critica letteraria”.

Spero in un seguito, anche se non so se sarà possibile. Per adesso, mi basterebbe anche la versione cartacea da regalarMi (e regalare) a Natale.

14 Luglio 1789. Sì, sì, la presa della Bastiglia, ma soprattutto…Lady Oscar!

Non posso non dedicare un pensiero a Lei.

Oggi è il 14 Luglio, ricorre l’anniversario della presa della Bastiglia, ma per noi ragazzi degli anni ’80 o giù di lì c’è qualcos’altro che è rimasto impresso nella memoria e ad esso collegato: la morte, nella finzione del manga, ovviamente, di Oscar François De Jarjayes (detta anche Oscarfransuà).

Sapete che ho poco tempo, perciò questo post è poco più di un tributo doveroso, a colei che ha cambiato per sempre la percezione delle ragazze negli anime & manga.

Proprio ieri, su una pagina FB che seguo (Sopravvissuti ai traumi infantili provocati dai cartoni animati giapponesi), André Grandier ha vinto un contest combattutissimo per diventare “Mr.” della pagina. Non avevo mai visto tanta foga, in gente tutto sommato trentenne.

Eppure, una faida, proprio.

Ma la cosa che mi ha fatto riflettere è stata quanto questi personaggi siano riusciti a penetrarci nel cuore. E quanto ancora le emozioni che ci hanno scatenato siano vive e vegete.

Quindi, un brindisi ad Oscar e André. Oscar e André che  – a dispetto di tutti coloro che pensano che amare senza pretese sia essere uno zerbino – ci hanno insegnato cos’è l’amore egualitario.

E scusate se è poco.

Disegno meraviglioso di Marco Albiero.

10 momenti tragici dei cartoni anni ’80, che però ti hanno fatto dire con orgoglio “E io c’ero!”

In questi giorni, io e Lui stiamo giocando al gioco per X Box 360 dedicato a Ken il Guerriero, che si chiama – indovinate un po’ – Fist of the Northern Star.

Oddio, giochiamo, LUI gioca. Io faccio correre il mio personaggio lungo mura e reti, lo faccio sbattere contro macchine in disuso, lo faccio ficcare nei vicoli ciechi…quando non gli guardo la nuca da distanza ravvicinata.

Ahò, lo so che anche i bambini di 8 anni riescono a giocare con la visuale 3D dell’XBox, ma io no. Io dopo Tekken…le delùge. Mi scompare il pollice opponibile.

E quando lui mi sfotte, anzi, si dispera perché mi dice che NON E’ POSSIBILE, io lo guardo in cagnesco e non posso fare a meno di pensare che ahò, io sarò pure impedita col joystick, ma Lui la storia non la sa. E perciò non lo sa perché io vorrei a tutti i costi usare Rei, perché mi viene una lacrimuccia quando appare Juza…etc. etc.

Lui appartiene a quella generazione per cui il massimo del pathos è un tizio col cappellino rosso che si chiede se scegliere Pikachu o Charmender. Questa non è una colpa per Lui, ci mancherebbe, ma a volte mi verrebbe da sederlo davanti al computer e fargli sorbire quelle 600/700 serie come ho fatto io, così capisce.

E così mi è venuto in mente questo post, dove raccolgo le scene che mi hanno segnata. Che da bambina mi avevano fatto rimanere con la faccia da merluzza, ma che ora mi riempiono di nostalgico orgoglio. Scene di pathos così, i ragazzini di oggi se le sognano di notte, secondo me:

SCENE DI CARTONI ANIMATI ANNI 80/90 CHE MI HANNO FATTO DIRE : “TERRIBILE, MA IO C’ERO!”:

1. La morte di André Grandier.

Innanzi tutto, André è – tipo – l’uomo ideale. Forte, ma gentile. Dolce, ma coraggioso. Disposto a tutto per la sua Oscar. Paziente. Affettuoso. E figo da paura. André ama Oscar per TUTTA la serie, in silenzio. A parte un tentativo di stupro, subito autocorretto (per fortuna), si può dire che sia il personaggio migliore mai apparso (dopo Micene di Sagitter, chiaramente, che però appare ben poco). Succede che la sera prima che scoppi la rivoluzione, anche Oscar capisce che è innamorata di lui e finalmente fanno l’amore. E al mattino dopo, gli sparano.

Neanche il tempo di gioire, cavolo.

La scena di Oscar che gli dice che lo vuole sposare in una piccola chiesa di campagna, e di lui che si fa scendere una lacrima dall’unico occhio rimastogli e poi spira mi fa piangere ancora adesso!

2. La morte del signor Shu in Ken il Guerriero. 

Siamo in pieno scontro tra Ken e i guerrieri di Nanto. In particolare ce n’è uno fetente che si fa chiamare Il Re di Nanto, il quale ha avuto un’infanzia difficile. Il signor Shu, che già in passato si era accecato per salvare il piccolo Ken da una legge spietata, deve sacrificarsi per salvare dei bambini. Perciò gli vengono recisi i muscoli delle gambe e nonostante ciò deve affrontare una specie di via crucis, trasportando la punta di pietra di una piramide fino alla cima della stessa. Quando arriva in cima, sfinito, muore schiacciato. Una roba che per dei bambini di 10 anni, a cui l’anime era rivolto, era abbastanza agghiacciante.

3. Sempre da Ken il Guerriero, la morte di Rei.

Dopo aver scoperto di essere innamorato e ricambiato di Mamiya, l’Airone d’Acqua di Nanto che fa? Affronta Raoul e resta sconfitto. Raoul nella sua crudeltà non lo uccide subito, ma lo colpisce con una mossa che gli lascia tre giorni di tempo. In questi tre giorni, lui fa in tempo a prendere a calci nel sedere il tizio che aveva violentato Mamiya e poi torna a casa a morire. E siccome è una brutta morte (gli esplodono gli organi dall’interno) non vuole che lei lo veda e la saluta pochi istanti prima. La scena di Mamiya che stringe al cuore il coprispalla insanguinato di Rei e piange ti rimane lì in eterno.

4. La morte di Sutomu, il fidanzato di Mimì Ayuwara.

Che voi direte che in un cartone sportivo non c’era spazio per la tragedia e invece…mentre Mimì sta giocando una partita importante, le si rompe la stringa della scarpa e da lì intuiamo che è successo qualcosa: il povero Sutomu, infatti, durante una tempesta e guidando in una strada di montagna, ha fatto un incidente con l’ape e non si è salvato. Mimì sconvolta e noi di più.

5. La morte di Antony in Candy Candy.

Nel campionario di sfighe che toccano all’orfanella, questa è forse la prima e la più tremenda. Anthony, il primo fidanzatino, il principe dei sogni nonché l’unico che la trattava bene e che la aiutava a sopportare le cattiverie dei Leagan, muore in un incidente a cavallo. E non solo: Candy si becca pure la colpa!

6. La morte del papà di Georgie.

Che non solo i fidanzatini crepavano, eh. Il papà di Georgie muore per una emorragia interna dopo averla salvata da un incidente sul fiume, quando lei è ancora piccola. La madre adottiva la odierà sempre per questo. Anvedi.

7. Lo scontro tra Phoenix e Virgo

Dedico gli ultimi momenti più il bonus al Cartone dei Cartoni. Quello che ce spiccia a tutti casa. In questo caso le morti “definitive” riguardano solo i “non raccomandati”, ma va be’, l’epicità è tale e tanta che non si può andare troppo per il sottile. Lo scontro tra Phoenix e Virgo, per esempio, è da buttarsi in terra. Da una parte, il bronzino più dark e solitario, dall’altra l’uomo più vicino agli dei ma incapace di provare pietà. Phoenix se le passa tutte: mare di sangue, umiliazioni, perdita dei cinque sensi…e ogni volta resiste, resiste, resiste…finché finalmente non riesce a bruciare il settimo senso e decide di sacrificarsi. E fa esclamare a Virgo quel “Ci oscureremo in un mondo di Luce!” che è rimasto negli annali della storia.

8. Il sacrificio di Sirio il Dragone contro Capricorn

Quando Sirio decide che l’unico modo per sconfiggere il Capricorno è raggiungere la pienezza del Dragone, parte un coro di “noooooo!”. Perché fino in Cina si sa che la Pienezza del Dragone è una tecnica che uccide anche chi la compie e infatti Libra aveva proibito a Sirio di usarla. Ma il senso del dovere scavalca ogni divieto e Sirio diventa una cometa, insieme al nemico che, nel frattempo, davanti a tanta abnegazione, capisce di aver sbagliato…Epicità che trasuda anche dalla sigla.

9. Lo scontro senza vincitori tra Crystal il Cigno e Aquarius.

In una gara estenuante per arrivare allo zero assoluto, i due cavalieri delle energie fredde finiscono per annientarsi a vicenda. L’amarezza di Crystal, che capisce che tutto è stato – da parte di Aquarius – una sciocca disputa su chi è il migliore tra maestro e allievo, mentre lui ha dovuto lottare per la giustizia, che si conclude con un “Io non ho mai voluto esserti superiore…”

Lacrime. Lacrime. Lacrime.

10. La morte di Cassios, per amore di Tisifone.

Ora, fino alla puntata “Nobile Cassios”, questo personaggio è stato bellamente ignorato dai più. E’ l’allievo di Tisifone che appare nella prima puntata a contendere l’armatura a Seiya e ci perde un orecchio. E’ brutto e antipatico e uno pensa che sia finita lì.

MA nessuno ci aveva preparati a quello che stava per accadere! Quando arriva nella casa di Leo, Seiya scopre che Ioria è stato plagiato. Non si fermerà finché non vedrà un nemico morto ai suoi piedi. Nelle intenzioni di Arles costui avrebbe dovuto essere Pegasus, ma questo avrebbe fatto impazzire di dolore Tisifone, che lo amava. E allora Cassios si sacrifica al posto suo, in nome dell’amore e della gratitudine verso la donna con cui aveva condiviso la durezza dell’addestramento.

Ioria si risveglia, impotente, quando Cassios è già morto. E non può che dargli degna sepoltura.

Ora, venitemi un po’ a dire che questi cartoni non meritavano. Ci hanno insegnato anche a soffrire, cavolo. Potrei aggiungere molti altri momenti, ma per adesso mi fermo qui. Se vi va, scrivetemi i vostri e sfoghiamoci tutti assieme: SIAMO DEI SOPRAVVISSUTI!!!!

I Cavalieri dello Zodiaco – Legend of Sanctuary. SPOILER ALERT: 100%

AVVERTENZA: se non avete visto il film, non volete anticipazioni, gli spoiler vi stanno sulle balle o vi sto sulle balle io…non andate avanti. Qui ho da parlare di un saaaaaacco di cose. Non sarò breve. E sarò spoilerosa al massimo, perché non riesco a sostenere certe posizioni dicendo “quando chi-sappiamo-noi fa quella cosa”.

Quindi questa è l’ultima riga che vi concedo per cambiare pagina web…

Ok, vado.

Due obbligatorie premesse: come molti di voi sapranno io sono una fan della prima ora di questo anime. Prima dell’anime che del manga, con Shingo Araki e Michi Himeno come apice del character design, l’adattamento del mai troppo compianto Enrico Carabelli & del mitico Stefano Cerioni, con il Doppiaggio Storico…etc etc.

Però, un momento. Non sono una fan ebbbbbasta. Per me i Cavalieri dello Zodiaco sono uno stile di vita. Ho schifato abbastanza tutto quello che è stato successivo alla Serie Classica (quella che termina con Nettuno, per intenderci). Ho guardato la serie di Hades con un occhio solo, ho volutamente ignorato le serie G ed Omega per non vomitare e devo dire di aver trovato gradevole solo Lost Canvas (che secondo me rispetta l’atmosfera delle origini). Perciò sono MESI che mi sono convinta che il film in CG dei cavalieri poteva solo farmi schifo. Mesi che mi autoconvinco ad andarci solo per curiosità, perché il privilegio del cinema non ce lo avevano mai concesso. E mesi che mi dico he per criticare una cosa deve essere vista tutta e non bastano alcuni allucinanti spezzoni per fare una recensione.

Eccoci  qua. Ho visto il film ieri sera, in un orario da bambini (a cui la pellicola è dedicata, dicono).

Ho letto recensioni spezza-ginocchia, che gridano alla lesa maestà.

Pfff, balle. Sono qui a dirvi perché, nonostante alcune pecche che vi farò notare, a me Legend of Sanctuary è piaciuto. E pure parecchio.

Saint_SeiyaLegend_of_Sanctuary

Cominciamo con le obiezioni più ovvie che sono state fatte a questa pellicola: innanzi tutto ci si è lagnati perché il film non ha la stessa profondità psicologica dei personaggi che abbiamo trovato nella serie tv.

Maddai. Mi tocca spiegare a gente che in certi casi ha quarant’anni che un film di un’ora e mezzo e una serie animata che conta più di 100 puntate non possono avere granché in comune? In effetti, la scelta di condensare  l’intera saga del Grande Tempio in poco più di un’ora e mezzo è parsa assurda anche a me, ma probabilmente il budget era quello che era ed il tutto si è dovuto abbreviare il più possibile. Come rilettura, quindi, e non come “rifacimento fedele”, per me è venuta molto bene.

Che sia dedicata ai ragazzini e soprattutto ad un pubblico nuovo, sinceramente non ci credo nemmeno se lo vedo inciso nella pietra. Il ritmo è talmente frenetico che solo chi conosce bene la serie può apprezzare. Secondo me farebbero prima a dire che volevano sfruttare il brand. A me va bene, ma non prendiamoci in giro. Questo film è per noi appassionati: infatti creedo di averlo potuto apprezzare così solo perché sapendo praticamente a memoria il cartone animato avevo un profondissimo background a cui fare riferimento.

La terza obiezione che ho letto riguarda il Doppiaggio Storico. Ebbene, no. Il lavoro svolto, anche considerando il materiale originale, a me è parso ottimo. Forse in principio la voce di Ivo De Palma (da me affettuosamente detto “Ivus”) suona un po’ troppo carica sui nuovi lineamenti da ragazzino di Seiya, ma questo mi è parso vero solo nella primissima parte, quando il nostro protagonista fa un po’ il buffone. Per il resto, per me, Pegasus non è Pegasus senza la voce di Ivo De Palma e questo è applicabile a tutti i soci. Inoltre risentire alcune voci storiche (Gabriele Calindri, Felice Invernici,Danja Cericola, tanto per fare qualche nome…ma anche tutti gli altri) mi ha proprio emozionata.

Ora, come ben sapete la storia è questa: presso il Grande Tempio, il Santuario dove risiede il rappresentante della Dea Athena sulla terra, uno dei cavalieri d’oro più forti si macchia di alto tradimento perché fugge, portando con sé la sua armatura e una bimba in fasce che lui è convinto essere la reincarnazione della dea. Tutti gli altri lo inseguono e lo feriscono a morte, ma con il suo grande potere, questo cavaliere, che è Micene di Sagitter, riesce a raggiungere la dimensione umana e affida la piccola a un miliardario giapponese, insieme alle sacre vestigia.

– Nella serie, Micene moriva in Grecia, mentre nella nuova versione, Alman di Thule lo trova durante una spedizione nell’artico. Nella serie, Micene gli faceva un pippone assai improbabile per un moribondo , mentre qui gli trasmette tutto per via telepatica: molto molto più plausibile! Micene predice anche l’avvento di alcuni ragazzi, destinati a diventare cavalieri in difesa della bimba.

Sedici anni dopo troviamo Isabel che non è la stronza inetta della serie tv, bensì una liceale spaventata che sa soltanto di avere uno strano potere perché le sue mani riescono a guarire le ferite. Un bel giorno il suo maggiordomo le dice di aver ricevuto dal suo defunto nonno il compito di informarla di una cosuccia senza troppa importanza: lei è l’incarnazione di una divinità e da quel momento la sua vita cambierà radicalmente. La ragazza non fa in tempo a dire: “Eh?” che già gli emissari del santuario tentano di ucciderla.

E finalmente appaiono i cinque eroi (quattro all’inizio, che c’è sempre l’asociale del gruppo che non è cambiato di una virgola), che hanno passato la vita ad addestrarsi per diventare i suoi campioni: Pegasus, Sirio il Dragone, Crystal il Cigno e Andromeda (e per chi non lo sapesse, l’asociale è Phoenix).

Nella serie, ovviamente, i personaggi venivano svelati a poco a poco, cambiavano schieramento e sfumature di carattere…qui no, ce li becchiamo così come sono. Cosa che a me non è mancata dato che avevo già, appunto, le mie conoscenze. Non mi è dispiaciuta nemmeno la spruzzatina di humor che hanno provato ad inserire nel carattere di Pegasus (che un po’ sborone lo è sempre stato, dai!), specie quando la contrappongono alla calma e alla serietà di Sirio. Persino Andromeda, anche se verrà corcato di botte come una talpa, mi sembra abbia un ruolo meno infelice del solito. I ragazzi riescono a sconfiggere gli emissari del santuario e così conquistano la fiducia della dea in erba, ma subito si fa avanti un nuovo nemico: è Ioria di Leo, il fratello di Micene che arde dalla voglia di ristabilire l’onore della sua famiglia e quindi vuole uccidere la fanciula che usurpa il nome di Athena e riprendersi le vestigia di Sagitter.

Ioria è letteralmente un figo da paura, fortissimo…e grazie al cielo la velocità richiesta dalla sceneggiatura vuole che capisca di essersi sbagliato appena sente il cosmo di Isabel. Nella serie, bisognava fargli entrare la cosa col martello pneumatico. Qui invece sembra che afferri subito e questo toglierà un po’ di pathos, ma va a suo vantaggio.

E’ lui che ingiunge ad Isabel di andare al Grande Tempio per farsi riconoscere e la ragazza accoglie l’invito perché vuole conoscere meglio se stessa, cosa che mi pare più furbo e plausibile delle motivazioni della serie animata, ovvero con l’Inetta che cinguettava: “Andiamooo a fareee la paaaace con Arles!”.

Nell’anime, un sicario del suddetto Arles scoccava alla pacifista de sto… una freccia diretta al cuore appena questa scendeva dall’aereo. In questo film Betelgeuse è un po’ più stronzo e prima di fare la fine che merita accoppato da Phoenix (che appare poco ma permane col suo carisma intatto!) colpisce Isabel con una freccia cosmica che le si imprime sulla pelle. Quella ferita, che all’inizio sembra nulla, è un’idea furbissima di Arles per indebolirla lentamente. La ragazza non lo sa, ma attraverso questa il suo cosmo si disperderà!

La verità viene fuori alla Seconda Casa, dopo l’incontro con un intellettual-Mur moooolto figo che ci delizia con un Crystal Wall, così, tanto per dire che lo sa fare, ma si dichiara subito fedele. Dopo il simpatico scontro con Toro, che mette alla prova i cinque e li chiama pure BRONZINI (grande nonciclopedia!), Isabel si sente male. I cavalieri capiscono allora che per farla arrivare al Santuario in tempo, devono spianarle la strada. Athena non rimane sdraiata alla prima casa, ma Ariete e Toro collaborano attivamente alla salita portandosela in braccio.

La Casa di Gemini non pervenuta (ma visto che è vuota pazienza).

La Casa di Cancer reca la scena effettivamente WTF del film. Infatti Death Mask appare cantando. Un coretto tipo Disney. Però la cosa dura poco, quindi potete stare tranquilli. Gli hanno tolto un po’ di sadismo in cambio di peli sotto le ascelle che WOW. Per questo, vi giuro, invece di indispettirmi mi ha fatto ridere. E comunque sulla Soglia di Ade Sirio ci finisce lo stesso, per chi non ci credesse.

Lo scontro con Ioria è quello che mi è piaciuto più di tutti: ovviamente breve ma abbastanza fedele all’orginale. Si conclude con l’intervento di Virgo, in quella famigerata posizione da sfida dei mille giorni…perché Shaka è lo Shaka che conosciamo DOPO il combattimento con Phoenix, che qui purtroppo non avviene (quindi niente “Ci oscureremo in un mondo di Luce!”). Trovo però che il personaggio di Virgo non sia stato snaturato, perché ha come ruolo la Guida e quindi appare molto più simile al cavaliere che diventa quando torna dall’Ade nella serie tv.

Libra viene appena nominato comemaestro di Sirio (ma anche la sua casa è vuota quindi non importa anche se molti speravano nella scena gaya tra Andromeda e Crystal). No, quest’ultimo è stato spedito da Cancer direttamente a casa del suo maestro, Aquarius. I due si scontrano e, considerando che il tutto dura trenta secondi, il livello di pathos è sufficiente. E Camus è il figo di sempre.

Nella Casa di Sagitter si riuniscono a fare da barriera Scorpio e Capricorn (bel vicinato Micé, complimenti!!!) che straccionano i nostri eroi come non ci fosse un domani. Capricorn è stato fatto benissimo secondo me. Scorpio…è una donna, quindi sinceramente è imparagonabile al suo originale. Però è un bel personaggio, inserito in quel contesto. Ed è bello pensare che in questa nuova versione le donne possano raggiungere le sfere più alte del potere e non solo essere sfigate che se per caso vengono viste in volto devono uscire pazze ed accoppare il malcapitato (oppure amarlo, ma va be’).

A questo punto sono tutti moribondi, ma Isabel, con le sue ultime forze, si prodiga per curarli, anche se ormai tutto il suo cosmo se ne è andato ed è in mano ad Arles, il quale, avvertendolo, sfascia il cavaliere dei Pesci che passava di lì (e quella è la sua unica apparizione, poveraccio) e finalmente dichiara di essere Gemini, passato al lato oscuro per invidia verso Micene. Zan zan. Saga si trasforma nel discomostro finale (altra cosa un po’ fuori dal canone), ma credo che sia la dimostrazione di che mostro di invidia sia sempre stato. Comunque, ovviamente, i nostri eroi, grazie anche all’armatura di Sagitter, lo sconfiggono ed Atena può cominciare il suo regno promettendo ai cavalieri rimasti che si impegnerà per fare del suo meglio e proteggere la Terra.

Ora, passiamo a quello che mi è piaciuto:

– visivamente, molto. Non sono una esperta di grafica, ma le caratterizzazioni dei personaggi alla fine non mi sono dispiaciute per niente, con tutte le novità apportate (tipo piercing e tatuaggi, ma anche gli elmi che diventano maschere). Spettacolari i combattimenti, i colori, tutto. Persino le scelte un po’ più tamarre, come le piume al neon di Phoenix.

– l’adattamento. Felice. Un misto tra vecchio e nuovo grazie al Doppiaggio Storico. Io non voglio sviolinare a tutti i costi, non mi torna niente in tasca, ma grazie a loro ho sentito il sapore della mia infanzia. La famosa battuta del “tardone” che si sente nella Casa del Toro ha fatto storcere il naso a molti, ma era così anche in Giapponese e nel carattere di “quel Pegasus” ci sta tutta.

– le musiche. Mi è molto dispiaciuto non sentire Pegasus Fantasy, alla fine io l’avrei piazzata. Ma la colonna sonora originale è molto bella.

– alcune scelte, ovvero: far sì che Isabel e i ragazzi abbiano 16 anni e non 13. Far si che le armature vengano richiamate da tesse-medaglioni e non portate sule spalle da cassoni megaenormi a cui siamo tutti affezionati ma onestamente facevano un po’ scomodo…

– il Grande Tempio che, anche se perde un po’ in mitologia, guadagna abbastanza come Altra Dimensione.

– La caratterizzazione di Isabel, ESTREMAMENTE più simpatica. (non era difficile, ammettiamolo)

– L’animazione delle armature che mi davano un senso di “massiccio” e gli elmi-maschera che secondo me sono sensati in combattimenti di quel genere.

– Niente sangue, solo cosmo. Ma le colonne e le scale finiscono infrante lo stesso, grazie alla faccia dei nostri eroi!!! 😀

– Loro sono comunque e sempre TUTTI FIGHI. E W Micene di Sagitter!!!

Cose che avrei fatto diversamente:

– Allungato il tutto di almeno mezz’ora.

– Avrei fatto fare meno faccette a Pegasus, ma evidentemente hanno voluto dare una caratterizzazione al personaggio che è comunque il meglio delineato.

– Avrei lasciato Milo com’era (uomo) e avrei dato una dignità a Fish, ma anche la canzonetta di Cancer si poteva evitare (purché gli lasciassero i peli sotto le ascelle però).

Come vedete, ho trovato pochi difetti. Sono anche l’unica, mi sa, a parlare bene di questo film , ma proprio non mi importa di essere una voce fuori dal coro. Spero che i ragazzini che non conoscevano i nostri eroi vengano stimolati a cercarsi le puntate originali. Troveranno un intero universo di coraggio, amicizia e abnegazione.

E sentiranno finalmente il Cosmo dentro di loro?

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14 Febbraio 2014. San Valentino e tutti i miei “amorazzi”.

Non vi parlerò di Lui. Sono anche io un po’ del partito che ritiene questa festa un po’ un pretesto per aumentare le vendite a cioccolatari e fiorai. Anche se non ci trovo nemmeno troppo di male, giacché ogni occasione penso sia buona per festeggiare le cose belle della vita.

Quello di cui vi vorrei parlare oggi sono i miei “amorazzi”, cioè non le persone in carne ed ossa di cui mi sono innamorata, bensì i PERSONAGGI per cui fin da piccolina mi è capitato di perdere la testa. In questo modo, credo, scoprirò io stessa come sono arrivata ad essere la zitella che sono e qual è la strada che mi ha portata alla ricerca della felicità (della serie “dimmi per chi sbavi e ti dirò chi sei”).

Amorazzo n. 1 a 5 anni:

CHRISTOPHER REEVE nel ruolo di Superman.

Mi piaceva, ricordo, il fatto che avesse gli occhi dello stesso colore della tutina e non mi turbava minimamente che portasse le mutande sul collant. Beh, il motivo per cui poi adoravo Superman, probabilmente, era dovuto all’idea di un eroe in grado di proteggere tutte le persone a cui voleva bene.

Amorazzo n. 2 – dai 10 anni in su

MICENE DI SAGITTER

Che dire? Il più sfortunato dei Cavalieri dello Zodiaco – morto prima dell’inizio della storia – ma anche il più (secondo me) pieno di significato. Micene mi ha insegnato come un grande maestro valori come il senso di giustizia e il coraggio. Sembra una scemenza, detta in merito ad un cartone animato, ma non è così. Ciò che i bambini trovano in cartoni animati come questi non è la violenza, come l’associazione genitori paventa ogni due per tre, ma valori che possono toccare anche vette molto alte. Certo, io non sono una coraggiosa per definizione, ma il pensiero di Micene mi ha aiutata spesso nelle piccole prove della mia vita. E talvolta anche in quelle grandi. E poi tornate a dirci che sono solo disegni…Il mio amore per lui ha sfiorato spesso l’identificazione. Per anni questo è stato il mio soprannome, sospetto che alcune mamme di alcune mie amiche non si ricordino come mi chiamo in realtà.

Amorazzo n. 3  Dai  15 anni in su

JASON ORANGE dei Take That

Certo che mi piacevano i Take That. E mi piacciono ancora, se non vi scoccia troppo! Tra loro il mio preferito era il timido e spirituale Jason. Quello col mascellone, che ballava bene e che non appariva mai troppo. Si conferma la mia tendenza verso personaggi che non sono proprio protagonisti, giacché non bramo proprio la luce dei riflettori, ma preferisco le “spalle” insostituibili. Cosa ho imparato da Jason? A suonare la chitarra, ovvio.

Amorazzo n. 4 – dai 20 anni in su

LEGOLAS

Altro arciere, altra corsa. A parte il fatto che Orlando è prooooooprio il mio tipo, Legolas ha rappresentato l’amore che ho sempre avuto per il fantastico. Formidabile guerriero, defilato ma non troppo, l’ho sempre trovato un personaggio interessante anche se nel libro è descritto un po’ come beota. Di lui mi piace il riuscire a fare amicizia con ciò che è diverso. Per lui – ebbene sì -sono stata tra quei folli che si è messa lì con santa pazienza a imparare un po’ di sindarin.  Che però ho scoperto recentemente che non fa curriculum. Mannaggia.

Amorazzo n.5 – dai 23 anni in su

VILLE VALO DEGLI HIM

Tutti abbiamo bisogno di un poeta maledetto che ci aiuti ad esplorare i lati oscuri, se necessario illuminarli e scioglierne i nodi, no? Ville è il mio. Con il suo Love Metal, definizione che ha procurato a noi fans non pochi sfottò da parte dei “puristi”, mi ha regalato uno dei periodi più belli della mia vita. Non sono mai stata una selvaggia, ma quando racconto che me ne andavo fino in Finlandia ad ascoltare i concerti in mezzo a truppe di vichinghi ancora oggi fanno fatica a credermi. Invece è vero! Da Ville ho imparato a non farmi spezzare dal giudizio altrui, a non etichettare tutto subito e a non voler essere etichettata. Non mi pare poco!

Amorazzo n. 6  dai 25 anni…e anche adesso!

DEAN WINCHESTER

A parte l’evidente fighezza di Jensen Ackles, ciò che mi ha attratto del personaggio di Dean, se vogliamo, riprende un po’ Micene di Sagitter: il fratello maggiore, quello che deve essere forte per tutti, ma che è pieno di fragilità ed insicurezze. Così umano, così vicino…eppure scelto per essere  il contenitore dell’angelo più forte del paradiso. Ma non è tutto: Dean è scanzonato, a volte un po’ grezzo, ma mai ottuso.  Uno che non ti tradirà mai.

E con questo ho detto tutto.

Ebbene eccoli qui riuniti i 6 amorazzi della mia vita. Mi sembrava giusto “celebrarli” oggi, San Valentino, perché sono loro in un modo o nell’altro, che hanno contribuito alla formazione della mia personalità e del mio modo di vedere gli uomini. Il fatto che ci siano 3 supereroi non significa che se non sai volare non ti considero, i superpoteri sono solo manifestazione del mio sconfinato amore per la fantasia, senza la quale non credo che potrei vivere. Vederli tutti in fila mi fa sorridere, perché mi sembra una dichiarazione al mio lato bambino. Forse però è proprio questo il lato che apprezzo più di me stessa. E chi mi ama lo sa bene.

BUON SAN VALENTINO!

 

Scotland The Brave 1 (Ovvero come innamorarsi delle Highlands)

Ci ho messo un po’ a cominciare questo articolo. Non perché non sappia cosa dire, al contrario. Il fatto è che quando ripensi ad una vacanza che ti è piaciuta tanto (ma tanto tanto!) riscriverne è un po’ come riviverla ed io volevo conservarmi questo piacere ancora un po’.

Comunque, è arrivato il momento di raccontare. Lo farò a puntate, credo, come per il Marocco e aggiungerò anche diverse foto perché – nonostante mi dia arie da scribacchina – certa bellezza è proprio difficile da tradurre in parole e allora meglio lasciar subentrare Lui con le sue foto. In fondo forse uno dei motivi per cui questa vacanza è stata fantastica è per la compagnia.

Ma bando alle ciance, andiamo a cominciare:

1° Giorno: Bergamo- Glasgow (Prestwick) – Edimburgo. 9 Agosto

Ci troviamo in aeroporto alle 9 del mattino con i nostri compagni di viaggio Abilù e Tamshit. Ve li ricordate? Dal Marocco c’è stato un “lieve cambiamento”….così lieve che ora questi due portano le fedi e Lei è ingrassata, specie la pancia…no, non vi sto prendendo in giro. Non siamo in 4, ma in 5 e il Quinto Elemento (che conosceremo solo ad Ottobre inoltrato) fa sì che all’aeroporto i tizi della Ryan Air abbiano quasi uno svenimento collettivo. Beh, sì, Tamshit era un po’ avanti nella gravidanza, magari qualcuna avrebbe rinunciato. Non lei. E sono bastati pochi giorni insieme a capire che quella ragazza lì ci batterebbe in una camminata anche se, oltre al bimbo in arrivo, avesse quattro palle di piombo ai piedi. Siamo noi che siamo scarsi.

Comunque, il volo è tranquillo ed arriviamo a Prestwick nel primo pomeriggio, ci rifocilliamo nel pub interno all’aeroporto e poi andiamo a recuperare l’auto a noleggio. Il primo ostacolo per i ragazzi è la guida a destra. Coraggiosamente, Abilù decide di partire per primo. Ci dirigiamo cartina alla mano verso Edimburgo e credo che questo sia il momento più difficile dell’intera vacanza. C’è traffico. Becchiamo un paio di cordoli, un marciapiede. Le rotonde sono abbastanza un momento di terrore. Ma piano piano la situazione migliora. Procediamo sull’autostrada (NB: tutte le autostrade sono aggratisssse) che è diritta e bisogna solo ricordarsi di stare “dalla parte di qua”. E la tensione, gradualmente, si allenta.

Il problema è un altro: conosciamo l’indirizzo del nostro Hotel (Edimburgh Lodges), ma non abbiamo idea di come raggiungerlo. Ci portiamo il più vicino possibile cioè in periferia a Musselburgh e…non ci resta che chiedere.

Ora, una premessa: in generale gli scozzesi sono gentilissimi con i turisti (tra loro non lo so). Troverete sempre qualcuno disposto ad aiutarvi. Il problema è che all’inizio non si capisce niente, hanno un accento chiusissimo e tutto attorcigliato su ogni parola.

Il malcapitato che fermiamo, probabilmente, voleva solo fare una passeggiatina nel suo quartiere tutto ordinato di case di mattoni. Fischietta e va per la sua via ignaro, finché non incontra noi.

ESCHIUSMIIIIII!

Il poverino osserva l’indirizzo scritto sulla stampa della nostra prenotazione, sconvolto dal fatto che non abbiamo un navigatore, quindi non riuscendo proprio a farci capire quando esattamente dovevamo TURN RIGHT estrae il suo smartphone e ce lo cerca su google. Poi ci disegna una mappa approssimativa. Noi ringraziamo in mille modi e siamo così presi dai ringraziamenti che ci dimentichiamo di riprenderci la penna.

Ma non importa perché un quarto d’ora dopo siamo ancora a cercare di capire qual è la rotonda giusta in cui svoltare e fatalmente ribecchiamo il tizio, che crede che lo abbiamo inseguito per riprenderci la penna e infatti ce la sventola da lontano, come un ladro colto con le mani nella marmellata.

Ripresa la penna, troviamo anche la rotonda e qualche indicazione. da quel momento la situazione migliora. Ci troviamo a guidare fuori città ed è molto più facile. E finalmente arriviamo alle Lodges. Ora, si tratta di camere ricavate nelle dependances di un villone stratosferico che viene usato per cerimonie varie. Il villone è elegantissimo ed anche noi plebei possiamo andare a farci colazione, le camere sono più modeste, ma decisamente accoglienti. L’unico problema è che per andare e tornare dal centro della città occorre prendere il taxi, ma la cosa non ci turba perché siamo in quattro e la spesa divisa è accettabile.

Decidiamo, dopo una bella doccia, di andare immediatamente a esplorare Edimburgo. E’ buffo perché la chiamano tutti EDIMBRAHHH.

Ora, come tutti sanno, ad “Edimbrahhh” in Agosto c’è il “Fringe Festival”, ovvero il festival degli artisti di strada. Per un mese intero, acrobati attori, comici, mimi, musicisti, illusionisti e chi più ne ha più ne metta, prendono in ostaggio le vie del centro. C’è tantissima gente, tanta che è difficile camminare, ma stranamente c’è anche un discreto “ordine”.

Siamo stanchi per il viaggio quindi non giriamo molto, ci basta però come “approccio” per capire che la città ha davvero un suo perché. Intanto ci acclimatiamo anche nell’atmosfera del PUB.

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Ora, dite quello che volete, ma i PUB britannici non hanno niente a che fare con quelli italiani. Da noi sembra sempre che stare lì sia una sorta di “dovere sociale”. Ci troviamo coi musi lunghi, oppure ognuno si concentra sul suo telefonino…che tristezza. Qui invece si scopre proprio il piacere della convivialità e di una pinta di quella buona.

2° Giorno – Edimburgo. 10 Agosto

Il giorno di San Lorenzo ci vede di nuovo in città. Abbiamo provato a mangiare le uova e il bacon al mattino e la cosa non ci è dispiaciuta affatto (la Scottish Breakfast completa prevede: uova strapazzate, bacon, pomodori, funghi e salsicce. Io mi limterò sempre alle uova e talvolta al bacon. Tamshit solo dolci. I ragazzi ci daranno dentro come matti.). Avendo un solo giorno a disposizione per visitarla, percorriamo la parte più turistica, ovvero il Royal Mile che dal castello sulla rocca porta alla residenza scozzese della Regina (dove spesso risiede la principessa Anna) e Prince Street, che poi è il vialone centrale dove troviamo moltissimi negozi.

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Vedendo questa foto penserete che abbiamo preso un sacco di pioggia ed invece no: il tempo in Scozia d’estate si è rivelato estremamente variabile, ma con nostro grande sollievo sembrava che l’Universo stesse attento ad innaffiare i fiori ed i prati quando noi eravamo al chiuso o stavamo dormendo. Per chi se lo stesse chiedendo, le temperature si aggirano attorno ai venti gradi. Insomma, fa freschino, ma se non soffia il vento è una temperatura addirittura piacevole.

Come vi dicevo, la via principale è invasa dagli artisti di strada: nel mattino e nel pomeriggio si trovano decine e decine di ragazzi in costume che formano una coreografia, cantano, oppure stanno semplicemente immobili come statue nei loro costumi cercando di distribuire i volantini per gli spettacoli che si terranno alla sera.

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Ma ci sono anche zone più “tranquille”, come la passeggiata che sale alla parte alta della città e arriva al castello.

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Balza all’occhio che Edimburgo, per lo meno in Agosto, sia una città votata al turismo. Lo testimoniano le decine di negozi e negozietti di souvenirs (dove come prima cosa abbiamo acquistato alla modica cifra di 10 Pound un CD con gli assoli di cornamusa più famosi). Ma si trova un po’ di tutto: sciarpe, kilt, camicie, presine…tutto rigorosamente in tessuto tartan (vero o presunto). E poi il cardo, simbolo floreale della Scozia, declinato un po’ in tutte le salse (gioielli, magliette…), pupazzi di Nessie (ne parleremo, tranquilli…) parrucche rosse che hanno fatto sentire Lui finalmente a casa (ORGOGLIO GINGER!). Che dicevamo? Ah, sì, le cornamuse…

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Ogni tanto si incontrano, negli angoli delle città, o davanti ai castelli, i suonatori di cornamusa a fare folclore. A volte sono ragazzini, a volte nonnetti, a volte ragazze. L’importante è avere un buon fiato, perché suonano per ore senza interruzione, per la gioia dei belinoni (tipo noi) che fanno le foto in cambio di qualche spicciolo.

Edimburgo dà soddisfazioni anche alla sera. In particolare ad Agosto si tiene la “Military Tattoo”, una sorta di parata/spettacolo che ha luogo nel piazzale del castello. I biglietti devono essere prenotati in anticipo, ma per chi non ce la fa c’è la sfilata finale dei Royal Highlander che suonando “Scotland the Brave” escono dal castello. E siccome la Tattoo prevede anche i fuochi d’artificio, ogni sera se ne possono ammirare un po’ anche dalla strada.

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Insomma…una città da vedere e da vivere.

…to be continued…

Steve McCurry: Viaggio intorno all’Uomo

Guardate questa fotografia.

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Impossibile non riconoscere la più famosa copertina del National Geographic, uscita nel 1985. Forse però non tutti sanno chi sia l’autore di questo celeberrimo scatto. Ebbene, si tratta di Steve Mc Curry, nato a Philadelphia nel 1950, newyorkese di adozione e probabilmente uno dei fotografi più conosciuti e talentuosi del mondo.

Lo sguardo di smeraldo di Sharbat Gula è solo una delle tante foto che documentarono l’invasione russa in Pakistan ed Afganistan, ma dopo aver portato in occidente le immagini del conflitto la carriera di McCurry è decollata ed egli ha continuato a scattare foto da tutto il mondo, in particolare in teatri di guerra come Iran, Iraq, Cambogia, Filippine.

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Insignito di numerosissimi premi, collaboratore di punta del National Geographic, McCurry fa dell’esperienza umana il suo principio ispiratore: per questo i suoi scatti hanno sempre al centro l’uomo. I suoi ritratti, visi di una particolarità squisita, sono sempre impressionanti al punto di arrivare al tridimensionale (in un periodo in cui Photoshop non era uno strumento così popolare). Ma anche nelle scene di vita quotidiana l’attenzione è sempre focalizzata sulle sfumature più intense dell’animo umano, le sue contraddizioni, i sentimenti.

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Per questo, credo, Steve Mc Curry è in grado di creare empatia persino nella principessa delle profane, cioè io, che di fotografia so giusto due cose in croce appiccicatemi in mente da un Lui entusiasta ammiratore.

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Ieri infatti ci siamo trascinati in quel di Genova e – tra le altre cose (un torneo di biliardo, per esempio!!!) – ci siamo fermati a vedere la mostra allestita a Palazzo Ducale dal titolo: “Steve McCurry, viaggio intorno all’uomo”, un’esposizione di oltre 200 scatti tra i più rappresentativi della carriera di Mc Curry, più un buon 50% di inediti che fanno parte di un progetto sponsorizzato da Lavazza ed intitolato ¡Tierra! che ha toccato Perù, Colombia, Honduras, India, Brasile e Tanzania a partire dal 2002.

_2SM9200; Omo Valley, Ethiopia, 08/2012; A Kara woman in the Omo Valley.

La mostra si divide in 4 sezioni. Il primo percorso che riguarda i ritratti (la parte che mi è piaciuta di più), nel quale è raccolta una selezione di visi davvero eccezionali per intensità, bellezza e colori. Davvero, sembra che ognuno di essi possa animarsi da un momento all’altro e raccontare la propria storia.

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Il secondo riguarda il dolore ed è un insieme di immagini strazianti: scenari di guerra, lo tsunami che investi il Giappone nel 2011, il Crollo delle Torri Gemelle.

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Il terzo è un’insieme di foto di viaggio, colorate e variegate. E’ un po’ il cuore dell’esperienza umana di Mc Curry, che spazia dall’India al Giappone, dal Pakistan all’Etiopia, alla ricerca del momento di luce perfetto, in cui tutto diventa magico.

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Infine vi è una sala dedicata allo stupore: qui si trovano le foto più stravaganti e spiritose, quelle capaci di strappare un sorriso divertito ed è molto bello, secondo me, che la mostra si concluda con il sorriso e la gioia di vivere trasmessa da questi personaggi bizzarri ritratti in situazioni assai particolari: come i monaci Shaolin in preghiera a testa in giù come pipistrelli.

Se dovessi per forza trovare il pelo nell’uovo, direi che l’allestimento sarebbe stato ancora più godibile se, invece di essere diviso per temi, lo fosse stato per nazioni (o continenti). Di modo da avere chiaro anche il giro del mondo compiuto dal fotografo e non essere costretti al continuo sbalzo culturale.

Questo è proprio un cavillo, però, perché le fotografie parlano con un linguaggio universale e chiarissimo, alcune ti lasciano addosso un profumo, altre ancora ti rubano gli occhi e saresti tentato di non riprenderteli per un bel po’.

Un’ottima idea è anche l’audioguida, compresa nel prezzo, in cui lo stesso McCurry (doppiato, mi sembra, da Ivo “Fulmine di Pegasus” De Palma) spiega le sue foto più importanti: le modalità di scatto, ciò che le ha animate, ciò che hanno significato per lui.

La mostra è stata aperta il 18 Ottobre 2012 e terminerà il 24 Febbraio 2013, il biglietto costa 12 euro. Non so se ci sarà un’altra tappa in Italia (dopo Milano, Roma e Perugia), perciò – se ne avete la possibilità – vi consiglio una gita nella Città della Lanterna, con una puntatina a Palazzo Ducale, proprio per non perdersi questo eccezionale sguardo sui colori del mondo.