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Marrakech Express 5 – Il Deserto, finalmente.

Finalmente, alle 7 e mezzo del giorno successivo ci troviamo stipati in un furgoncino insieme ad una variegata quantità di personaggi. Nell’ordine abbiamo: 2 ragazze canadesi, di cui una sempre zitta e l’altra sempre con la bocca aperta. Bocca Aperta in principio sembrava simpatica, ma col trascorrere delle ore svela un lato che non piace a nessuno, ovvero un egocentrismo patologico. Per di più, essendo tutti di nazionalità diverse ci sforziamo di parlare in inglese e lei, unica madrelingua, non si degna mai di parlare lentamente o cercare di farsi capire con termini semplici. Il risultato è che dopo un poco iniziamo a parlare italiano come lingua franca( perché lo capivano un po’ tutti) e lei ha pure la faccia tosta di scocciarsi. Bah.

Oltre a Bocca Aperta & Bocca Chiusa,ci sono Qui Quo e Qua, nomi fittizi per tre coreane, Cip & Ciop nomi fittizi per due amiche giapponesi (di cui una, carinissima, ha il padre italiano. Ciao Bella!), MuyDiferente & Macho Latino (nomi fittizi per una coppia originaria del Chile, il cui unico scopo sembra ribadire ad ogni passo di essere DIVERSI DA NOI E MOOOOLTO MOLLLTO PIU’ FIGHI. E io direi anche no.) ed infine due italiani, i nostri preferiti da subito, che per la privacy chiameremo Abilù e Tamshit (che sono parolacce in berbero, ma noi siamo sicuri che non se la prenderanno a male).

Il viaggio è davvero lungo.

Con il pullmino si tratta di attraversare la catena dell’Atlante, fino alla Valle di Draa, per poi raggiungere Zagora, la porta del deserto. Tenendo conto che il Marocco non conosce alcun valico e che l’Atlante è una catena montuosa simile alle Alpi (con altezze minori, ovviamente), potete avere un’idea della quantità di tornanti che ci toccano. Tornanti, va detto, presi a 100 Km/h. Superando veicoli più lenti. Camion pieni di pecore, tipo.

Io ad un certo punto la prendo con filosofia: se voliamo giù da una scarpata morirò in modo eroico e quanto meno originale, cercando di essere la prima donna a tuffarsi in carpiato su un gregge di pecore mentre cerca di strozzare l’autista.

Per fortuna, sono previste delle soste in punti panoramici. Peccato che codesti punti sono a oltre 1000 metri e c’è un freddo che spacca il becco agli uccellini. La consolazione è data da un discreto caffè che riusciamo a recuperare in un bar lungo la via.

Jafar – nome fittizio per il nostro autista perché somigliante al cattivo di Aladino, ma più simpatico – ha consegne precise: scaricarci attorno all’ora di pranzo in un ristorantino con vista su una cittadella arroccata di nome Ait Benhaddou, che è patrimonio mondiale certificato dall’UNESCO.

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Dopo il pranzo (a base – pensatempò – di Cous Cous), un vecchietto sdentato con una tunica bianca ed un improbabile cappello da baseball si avvicina dichiarando in un misto di italiano, inglese e spagnolo di essere la nostra guida.

Io – appena folgorata dalla visione di un Tuaregh da Libro Harmony (cioè un marcantonio di un metro e 90 tutto tempesctattto di pietre preziose, tutto inturbantato di blu, con gli occhi tutti truccati e bellissimi…non so se era vero o era un figurante cinematografico!) – sposto lo sguardo alla nostra guida che mi dedica un sorriso a due denti e capisco molte cose della mia intera esistenza.

E va bé.

Ci inerpichiamo su per le stradine della casba. E’ davvero un posto affascinante, per via della struttura delle case e delle stradine, che ricordano il presepe. Non a caso questo è il set scelto da Zeffirelli per il suo “Gesù di Nazareth”.

Saliamo, saliamo fino alla cima della casba, su cui troneggia quello che una volta era un granaio. Il panorama è mozzafiato (e soprattutto sto respirando la stessa aria di Orlando Bloom, che in queste vicinanze ha girato Le Crociate! Che culo!) e ci fermiamo 20 minuti buoni per fare foto. Il caldo è piacevolissimo e, dopo il freddo pazzesco sull’Atlante, mettersi in maglietta è una liberazione.

Ogni scusa è buona. Sbav sbav.

Ogni scusa è buona. Sbav sbav.

Discendiamo e guadiamo il fiume saltellando, poi è il momento di tornare al pullman.

Tornanti, superamenti e svariate palpitazioni dopo, eccoci a Zagora. Ci fermiamo un secondo per comprare una bottiglia d’acqua e poi veniamo accompagnati in una radura dove ci aspettano due file di cammelli.

Ora, i cammelli sono animali affascinanti.

Zozzi quanto basta, con ciglia luuunghe lunghe da fare tenerezza e – soprattutto – altissimi.

Mi offro per salire per prima e tra un po’ vengo catapultata oltre la sella. Mi aggrappo al pomolo e, coraggiosamente, attendo che anche gli altri si sistemino, mentre la mia nobile cavalcatura esprime se stessa nel PIU’ GRANDE SCAGAZZAMENTO MAI VISTO. Proprio a me doveva capitare il cammello con la colite! Tra cacche e flatulenze, la carovana si mette in moto.

Bene, sappiate che sul cammello ballonzoli.

Se poi il tuo cammello è l’ultimo della fila e il suo unico scopo è annusare il sedere del cammello davanti sappi che ballonzolerai il doppio rendendoti ridicolo agli occhi dei compagni che manterranno un rispettabile trotto da lord inglesi. (La cilena che mi guardava con aria di superiorità mi è stata sulle balle come non mai e se non fossi stata troppo impegnata a ballonzolare l’avrei spernacchiata).

La sua faccia dice tutto, no?

La sua faccia dice tutto, no?

Dopo un’ora e mezzo si sballonzolamenti, eccoci arrivare nel buio più totale. Davanti a noi può esserci il deserto, un pascolo, un campo di insalata: fatto sta che, una volta calato il sole, non si vedeva un ciufolo. Poi, dall’oscurità sembra che si avvicini una stella. In realtà è un Beduino con una torcia. I due ragazzi accompagnatori ci fanno scendere dai cammelli e il Beduino ci accoglie e ci fa capire che è il “capo-animatore”. Ci divide in due tende dove ci consente di lasciare i bagagli e poi ci accompagna in una terza tenda dove ci riposiamo bevendo il famoso the alla menta.

E’ un bel momento, in cui abbiamo la possibilità di chiacchierare tra noi e con i quattro Beduini che ci “ospitano”. Oltre al Beduino capo, che chiameremo Baffo, ci sono i due ragazzini che ci hanno guidati coi cammelli: Ahmed e Yousef. Dicono di avere rispettivamente 19 e 17 anni, ma per me ne hanno – se va bene – 15 e 13. E poi c’è il Beduin Lover, un quarto ragazzo, più grande, che è ribattezzato così perché per tutta la sera è stato al telefono con una hot line –non sto scherzando. Mentre chiacchieriamo ci servono la cena: un brodo buonissimo che però tutti mangiamo con l’incubo del cagarone instillatoci in Italia e – indovinate un po’ – il Cous Cous. (la varietà della cucina marocchina ai miei occhi è ancora tutta da dimostrare). Quindi alè, fuori a guardare le stelle e a cantare canzoni davanti al falò.

La temperatura a meno cinque davanti alle braci è sopportabile. Il cielo è qualcosa di difficile da descrivere: diamanti su un velluto nero è forse un’immagine un po’ trita ma efficace. E il numero di stelle è tale che sembrano nebbiolina: si distingue nitidamente la via Lattea. Per questo spettacolo vale la pena sia subire un po’ di freddo che le tragiche canzoni beduine con cui i nostri ospiti tentano di intrattenerci.

Le Canadesi se ne vanno a letto quasi subito, facendo proprio la parte delle antipatiche. Gli altri vedono cedere la loro resistenza uno ad uno, finché a mezzanotte inoltrata, rimaniamo Io & Lui, Abilù e Tamshit. E i Beduini. Lì comincia il divertimento, con Beduin Lover che ci mette in viva voce la hot line ed i ragazzi che si lasciano andare un po ‘di più, raccontandoci delle rispettive famiglie, di quel lavoro che li soddisfa e di ciò che vorrebbero fare (Yousef vorrebbe venire in Italia a fare il tassista. Eh eh eh.)

E’ una serata gelida, ma – in qualche modo – romantica.

Verso l’una, decidiamo di andare a letto. Non siamo preparati a ciò che accade, ovvero: escursione termica. La tenda è chiusa e ci sono due coperte: dormiamo vestiti, ma c’è un freddo che si muore. E’ un miracolo che io non perda i piedi.

Dormiamo per modo di dire (e meno male che Lui è uno scaldotto, di solito. Però in questo frangente persino Lui ha ceduto al Gelo).

Alle sette ci svegliano per fare colazione. Io sono stravolta. Metto il naso fuori dalla tenda convinta che mi cadrà, invece miracolosamente resta dov’è.

Tra me e me sto mugugnando sul chi me l’ha fatto fare di patire così. Tanto più che non siamo esattamente nel deserto, ma in una piana sterrata con due dunette alte si e no un metro.

E poi succede.

Sorge il Sole. Ora, signori, figuratevi un’aria così tersa e frizzante da farvi il solletico, poi uno Swarovski gigante che sale dalle colline, colorando di rosa, viola e poi arancione intenso tutto il mondo. Una luce da non credere, un’immagine che non mi toglierò mai più dagli occhi.

deserto-lory

Ahmed, in piedi sulla duna, ci osserva in posa plastica mentre noi scattiamo foto ed emettiamo esclamazioni di gioia e stupore.

Sì, valeva la pena patire un po’ di freddo.

Col Sole che inizia ad intiepidirci le stanche membra, ci rimettono sul cammello e ballonzoliamo di nuovo fino al pullman.

Il viaggio di ritorno sembra più breve: facciamo una sosta a Ouarzazate, ma non ci impressiona granché, forse a causa della stanchezza dovuta alla nottata all’adiaccio.

Nel frattempo, io, Lui Abilù e Tamshit abbiamo fraternizzato. Parecchio.

Arrivati a Marrakech nel tardo pomeriggio, li accompagniamo a prenotare un’altra escursione (loro si fermano un giorno più di noi), poi andiamo a mangiare insieme dal nostro amico dell’Amaia Restaurant (il carpaccio di carne più buono della città).

Qui io & Lui ci rendiamo conto che è proprio la nostra ultima sera. Col magone, ci prendiamo una ciucca pazzesca (a me non ci vuole molto!).

Con Abilù e Tamshit ci scambiamo aneddoti come se ci conoscessimo da una vita…e salta fuori l’idea birchina: e se ci facessimo un bel viaggio in Scozia quest’estate? Loro hanno già prenotato, ci dicono che ci diranno tutti  i riferimenti e ci raccomandano di pensarci…

Questa prospettiva rende meno malinconico il distacco.

Noi dobbiamo ancora fare le valigie. Stravolti, torniamo al Ryad Mogador Gueliz per l’ultima volta.

Il giorno dopo un volo ci riporterà a casa pieni di gioia di vivere e voglia di fare nuove esperienze.

 Per la cronaca: l’aereo andata e ritorno per Glasgow è già prenotato.

braveheart

»

  1. Il deserto è davvero un’esperienza unica, sono contenta che tu ci sia andata e l’abbia apprezzato :D.
    Domanda curiosa, perché proprio Glasgow?

    Rispondi
  2. Pingback: Scotland The Brave 1 (Ovvero come innamorarsi delle Highlands) | La Zitella Felice

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