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Archivi categoria: Vita da zitella

La telenovela turca.

Allora gente, devo scrivere un post ad alto tasso di scemitudine. È circa una settimana che spacco la gnugna a chiunque abbia la sfortuna di incontrarmi, anche solo virtualmente, però sono preda di una di quelle inutili, idiote, smodate fisse che addosso a una quaranteenager come me stonano un po’ ma che mi fanno stare taaaaanto bene e mi fanno passare delle mezz’ore di sbavazzamento e allegria.

Tenetevi forte, perché la fissa del momento è…la telenovela turca.

Maria De Filippi, hai vinto tu.

Hai vinto tu perché io già nel tuo programma l’avevo adocchiato di sfuggita quel pezzo di fffffyyyyygo inverecondo che anima la suddetta telenovela e che risponde al nome di Can Yaman (che si pronuncia Gian).

Ho resistito per un po’ ai richiami delle sirene di youtube perché onestamente beccarmi cinquanta puntate da due ore in turco e coi sottotitoli mi faceva fatica. Poi cinque giorni fa in pausa pranzo stavo ruminando il mio riso scondito (quando non c’è lo chef mi riduco così) ed è passata in tv la pubblicità di Day Dreamer – Le ali del sogno. Tutti i giorni su canale 5. Per poco non ho dovuto chiamare l’ambulanza.

Sono riuscita a far finta di niente ancora una mezza giornata ma poi ho ceduto. Non posso vederla in diretta perché lavoro, ma ho fatto il profilo su Mediaset Play come le peggiori fans di Barbara D’Urso, di notte appena i due ragazzi dormono metto le cuffiette e…mi immergo per mezz’ora in questo puro Harmony televisivo.

Non l’ho mai visto e siamo solo alla terza puntata ma per ora la storia vede come protagonista Sanem, una ragazza come tante (diciamo un po’ sopra la media), un po’ svagata e sognatrice ma di buon cuore. La nostra ha tutte le caratteristiche della protagonista classica di questo genere, ovvero inciampa sui propri piedi (di solito le odio quelle che sembrano così sceme, però in questo caso non mi succede, non so perché). I genitori la minacciano di farla sposare col vicino di casa ciospo e belinone se non trova immediatamente un lavoro serio, così, pur a malincuore, la ragazza accetta il lavoro offertole dalla sorella maggiore, cioè fare da galoppina nell’agenzia pubblicitaria in cui la stessa ha un impiego come segretaria ed in cui spera di fare carriera.

L’agenzia pubblicitaria è proprietà della famiglia Davit ed è retta, oltre che dal fondatore, dal figlio minore Emre. Ma l’azienda naviga in pessime acque perché sembra che una talpa passi informazioni riservate alla perfida ex di Emre che ha aperto una propria attività dopo essere stata buttata fuori. All’inizio della storia, in previsione della festa per i 40 anni dell’agenzia, fa ritorno da uno dei suoi viaggi per il mondo il figlio maggiore dei Davit, Can. (Con molta fantasia attore e personaggio sono omonimi – suona un po’ come l’italiano Gian. Gianfigo, mi vien da dire ma va bene così). Can è un fotografo avventuriero di una bonazzita’ ultraterrena. È vero che tende a vestirsi un po’ da rambo truzzo e camminare a rallentatore, ma cristo santo, se non se lo può permettere lui non saprei chi altro.

Il padre lo supplica di restare per un po’ per via delle difficoltà dell’agenzia e perché – detta terra terra – Emre non sa fare una mazza. All’inizio Sua Bontà Imperiale rifiuta, ma poi scopre che il vecchio padre è malato e non si curerà se non potrà lasciare la ditta nelle sue capaci (e sempre incerottate) mani, quindi da figliol prodigo decide di accettare e prendere il comando della baracca mentre il vecchio fa finta di andare in crociera per raggiungere invece un ospedale super ( d’altronde sono ricconi).

La sera della festa, che precede la partenza del padre, tutti i dipendenti sono invitati, compresa Sanem. La ragazza finisce per caso nel palco privato di Can che arriva e, completamente al buio la bacia, scambiandola per la pseudofidanzata che si ritrova e che smolla sempre ovunque e comunque perché la ama come io amo i broccoli.

Il bacio al buio sconvolge entrambi i protagonisti, che però non si conoscono e, dato che lei e’ stupida e scappa via, confusa e felice, non possono nemmeno conoscersi. A lui resta in mente il profumo di fiori, a lei…le scarpe eleganti che sono l’unica cosa che vede (ma che Can si cambia subito perché deve fare il ribelle che odia gli smoking).

Il primo incontro alla luce del sole avviene in agenzia, dove Sanem dimostra subito l’imbranataggine che a questi manzi da mal di testa deve far scattare l’ormone (altrimenti non mi spiego). Ma c’è già la minaccia in agguato. La talpa che sta rovinando la ditta è proprio Emre, il fratello sfigato e invidioso, che decide di usare l’ingenua Sanem per i suoi scopi…

E siamo solo all’inizio. Come vedete la trama promette di dipanarsi come le peggiori telenovelas di Caracas, ma ragazze ( e ragazzi possibilisti), devo dire che è divertente. La fotografia è incredibilmente colorata, i personaggi sono tagliati con l’accetta ma…forse è anche un po’ il simpatico di produzioni come queste. L’aria di non prendesi troppo sul serio, dico. Chi dice che guarda questo prodotto per la trama e non perché sbava per il protagonista mente, ma è anche vero che per il momento lui non è un maniaco del controllo alla mister Grey, è gentile con Sanem e ne sopporta l’imbranataggine con la giusta insofferenza. È stranamente anche simpatico, ecco. Il risultato è che non vedo l’ora di andare avanti, che ne parlo con tutti perché….boh perché mi diverte e mi fa stare bene. Perché so che ci saranno peripezie e colpi di scena ma tutto andrà nel migliore dei modi. Perché è bello vivere una fiaba per una mezz’ora e sbavazzare allegramente come a vent’anni. Se non sbaglio si chiamano Guilty Pleasures, ma io non mi sento colpevole per niente, anzi ve lo consiglio….e se fin qui non vi ho convinte vi lascio la prova scientifica che guardare le telenovelas turche migliora la salute. Beccateve sta cura ormonale, mi ringrazierete dopo.

No, vabbè 1
No, vabbè 2

Andrà tutto bene.

Lo so che siete impauriti e sfiduciati, è normale. Tante cose che abbiamo sempre dato per scontate non lo sono più e questo è successo in un lasso di tempo talmente breve da lasciare spettinati.
Da ieri sera tutto lo Stivale è zona arancione. Arancione, non rossa. Significa che, seppur limitati, sono consentiti gli spostamenti per necessità (quindi assaltare i supermarket è stupido oltre che inutile). I controlli ci sono, per lo meno così sembra. E così anche l’italiano medio comincia a capire. È partita la campagna #iostoacasa che scoraggia le uscite superflue. Sono partite le raccolte fondi per rinforzare in tutta Italia le terapie intensive e gli italiani stanno rispondendo con grande generosità (cavoli, i Ferragnez hanno raccolto quasi 3 milioni di euro in poco più di un giorno! Che potenza!!!). Il governo sta facendo del proprio meglio e si vede, data la situazione. Comunque la si pensi politicamente, credo sarebbe difficile fare meglio, considerando che ci troviamo ad una situazione pericolosa e del tutto nuova.
Certo, l’economia ne risente. Ma in che modi…lo sapremo solo tra un po’. Io credo davvero che ci riprenderemo in tutti i sensi. Il fatto che molte persone, tutte insieme, stiano iniziando e mantenendo un percorso di responsabilità mi fa ben sperare.
Cosa può fare il singolo? Io vado a lavorare e poi torno a casa dal mio bimbo, che passa le giornate con la nonna benedetta. Unica uscita: spesa.
Ho pensato che visto che ci sono potrei farla anche per qualche persona bisognosa in paese, oltre che per i miei genitori, perciò ho dato il mio contatto al presidente del circolo ARCI e vediamo se potrò dare una mano.
Ho donato una piccola somma per l’ospedale della mia provincia. Non molto, ma quello che posso in questo momento.
Che sto in casa il più possibile l’ho già detto?
Nei prossimi articoli forse vi delucidero’ in merito ai modi per passare la quarantena in famiglia, quando hai la manualità di un bradipo in coma e ogni volta che vedi i video fighi delle mamme superbrave che intrattengono i pargoli facendo loro scolpire la Pietà di Michelangelo in pasta di sale ti assale il Senso di Inadeguatezza. Vi segnalerò anche libri e serie, se me ne capitano di decenti. Nel frattempo su con la vita: andrà tutto bene.

I miei 2 cents (sugli argomenti “caldi” del momento) 1

Parte oggi una nuova rubrica. Siccome succedono tantissime cose, scoppiano polemiche ogni 2 per 3 e io non riesco a stare al passo, d’ora in poi mi riservo di fare dei post-mescoloni in cui vi dirò come la penso sugli argomenti di cui si parla, anche se non c’entrano una cippa l’uno con l’altro. Senza sviscerare troppo, che tanto ci hanno già pensato gli altri.

Duuunque, cominciamo:

1. Uscita infelice di Amadeus sulle donne di Sanremo. Mi irrita anche solo parlarne, perché no, Ama, non eri fraintendibile e ci hai fatto capire ancora una volta che nell’Italia del 2020 ciò che conta per una donna è essere piacente e saper stare al “proprio posto” (cioè indietro rispetto ai maschi). Ti dedicherei un sonoro vaffa di risposta, per tutte le donne, ragazze e bambine con tante doti e che sono costrette a farsi un mazzo così per sentirsi trattare da fioriera.

Poi è inutile che inviti Rula Jebreal a parlare di violenza: l’hai appena attuata. Io non sarei una di quelle che boicotta il Festival della Canzone a prescindere, ma credo che in quei giorni guarderò Netflix.

2. Elezioni in Emilia Romagna. Solo il fatto che il candidato di sinistra debba temere di perdere contro una che non sembra sapere nemmeno dove sta di casa, la reputo una sonora sconfitta. Detto ciò, auspico un ritorno a una politica seria, intelligente, con più fatti e meno ladri, attenzione alla cultura, all’istruzione e alla meritocrazia. Ah, e all’inclusione. In pratica sono d’accordo con le Sardine e no, non è vero che sono uguali ai Cinque Stelle.

3.Il Papa che ceffona la gente. Praticamente è una non-notizia, un gradino al di sotto di una bufala. Ha dato uno schiaffetto minuscolo sulla mano della tipa che lo ha strattonato. Una reazione assolutamente umana e condivisibile, vorrei vedere voi.

4. Harry e Meghan che hanno abbandonato la famiglia reale. Ci ho pensato moltissimo e, da figlia di una grandissima fan di Lady D, riesco a pensare solo…ESTICAZZI.

5. L’ultimo Star Wars. Non l’ho ancora visto, ma in compenso ho visto “The Mandalorian” e, come tutti, voglio adottare Baby Yoda e NO il pupazzo non mi soddisfa.

6. L’onnipresente SalviCoso. Preferirei non doverne parlare, ma è ovunque ed è quindi argomento da affrontare. Mi deprime il fatto che molti italiani non ne vedano lo squallore, spero si ravvederanno prima di eleggerlo a fare qualche altra schifezza. Perché no, non è vero che sono tutti uguali. C’è chi fa più schifo degli altri.

7. Gli incendi in Australia. Chi nega la questione del cambiamento climatico perché non sopporta Greta ne è corresponsabile. E comunque finché non si pone al centro dell’agenda politica una sorta di rivoluzione ecosostenibile noi ed i nostri figli saremo condannati sempre più spesso a catastrofi come questa. No, non basta lo sforzo del singolo che ricicla la plastica, benché di certo tutto faccia brodo

8. La scuola che divide i bimbi in sezioni per ricchi e sezioni per poveri. Oltre al senso di vomito, trovo assurdo che ci sia chi giustifica la cosa perché sotto sotto si è sempre fatto. È consuetudine? Ebbene, è sbagliata. Siamo nel 2020, non possiamo più sopportare queste schifezze.

9. La scomparsa di Christopher Tolkien. E che posso dire? Vestu hal. Ferthu, Christopher, Ferthu.

10.Supernatural che si avvia alla fine. Non sono preparata. Prima mi hanno abbandonata gli HIM, ora Sam e Dean. Supererò anche questa, lo so.

And that’s all, folks!

Il mignolino del piede sinistro

Anche se domani è prevista burrasca, oggi è una giornata tiepida, con la luce del sole che scivola tra le fronde dando a tutto sfumature dorate.

Fuori c’è la sedia dove nelle belle giornate te ne stavi a fare i tuoi crittografati o immersa nel ricordo “dei tuoi vecchi”. Oggi quella sedia è vuota. La guardo ogni tanto, sperando di trovarti lì e invece mi devo ricordare che non ti ci vedrò più.

È il ciclo della vita e tu, No, non eri più giovane, ma mi consola proprio poco. Da che mi ricordo, in quella bolla felice che è stata la mia infanzia, accanto a mamma, papà e sorella, ci sei tu più di tutti gli altri. Forse non ci somigliavamo tanto: tu casalinga perfetta, precisa, pignola, attenta. Io una specie di disastro, che forse ti ha dato la soddisfazione di asciugare un piatto solo a 5 anni. E tu sei sempre stata molto, molto più bella. Ma una cosa uguale la avevamo: il mignolino del piede sinistro. Identico. Anche Riccardo ce l’ha. Pensa un po’. Il mignolino del mio piede sinistro, con l’unghia che quasi sparisce, mi ricorda te. Forse non è come un premio Nobel, lo riconosco. Ma mi fa pensare che – anche se non so se la tua vita è stata felice, o almeno serena, o un po’ così così – qualcosa di prezioso c’è stato e continua ad esserci. Ed è la nostra famiglia e l’amore che ci hai lasciato. Per questo so che dopo le lacrime di adesso quando faremo il tuo nome sarà con tanta nostalgia, ma ci sforzeremo di sorridere. Ci manchi già, più di quanto avresti forse immaginato.

Ciao nonna, spero che le persone che amavi ti siano venute incontro nella luce.

Il dono del Tempo.

Detta così, me ne rendo conto, sembra il titolo di un romanzo fantasy. Invece vorrei parlare di come – dopo essere tornata al lavoro – il Tempo sia diventato, per me, la moneta di scambio più preziosa al mondo.

Il Tempo è Denaro, suggerisce un vecchio detto.

Già, ma sono arrivata alla conclusione che poter disporre di una discreta quantità di tempo, non solo per sé stessi,ma per dedicarsi a ciò che riguarda – diciamo – la propria sfera è una delle poche fonti di serenità possibile.

Peccato che il mondo, spinto da un’economia sempre più feroce e disumana, si diriga verso il lato completamente opposto. Siamo sempre di fretta, sempre con l’acqua alla gola, chi con orari di lavoro improponibili, chi perché deve occuparsi di millemila cose diverse, chi per disorganizzazione, chi perché completamente solo/a.

Quando le donne si lamentano perché il carico di lavoro è troppo e il carico mentale le schiaccia, non è una fregnaccia. Non è la lagna di chi non ha voglia di muovere il sedere. E’ che a volte è davvero troppo.

Faccio un piccolo esempio di ciò che mi è attualmente più vicino: la conciliazione tra i tempi di lavoro ed i tempi dedicati ad un bambino piccolo. Nonostante i diritti che abbiamo conquistato, nonostante in molte aziende siano rispettati al minuto, per molte donne è ancora difficile. Un poco è dovuto senz’altro all’attaccamento naturale che il neonato in sé genera (non sarà così per tutte, ma sono certa che 99 mamme su 100 si sono sentite un po’ come la mamma di Dumbo in gabbia, i primi tempi in cui hanno dovuto riprendere in fabbrica o in ufficio).

dumbo

Ma tanto è dovuto anche, penso, al carico mentale che si genera nel trovarsi all’improvviso a dover gestire un insieme di cose, tutte molto importanti. E’ come trovarsi su un’autostrada e all’improvviso vedere la carreggiata che si restringe di punto in bianco, diventando un sentierino scosceso su cui si fa fatica a far passare quattro ruote.

Ho posto il problema, come sempre, sotto un’ottica femminile, ma sono pronta ad ammettere che – sempre più spesso – questo riguarda anche gli uomini. Forse, anzi, dal loro punto di vista questa assenza di tempo è ancora più atroce perché data per scontata (l’Omm deve lavurà, giusto? Se no chi lo porta il pane a casa? =.=).

Mai come oggi mi appare appetibile la parola FLESSIBILITA’. Personalmente, la sto sperimentando, perché per un poco ancora avrò l’orario di lavoro ridotto di un paio d’ore, ma penso alle tante persone che conosco che la flessibilità non sanno nemmeno che cosa sia. Di chi è la colpa? Forse questo non è il luogo per un’analisi sociale anche vaga. Però non posso fare a meno di pensare che il dono del Tempo sia attualmente il più prezioso e che quando ci raccontiamo che l’importante non è la quantità, ma la qualità, un pochino sappiamo di mentire a noi stessi. Io, per lo meno, lo faccio.

O, meglio, la ritengo una bugia bianca, perché la qualità del tempo è certamente vitale, sia che ci dedichiamo alla famiglia, sia al lavoro, sia ad un hobby. Ma vogliamo mettere non dover fare tutto di fretta?

Come diceva Gandalf, una cosa incoraggiante è che “possiamo decidere cosa fare con il tempo che ci viene dato”. Provare ad organizzarlo al meglio, per esempio. E provare a lasciar perdere quelle distrazioni che ci fanno perdere anche il poco che abbiamo. Io per esempio mi sto disintossicando dai litigi su facebook.  Non che non frequenti più il suddetto social, ma sto provando a non perdere tempo e fiducia nell’umanità andando a battibeccare con personaggi che nemmeno conosco e su cui tra l’altro non otterrò il minimo effetto. E’ difficile, perché a volte prudono le mani, ma sta funzionando e sto vivendo meglio il mio tempo libero, per esempio scrivendo sul blog.

A proposito, avete visto che ho scritto duuuuue giorni di fila? Non vi abituate troppo bene, mi raccomando! 🙂

Sul sentiero del ritorno.

Care e cari,

oppure caro Blog, perché non so se c’è ancora qualcuno che passa da qui a buttare un’occhiatina visto che sono in silenzio da mesi, eccomi tornata. Spero sia un ritorno “vero” e non un fuoco di paglia, ma il desiderio di scrivere sul blog era così forte in questi ultimi giorni che non posso esimermi anche se probabilmente questo sarà l’articolo meno letto della storia di wordpress.

Cominciamo con i convenevoli: state bene? Me lo auguro.

Io sto benone, anche se – come avrete immaginato – sono stata assorbita PARECCHIO fuori dalla rete. C’è una gioietta che ha compiuto 9 mesi da poco che reclama quasi ogni mio secondo libero ed io sono felice di regalarglielo. La maternità è per me l’esperienza più preziosa mai sperimentata finora, questo lo avrete capito dai precedenti post. Però…c’è un però. Sento un po’ il bisogno di ritornare a quella me stessa che ero prima che l’inquilino del piano di sotto facesse la sua comparsa. E forse un po’ mi sono mancata, tutta presa ad imparare come si fa a fare la mamma.

Ora, siccome tanto ho capito che non si impara ma si vive, ho pensato che qualche spazio potrei tornare a ritagliarmelo. E per me scrivere viene al primo posto.

Quindi cercherò di essere costante e tornare a dire la mia. Basta fare come quei vecchietti che scuotono la testa senza dire granché.

E da scuotere la testa ce ne sarebbe eccome.

Io però voglio continuare ad orientarmi sulla positività, perciò perdonatemi se non sarò sempre sul pezzo. Voglio anche continuare a darvi qualche spaccato della mia vita, anche se questo inevitabilmente porta il racconto sulla mammitudine e ciò che comporta. Insomma, prendo un poco questo “secondo tempo del blog” come se fosse un nuovo inizio. Non so sinceramente se riuscirò a mantenere il ritmo, ma prometto di provarci con tutte le mie forze.

Nel frattempo, come sempre, vi auguro che la Felicità bussi alla vostra porta. Io continuerò a cercare i modi per coltivarla.

Cooooosa?E’ già metà Febbraioooo???

Quando si dice che il tempo vola…per me in questo periodo non  rende abbastanza l’idea. Tra due giorni Richard The Coccolyn compie tre mesi ed io non mi capacito.

Sono giorni di risvegli notturni (non troppi…pciù pciù, questa sono io che mi bacio i gomiti), pannolini pieni (che io non ci credevo quando mi dicevano che i neonati fanno più robbbbba di Godzilla), lavatrici, filastrocche senza senso o con rime improbabili, nonni sdilinquiti, tette doloranti (sì, ho detto tette!), sonaglini, bavaglini…e c’è il mio Lui piccino che al risveglio mi sorride con quella fossetta lì e si aggrappa a me, proprio a me, e cerca me più spesso di chiunque altro facendomi sentire il cuore grande e leggero, tanto che gliene farei una spremuta.

Sono felice in un modo solido e tranquillo, completa solo quando ci abbracciamo tutti e tre nel lettone; sono sulle nuvole gran parte del tempo, forse, però mi piace.

Faccio tesoro di questo periodo prezioso.

Lì fuori, l’anno non è cominciato al massimo, lo so. Leggo di una campagna elettorale vergognosa, di intolleranza troppo diffusa, di ragazze  innocenti che continuano a morire e che vengono strumentalizzate senza alcuno scrupolo.

Ma in questo periodo mi basta affondare le labbra sulla guancia di panna del mio bambino, respirare la sua pelle per allontanare ogni negatività. E’ una bolla effimera, perciò non mi sento colpevole.

Non ho mai amato tanto come ora.

 

Bye bye 2017,welcome 2018!

Caro 2017,

oggi ci salutiamo e siccome leggo che tanti ti salutano con un calcio nel sedere perché sei stato severo con loro, io vorrei spezzare una lancia a tuo favore. Sei un anno che ricorderò per sempre, perché sei l’anno che mi ha donato Ricky, che ora dorme qui accanto ubriaco di latte. L’anno in cui l’ho portato con amore e in cui mi sono quasi spezzata in due per darlo alla luce. Sei l’anno che si è portato via Bubu, che non abbiamo avuto nemmeno il tempo di piangere. Ma conoscendo Bubu non avrebbe voluto che piangessimo troppo. Sei l’anno in cui finalmente ho piantato il seme per il mio sogno che non dico per scaramanzia e in cui per la prima volta le cose mi sono sembrate muoversi in direzione giusta. Insomma, 2017 sei stato un anno di emozioni. Ti saluto con gratitudine e un briciolo di malinconia. E ora veniamo a te, 2018. Cosa si può dire al futuro, di cui non si sa nulla? Non ti dirò di andarci piano. Anzi. Spero tu sia intenso. Spero tu sia buono. Spero tu sia vivace. Spero tu porti salute e abbondanza. Ti stringo la mano, sperando non sia una mano fredda e moscia. 2018 sii gentile con noi. Ci saranno cambiamenti, già lo so. Fai che li accettiamo con la giusta disposizione d’animo. Sii divertente, anche. Abbiamo bisogno di ridere un po’. Non ti chiedo nient’altro. Ma ti ringrazio del tuo arrivo, in anticipo, caro 2018. Vedi di non deludermi!vortice.jpg

Lo stupore di ogni giorno.

E allora, dico io, siamo arrivati senza grossi traumi al giorno n.18 senza incorrere in rischi mortali e pericoli indicibili. Cosa che non mi aspettavo.

Non dirò che il mio figliolino è il più bravo di tutti, o che – mio dio – dorme la notte, o che mi rende la zitella più felice del pianeta. Mi limiterò a dire che il sonno che mi fa perdere non è poi così tanto, che STRANAMENTE non c’è niente per ora che mi pesa e che se anche le cose sono destinate a cambiare ed io sono destinata a diventare una mammastra disperata…per ora vorrei fermare il tempo a questo istante perfetto, ma allo stesso momento sono curiosa di scoprire ogni nuovo giorno.

Come ogni volta sento il dovere di esprimere gratitudine per la lista delle mie fortune:

  1. Io e il Neo Papy (felice come una Pasqua anche se siamo quasi a Natale) abbiamo il preziosissimo aiuto dei nonni. Vorrei inchinarmi di fronte a coloro che fanno tutto da sole, senza poter mai respirare: davvero, ragazze, siete delle eroine.
  2. Ho il mio latte, il che mi rende una sorta di Mucca Lilla dei poveri e mi fa vivere praticamente in topless ma senza essere alle Bahamas. Però volete mettere la comodità di aprire un occhio alle quattro del mattino, agguantare il pupo dalla culla next to me e attaccarlo stile navicella di star wars che si congiunge alla Nave Madre e sentire l’immediato silenzio? Niente biberon da scaldare, niente alzatacce (non più di tante, ecco). E pure NeoPapy ringrazia perché può riaddormentarsi subito.
  3. Sono una lavoratrice dipendente. Quindi ho la possibilità di stare a casa alcuni mesi con mio figlio percependo comunque uno stipendio. E’ tanta, tanta roba e solo ora me ne rendo conto. W i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, speriamo non ci mangino anche questi.
  4. Mi sono innamorata – tipo subito – del figliolino. Che una se lo immagina in mille modi, ma non è scontato, credo.
  5. Anche se continuo a piangere perché mi si slacciano le scarpe, i punti stanno andando via e pian piano mi sembra di sbarellare sempre meno. E soprattutto mi sembra di essere più pratica nelle cose di tutti i giorni. Tipo al pit stop pipì sono diventata braverrima e veloce come un meccanico della Ferrari al cambio gomme.
  6. Che NeoPapy è meraviglioso l’ho già detto?
  7. Hei, sto scrivendo un post. Vuol dire che ho persino del tempo libero!!!
  8. Quando figliolino piange e io lo prendo in braccio e si calma subito vengo invasa da una sensazione alla Fonzie, tipo “Heyyyyyy”. So che passerà, ma mi è successo poche volte di essere LA soluzione di un problema e mi fa sentire bene.
  9. E’ bellissimo vedere i nonni fuori di zucca.
  10. E ci dimentichiamo di zii e cuginetti? E’ stupendo vedere i nipotini felici e stupefatti perché c’è qualcuno più piccolo di loro in famiglia.

Insomma, ancora una volta sento di ringraziare chi c’è lassù perché mi sta donando tutto questo…e lo dico a voce alta sfidando la scaramanzia, perché in tutto questo non c’è alcun merito, ma un grande segreto, che comincia per C e finisce per ULO!

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La (mia) verità sulla vita e sull’amore.

E così, sono diventata una mamma.

Tutto è andato un po’ meno liscio di quanto il mio ottimismo mi avesse fatta sperare, ma ci sono tante varietà di coincidenze nella vita e forse sono incappata in una di queste.

Il giorno prima di avere la gioia più grande della mia vita, abbiamo perso quell’amico scodinzolante che per anni ci accoglieva a casa ogni sera. Quel”cucciolo di quindici anni” a cui speravamo di poter far vedere il bambino, affinché lo accompagnasse almeno per un po’ come aveva fatto con noi.

Non è stato possibile. Bubu era tanto malato e la decisione è dovuta essere così repentina ed inattesa che ancora la fatica a realizzare è tanta. Sono andata a salutarlo l’ultima volta con il cuore pesante, soprattutto per il mio compagno, perché so quanto era profondo il loro legame. E so che nessuno glielo restituirà.

Lego questi due eventi e non posso farne a meno, dopo vi dirò perché.

Poche ore dopo, mi sono partite le contrazioni.

Il travaglio vero e proprio è cominciato solo alle dieci del mattino.

Adesso, capisco perché nessuna ti dice com’è. Fioccano frasi tipo “Ce la puoi fare”, “Non è una passeggiata, ma…”, “Tanto scordi tutto”.

Ecco, io spero per le altre che per ognuna sia diverso, perché io ho avuto qualche complicazione e il dolore per me ha sfiorato il disumano. Nonostante il personale medico preparatissimo e un’ostetrica in particolare che ricorderò perché è meravigliosa (grazie Laura!!!) il mio bambino non riusciva a nascere da solo perché aveva il “classico” giro di cordone attorno al collo. E la paura di perderlo così è stato un qualcosa di pazzesco…ma poi all’ospedale hanno agito (e questo mi ha insegnato che COL CAVOLO che conviene partorire in casa) e tra le mie spinte e i loro strumenti eccolo tra le mie braccia…

E vi chiederete perché ho parlato prima del cagnolino che se ne è andato. Beh, perché mi sono convinta che se non fosse successo, forse, mio figlio sarebbe entrato in sofferenza prima che io me ne accorgessi e chissà se ora sarebbe qui con me.

Ma ora c’è. E dall’alto dei suoi SEI giorni di vita, mi sta già insegnando tante cose.

Dicevano che un figlio rompe gli equilibri e disgrega, ma io mi sento sempre più unita al Lui della nostra coppia. A loro, anzi. Il mio compagno è un papà meraviglioso, oltre le aspettative più rosee…non credevo fosse possibile amarlo più di prima, e invece.

Dicevano che il parto è un trauma che coinvolge fisicamente, ma soprattutto emotivamente. Ecco, questo mi sembra che sia del tutto vero. C’è un calo di ormoni da affrontare che non è affatto bello. Senti che dovresti essere alle stelle e invece piangi perché ti si è slacciata una scarpa. Poi, nel mio caso, zoppico per via del nervo sciatico, faccio fatica a muovermi per via dei punti, non mi sento più quella parte là e nemmeno il retrobottega. Per esempio avrei voluto che questo fosse un post estremamente gioioso e invece sto scivolando nella malinconia e non so perché visto che, tanto per cambiare dovrei baciarmi i gomiti da tanto che siamo stati fortunati.

Il mio bambino si chiama Riccardo, perché tutti i Riccardo incontrati nella mia vita sono persone d’oro. Se qualcuno se lo chiedesse…sì, gli abbiamo dato il doppio cognome. Ad oggi in Italia è niente più che un vezzo, però è bello che ci sia anche un po’ della mia famiglia nelle sue future firme ufficiali. Descrivere quanto si può amare un figlio appena nato è per me un’impresa che forse riuscirebbe a Neil Gaiman, o comunque a scrittori più blasonati di me. Il mio amore per lui non ha parole, non gli servono.

Mi ha fatto riscoprire quante persone care ho. Quante amicizie sono rimaste tali, nonostante lo scarso tempo dedicato loro. Ha fatto tornare persone dal passato, per guardare insieme al futuro. Ha fatto avvicinare persone nuove, felici di condividere la nostra gioia.

Oggi vedo tanta retorica sulla maternità, sia per un verso (santificazione della figura materna, come angelo dell’abnegazione) sia per l’altro (i figli come un peso,un ostacolo, qualcosa che – insomma – intralcia il proprio cammino). Ecco…qui sì che sarà diverso per ognuna. So che la maternità non è un destino biologico, né un qualcosa di irrinunciabile per essere completa. Io sono rimasta…io. Ma ora che c’è anche questo piccolino, mi sento in qualche modo un po’ di più.

PIU’ è la parola giusta.

PIU’ stanca. PIU’ preoccupata. PIU’ innamorata. PIU’ pronta a tutto per lui. PIU’ felice.IMG_4733

Ciao Bubu, grazie di tutto.(Qui con Gilda, la sua migliore amica)