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I miei 2 cents (sugli argomenti “caldi” del momento) 1

Parte oggi una nuova rubrica. Siccome succedono tantissime cose, scoppiano polemiche ogni 2 per 3 e io non riesco a stare al passo, d’ora in poi mi riservo di fare dei post-mescoloni in cui vi dirò come la penso sugli argomenti di cui si parla, anche se non c’entrano una cippa l’uno con l’altro. Senza sviscerare troppo, che tanto ci hanno già pensato gli altri.

Duuunque, cominciamo:

1. Uscita infelice di Amadeus sulle donne di Sanremo. Mi irrita anche solo parlarne, perché no, Ama, non eri fraintendibile e ci hai fatto capire ancora una volta che nell’Italia del 2020 ciò che conta per una donna è essere piacente e saper stare al “proprio posto” (cioè indietro rispetto ai maschi). Ti dedicherei un sonoro vaffa di risposta, per tutte le donne, ragazze e bambine con tante doti e che sono costrette a farsi un mazzo così per sentirsi trattare da fioriera.

Poi è inutile che inviti Rula Jebreal a parlare di violenza: l’hai appena attuata. Io non sarei una di quelle che boicotta il Festival della Canzone a prescindere, ma credo che in quei giorni guarderò Netflix.

2. Elezioni in Emilia Romagna. Solo il fatto che il candidato di sinistra debba temere di perdere contro una che non sembra sapere nemmeno dove sta di casa, la reputo una sonora sconfitta. Detto ciò, auspico un ritorno a una politica seria, intelligente, con più fatti e meno ladri, attenzione alla cultura, all’istruzione e alla meritocrazia. Ah, e all’inclusione. In pratica sono d’accordo con le Sardine e no, non è vero che sono uguali ai Cinque Stelle.

3.Il Papa che ceffona la gente. Praticamente è una non-notizia, un gradino al di sotto di una bufala. Ha dato uno schiaffetto minuscolo sulla mano della tipa che lo ha strattonato. Una reazione assolutamente umana e condivisibile, vorrei vedere voi.

4. Harry e Meghan che hanno abbandonato la famiglia reale. Ci ho pensato moltissimo e, da figlia di una grandissima fan di Lady D, riesco a pensare solo…ESTICAZZI.

5. L’ultimo Star Wars. Non l’ho ancora visto, ma in compenso ho visto “The Mandalorian” e, come tutti, voglio adottare Baby Yoda e NO il pupazzo non mi soddisfa.

6. L’onnipresente SalviCoso. Preferirei non doverne parlare, ma è ovunque ed è quindi argomento da affrontare. Mi deprime il fatto che molti italiani non ne vedano lo squallore, spero si ravvederanno prima di eleggerlo a fare qualche altra schifezza. Perché no, non è vero che sono tutti uguali. C’è chi fa più schifo degli altri.

7. Gli incendi in Australia. Chi nega la questione del cambiamento climatico perché non sopporta Greta ne è corresponsabile. E comunque finché non si pone al centro dell’agenda politica una sorta di rivoluzione ecosostenibile noi ed i nostri figli saremo condannati sempre più spesso a catastrofi come questa. No, non basta lo sforzo del singolo che ricicla la plastica, benché di certo tutto faccia brodo

8. La scuola che divide i bimbi in sezioni per ricchi e sezioni per poveri. Oltre al senso di vomito, trovo assurdo che ci sia chi giustifica la cosa perché sotto sotto si è sempre fatto. È consuetudine? Ebbene, è sbagliata. Siamo nel 2020, non possiamo più sopportare queste schifezze.

9. La scomparsa di Christopher Tolkien. E che posso dire? Vestu hal. Ferthu, Christopher, Ferthu.

10.Supernatural che si avvia alla fine. Non sono preparata. Prima mi hanno abbandonata gli HIM, ora Sam e Dean. Supererò anche questa, lo so.

And that’s all, folks!

Il buio oltre la siepe, di Harper Lee

Dunque, dal giorno di Natale sono orgogliosa proprietaria di un e-book reader. Sì lo so, l’oggetto-libro è meraviglioso e il profumo della carta vabbe’ e il fruscio delle pagine mammasantissima, però se hai una casa grande quanto quella dei puffi e puoi leggere qualcosa solo ed esclusivamente dalle nove di sera in poi in una stanza buia e dopo aver recitato a memoria “Topo Tip fa la nanna”…credetemi è l’unica soluzione.

Come primo libro ho acquistato “Il buio oltre la siepe”, di Harper Lee, un classico che volevo leggere da moltissimo tempo.

Lo dico agli scostumati tipo me che rimandano sempre ed hanno questo testo tra ciò che leggeranno “prima o poi”: mettetelo in cima alla lista, vi state perdendo un capolavoro.

Siamo a Maycomb, in Alabama, negli anni Trenta. La piccola Jean Luise, detta Scout, e il fratello maggiore Jem sono orfani di madre, ma vivono con il padre Atticus Finch che fa l’avvocato ed è un uomo di grandissima rettitudine e sensibilità. I bambini crescono serenamente in un mondo fatto di giochi, baruffe, piccole lezioni di vita mentre osservano con divertito distacco il mondo adulto rappresentato dal vicinato, finché la tranquillità della cittadina non viene sconvolta dal fatto che Tom Robinson, un bracciante di colore, venga ingiustamente accusato di avere violentato una ragazza bianca. La questione razziale emerge allora prepotentemente nella narrazione: Atticus prende le difese del nero e ne paga lo scotto con la disapprovazione dell’intera comunità che vuole un capro espiatorio. La strada verso il giusto processo si fa dura e loro malgrado anche i bambini restano coinvolti nella vicenda, toccando con mano una dimensione fino ad allora sconosciuta: l’ingiustizia fine a se stessa.

Era tantissimo tempo che non leggevo un romanzo scritto in maniera così limpida. Ricordo praticamente tutto: i nomi, le descrizioni, le sensazioni. Eppure l’ho terminato da oltre una settimana. La scrittura di Harper Lee scorre che è un piacere e, senza mai apparire pedante, resta sotto la pelle del lettore perché nel descrivere una situazione esplicitamente è in grado di veicolare molte informazioni implicite, rendendo questa lettura multilivellare. La caratterizzazione dei personaggi è puntuale ed accattivante, la protagonista è una bimbetta vivace e brillante con il cui punto di vista è davvero piacevole identificarsi.

I temi trattati sono enormi: la giustizia, le distanze sociali, la non-violenza in un mondo che ti spinge nell’opposta direzione, con il Bene incarnato da Atticus Finch, un uomo incredibilmente mite all’apparenza, ma che al momento giusto sa tirare fuori un’arsenale di qualità inaspettate.

Insomma, so che molti/e di voi avranno già letto questo libro da tempo, ma, se così non fosse fate un favore a voi stessi/e e recuperatelo, potrebbe essere un faro capace di rischiarare questi tempi nostro malgrado troppo cupi.

Vilisa

Sia io che Lui lo avevamo in mente da tanto tempo. Era un po’ che mi informavo, perché con tutto quello che si sente in giro è sempre più difficile fidarsi, specie quando c’è di mezzo il denaro.

Comunque è andata così: ieri anche io sono stata afflitta a causa della notizia della morte del ragazzino che si era rifugiato nel vano carrello di un aereo per tentare la fuga e costruirsi una vita migliore. Non so perché questa notizia, tra le tante brutte che arrivano, mi abbia svuotata così profondamente. Forse anche per il corollario di commenti spietati e bestiali che l’hanno accompagnata. Non so, davvero.

Per un istante, sono stata tentata anche io di precipitarmi sul profilo di qualcuno di queste belve e sommergerlo di insulti, ma poi mi sono detta di no. Vogliamo o non vogliamo essere diversi?

Tuttavia lo sgomento non mi abbandonava, perciò ho iniziato a pensare: “Che cosa si può fare?” E pian piano nella mia mente è riemerso il vecchio progetto.

Ne ho riparlato con lui e Lui ne è stato anche più entusiasta di me.

La bambina che da oggi sosteniamo a distanza si chiama Vilisa, ha cinque anni e vive in un villaggio del Kenya.

Per ora è tutto quello che so di lei anche se l’organizzazione che ho scelto, ActionAid, mi ha mandato una fotografia in tempo quasi reale.

Nella fotografia, Vilisa ha capelli cortissimi, una tuta rossa e il visino serio. Grazie al sostegno della nostra famiglia, potrà andare a scuola, avere miglior accesso all’acqua potabile e, cosa non scontata, le verrà dato aiuto in quanto femmina per favorirne un domani l’indipendenza.

A parte la serietà comprovata, mi ha colpito favorevolmente il fatto che il sito di ActionAid spieghi con dovizia di particolari come, anche se si chiama anche “adozione”, il sostegno a distanza è una forma di contributo che non solo aiuta il singolo bimbo o bimba, ma la sua famiglia e la sua comunità. Gli operatori dell’associazione portano avanti dei progetti nei vari paesi del Terzo Mondo, come quello della scolarizzazione e della lotta alla siccità in Africa, del contrasto al traffico di persone sia in Africa che in Asia e persino le lotte per un’equa redistribuzione della terra in America Latina. Tutti questi progetti sono verificabili ed è persino possibile incontrare il bimbo che si sostiene.

Il costo è meno di un caffè al giorno, ovvero 25 euro al mese. Con tutte le spese inutili che faccio, per la prima volta dopo tanto tempo, questo mi è sembrato un modo sensato per utilizzare la tredicesima.

Come ho scritto anche su facebook, solitamente sarebbe opportuno fare cose come queste in stretta riservatezza, ma io corro il rischio di apparire esibizionista perché dopo l’ondata di accuse infamanti rivolte alle ONG dai vari razzisti (ovviamente tutte infondate) anche le realtà di comprovata onestà sono in difficoltà. E allora io lo dico ad alta voce: mi sono fidata. Io e Lui ci siamo fidati e siamo MOLTO CONTENTI. Speriamo di poter avere presto notizie di Vilisa, di poterle davvero facilitare la vita con quello che per noi è un ben misero sacrificio.

Certo, questo non cambia il mondo, ma forse cambia il suo mondo, in meglio. Solo per questo pensiero, vale la pena. Mi piacerebbe tenervi aggiornati sulla mia “figlioccia” e rendervi partecipi delle novità, se ce ne saranno. Ovviamente, anche se non so se la vedrò mai, spero di avere occasione di mandarle qualche lettera o cartolina, perché sappia che, in un angolo di mondo, ci sono persone che vorrebbero sinceramente aiutarla e desiderano il suo bene. Siamo state unite dalla sorte, non ci siamo scelte, il tempo dirà se è stata una scelta fortunata. Io lo spero.

Chiamatemi Anne (Anne with an E) – serie Netflix

Per non farmi mancare nulla in questo inizio 2020, mi sono buscata un virus intestinale un po’ antipatico. Mentre combattevo la maledizione di Montepossinozuma, afflitta da un tremendo mal di testa e da labbra a canotto dovute allo zoster che non vedeva l’ora di farsi un giro, il Papà ha ritenuto che Richard The Coccolyn dovesse cambiare aria e così l’ha portato fuori tutto il pomeriggio.

Erano due anni circa che non rimanevo a casa da sola con le mani in mano e così…ne ho approfittato per fare binge watching della terza stagione della splendida serie “Chiamatemi Anne” che poi non è altro che la riuscitissima trasposizione di “Anna dai capelli rossi”, resa celebre da noi più che dalla serie di libri da cui è tratta, dall’ottimo anime anni 80 che ha vantato la collaborazione del maestro Miyazaki.

Devo ammettere che all’inizio la protagonista mi dava un po’ sui nervi, non certo per l’interpretazione di Amybeth McNulty che trovo perfetta. Semplicemente…mi sembrava un po’ troppo enfatico il modo di parlare del personaggio, caratteristica ovviamente voluta.

Anne è un’orfana non bella e piuttosto sfortunata, ma con un cuore d’oro e una immensa immaginazione. La sua vita cambia radicalmente quando per sbaglio viene assegnata ai fratelli Cuthberth – Matthew e Marilla – che volevano adottare un ragazzo affinché li aiutasse a mandare avanti la fattoria di Green Gables, ad Avonlea, una minuscola cittadina del Canada.

Dopo qualche esitazione, i due decidono di tenerla con loro ed in breve Anne conquista un posto nei loro cuori, grazie alla sua positività e alla brillante intelligenza. La bambina si distingue anche a scuola, sebbene sia afflitta dal dramma di essere bruttina e soprattutto di avere quelle malviste trecce rosse.

L’affetto dei Cuthberth e l’amicizia di Diana riescono a dare ad Anne la stabilità necessaria per fiorire. Non senza difficoltà, la ragazza riesce ad inserirsi nella comunità di Avonlea e il telefilm, così come i libri, ne segue i fantasiosi giochi di bambina, le avventure da adolescente, il delicato percorso per diventare donna, i teneri sentimenti per Gilbert Blythe, coetaneo brillante, costretto a maturare in fretta a causa della morte del padre. Nel telefilm Gilbert ha la faccia pulita dell’attore Lucas Jade Zumann e mi provoca sentimenti contrastanti: è talmente carino che non so se vorrei sposarlo o adottarlo! La terza serie, che ho visto oggi, tratta argomenti non da poco come il razzismo (in particolare verso i neri e verso gli indiani), il femminismo (ebbene sì!), le molestie, la censura…il tutto sullo sfondo dei panorami mozzafiato del Canada, che tra Ottocento e Novecento era ancora Nuova Scozia. Da quel che si legge, questa serie non avrà un seguito ed è, a parer mio, un vero peccato. Si tratta infatti di una produzione ben recitata e ottimamente realizzata, sceneggiata come si deve, con una splendida fotografia e personaggi adorabili. A mio parere è assolutamente sottovalutata. Decisamente da riscoprire!

2020. Duemilaventi.

Duemilaventi.

Duemila Venti. Venti che spazzino via le brutture a cui -ahimé – abbiamo assistito e con cui ci tocca avere a che fare.

Venti Puliti che soffino forte nella direzione ostinata e contraria di chi non si rassegna al fatto che solo il denaro conti. Venti Accoglienti che abbraccino chi ha fortuna e ancora di più chi non ne ha.

Venti che gonfino le vele di chi porge la propria mano, che sia per strada o su un mare in burrasca. Venti che sollevino il fardello di quelle persone che si sentono stanche, Venti che solletichino il naso di chi sta per cedere e ricordino che non sono soli.

Venti di Pace che si sostituiscano ai più tristi e famosi venti di guerra, Venti che turbinino nelle menti di chi prende decisioni e facciano piazza pulita di idee distorte e malsane, secondo cui, per esempio, non abbiamo tutti e tutte lo stesso diritto alla vita e alla dignità.

Venti profumati, che sappiano dirigersi verso il futuro, che si rendano conto che non è solo nostro. Venti freddi, anche, che sferzino chi -chiuso nel proprio orticello- proprio non vuol capire.

Venti d’amore che percorrano il Mondo e lo rendano di nuovo immenso. Venti di Consolazione, perché il dolore c’è e talvolta è talmente grande che non piange, ma non per questo può essere accantonato.

Venti di cultura, perché imparare e migliorare se stessi equivale a rendere più interessante il nostro pezzetto di mondo, Venti di ispirazione perché c’è più che mai bisogno di sognare, dato che – come diceva zio Walt – “se puoi sognarlo, puoi farlo”.

Si apre non solo un anno, ma un decennio che può essere molto meglio di quello appena passato, se questi Venti Freschi percorreranno le nostre giornate.

Auguri. Siate Venti!!!

Un sacco di buoni propositi

Mancano solo due giorni alla fine del 2019. Anche se non mi sono particolarmente riposata (Lui ha avuto una brutta influenza ed in generale si è dormito poco), mi sento abbastanza bene e propositiva. Coltivo la gratitudine perché anche quest’anno, con i suoi alti e bassi, il bilancio è stato buono (ho ottenuto -seppur temporaneamente- il part time, Riccardo si è ambientato bene all’asilo, le lezioni di giapponese procedono a gonfie vele, le vacanze fatte quest’anno sono tutt’ora un bel ricordo, gli amici che,nonostante la nostra vita sociale sia altamente limitata non ci hanno abbandonati…). Non mi posso proprio lamentare, nonostante ampi margini di miglioramento.

Anche quest’anno ho deciso di mettere nero su bianco i buoni propositi, perché anche se poi non adempio proprio tutto, mi aiuta a focalizzare ciò che davvero voglio.

Quindi, in ordine completamente casuale, ecco la lista che mi sento di condividere:

1. Voglio AscoltarMi di più. A volte, il rumore caotico delle variegate altrui volontà supera la mia voce interiore. E per accontentare le richieste, talvolta non mi ascolto e ci rimetto, in tempo ed energie.

2. Voglio richiedere il rispetto che merito. Un giorno ne parlerò approfonditamente, ma ho scoperto che mettendomi troppo nei panni degli altri a volte li scuso e li lascio comportare in maniera poco rispettosa dei miei sentimenti. Vale per persone che mi stanno anche molto vicine. Beh, a 40 anni suonati, mi sento di dire che basta così.

3. Voglio incoraggiare gli altri. Questo mondo ha già abbastanza distruttori, io vorrei essere una costruttrice.

4. Voglio rendere Riccardo ogni giorno più felice (e fargli prendere l’abitudine di lavarsi i dentini).

5. Voglio organizzare il mio tempo efficacemente ( questa è decisamente la parte più difficile).

6. Voglio registrare l’Associazione Iruka in modo che possiamo partecipare a bandi e concorsi dato che abbiamo un sacco di idee.

7. Voglio lottare per proteggere i diritti, soprattutto delle ragazze, dei bambini e delle bambine. Forse mi conviene iscrivermi a qualche associazione.

8. Voglio migliorare la qualità del mio tempo, quindi basta perderne a litigare con i fessi (maschilisti, razzisti, omofobi, ignoranti felici di esserlo etc).

9. Voglio leggere almeno due libri al mese. Ora che Babbo Natale mi ha portato un fantastico e-reader con lo schermo retroilluminato non ho più scuse (sono già a metà de “Il buio oltre la siepe”, fantastico!)

10. Voglio migliorare il mio giapponese. (Lo so, questa la scrivo tutti gli anni e faccio ancora schifo).

11. Voglio stare con le persone che mi vogliono bene il più possibile e far sentire loro tutto il mio affetto.

12. Voglio imparare a decorare i cupcakes fighissimamente.

…ecco, sul momento non mi viene altro. D’altronde sono quasi tutte aspirazioni molto ambiziose, però se si fanno dei buoni propositi si fanno in grande oppure niente, giusto? Ah sì, ultimo proposito: voglio continuare a scrivere questo blog che, seppur modesto, mi offre una finestra a cui affacciarmi e mi dà grande soddisfazione.

Spero che anche voi abbiate un po’ di idee su cosa realizzare nel prossimo futuro e, se vi va di condividerle…sono qui, curiosa come una scimmietta!!!

Essere Babbo Natale

Poche righe, solo per farvi, di cuore, tantissimi auguri per questo Natale. Sono qui con Ricky che stasera è agitatissimo perché sa che un certo signore dalla barba bianca dovrebbe presentarsi a breve e secondo me spera già di vederlo. Come ho sperato io fin quando mi è stato possibile.

Eccomi qui, mi dico, dall’altro lato della barricata. Il signore vestito di rosso che arriva davvero…attraverso me. E no, non penserò mai a Babbo Natale come al testimonial della Coca Cola incrociato con San Nicola.

Per me lui è uno spirito, un’energia che esiste e si manifesta. In questo periodo dell’anno lo fa in gran parte attraverso pacchetti colorati, ma in altri momenti è qualcosa di diverso.

È il giovanotto che ti cede il posto sull’autobus, la signora che ti dà un buon consiglio, la famiglia che si dedica al volontariato, la persona che accarezza la mano di un malato…e così via. È chi fa il proprio lavoro con coscienza, chi bada a non danneggiare il prossimo, chi ama donare. Chi ama e basta, senza secondi fini.

Questo spirito è un po’ in tutti noi. Non stanchiamoci di coltivarlo, nutrirlo, lasciargli spazio. Forse Babbo Natale è il suo nome più buffo. I cristiani potrebbero anche chiamarlo Spirito Santo. Per me è l’energia che ci muove e che dà un senso a tutto. Trovate voi il nome che preferite.

Buon Natale!!!