Feed RSS

Archivi categoria: Segnalazioni

La telenovela turca.

Allora gente, devo scrivere un post ad alto tasso di scemitudine. È circa una settimana che spacco la gnugna a chiunque abbia la sfortuna di incontrarmi, anche solo virtualmente, però sono preda di una di quelle inutili, idiote, smodate fisse che addosso a una quaranteenager come me stonano un po’ ma che mi fanno stare taaaaanto bene e mi fanno passare delle mezz’ore di sbavazzamento e allegria.

Tenetevi forte, perché la fissa del momento è…la telenovela turca.

Maria De Filippi, hai vinto tu.

Hai vinto tu perché io già nel tuo programma l’avevo adocchiato di sfuggita quel pezzo di fffffyyyyygo inverecondo che anima la suddetta telenovela e che risponde al nome di Can Yaman (che si pronuncia Gian).

Ho resistito per un po’ ai richiami delle sirene di youtube perché onestamente beccarmi cinquanta puntate da due ore in turco e coi sottotitoli mi faceva fatica. Poi cinque giorni fa in pausa pranzo stavo ruminando il mio riso scondito (quando non c’è lo chef mi riduco così) ed è passata in tv la pubblicità di Day Dreamer – Le ali del sogno. Tutti i giorni su canale 5. Per poco non ho dovuto chiamare l’ambulanza.

Sono riuscita a far finta di niente ancora una mezza giornata ma poi ho ceduto. Non posso vederla in diretta perché lavoro, ma ho fatto il profilo su Mediaset Play come le peggiori fans di Barbara D’Urso, di notte appena i due ragazzi dormono metto le cuffiette e…mi immergo per mezz’ora in questo puro Harmony televisivo.

Non l’ho mai visto e siamo solo alla terza puntata ma per ora la storia vede come protagonista Sanem, una ragazza come tante (diciamo un po’ sopra la media), un po’ svagata e sognatrice ma di buon cuore. La nostra ha tutte le caratteristiche della protagonista classica di questo genere, ovvero inciampa sui propri piedi (di solito le odio quelle che sembrano così sceme, però in questo caso non mi succede, non so perché). I genitori la minacciano di farla sposare col vicino di casa ciospo e belinone se non trova immediatamente un lavoro serio, così, pur a malincuore, la ragazza accetta il lavoro offertole dalla sorella maggiore, cioè fare da galoppina nell’agenzia pubblicitaria in cui la stessa ha un impiego come segretaria ed in cui spera di fare carriera.

L’agenzia pubblicitaria è proprietà della famiglia Davit ed è retta, oltre che dal fondatore, dal figlio minore Emre. Ma l’azienda naviga in pessime acque perché sembra che una talpa passi informazioni riservate alla perfida ex di Emre che ha aperto una propria attività dopo essere stata buttata fuori. All’inizio della storia, in previsione della festa per i 40 anni dell’agenzia, fa ritorno da uno dei suoi viaggi per il mondo il figlio maggiore dei Davit, Can. (Con molta fantasia attore e personaggio sono omonimi – suona un po’ come l’italiano Gian. Gianfigo, mi vien da dire ma va bene così). Can è un fotografo avventuriero di una bonazzita’ ultraterrena. È vero che tende a vestirsi un po’ da rambo truzzo e camminare a rallentatore, ma cristo santo, se non se lo può permettere lui non saprei chi altro.

Il padre lo supplica di restare per un po’ per via delle difficoltà dell’agenzia e perché – detta terra terra – Emre non sa fare una mazza. All’inizio Sua Bontà Imperiale rifiuta, ma poi scopre che il vecchio padre è malato e non si curerà se non potrà lasciare la ditta nelle sue capaci (e sempre incerottate) mani, quindi da figliol prodigo decide di accettare e prendere il comando della baracca mentre il vecchio fa finta di andare in crociera per raggiungere invece un ospedale super ( d’altronde sono ricconi).

La sera della festa, che precede la partenza del padre, tutti i dipendenti sono invitati, compresa Sanem. La ragazza finisce per caso nel palco privato di Can che arriva e, completamente al buio la bacia, scambiandola per la pseudofidanzata che si ritrova e che smolla sempre ovunque e comunque perché la ama come io amo i broccoli.

Il bacio al buio sconvolge entrambi i protagonisti, che però non si conoscono e, dato che lei e’ stupida e scappa via, confusa e felice, non possono nemmeno conoscersi. A lui resta in mente il profumo di fiori, a lei…le scarpe eleganti che sono l’unica cosa che vede (ma che Can si cambia subito perché deve fare il ribelle che odia gli smoking).

Il primo incontro alla luce del sole avviene in agenzia, dove Sanem dimostra subito l’imbranataggine che a questi manzi da mal di testa deve far scattare l’ormone (altrimenti non mi spiego). Ma c’è già la minaccia in agguato. La talpa che sta rovinando la ditta è proprio Emre, il fratello sfigato e invidioso, che decide di usare l’ingenua Sanem per i suoi scopi…

E siamo solo all’inizio. Come vedete la trama promette di dipanarsi come le peggiori telenovelas di Caracas, ma ragazze ( e ragazzi possibilisti), devo dire che è divertente. La fotografia è incredibilmente colorata, i personaggi sono tagliati con l’accetta ma…forse è anche un po’ il simpatico di produzioni come queste. L’aria di non prendesi troppo sul serio, dico. Chi dice che guarda questo prodotto per la trama e non perché sbava per il protagonista mente, ma è anche vero che per il momento lui non è un maniaco del controllo alla mister Grey, è gentile con Sanem e ne sopporta l’imbranataggine con la giusta insofferenza. È stranamente anche simpatico, ecco. Il risultato è che non vedo l’ora di andare avanti, che ne parlo con tutti perché….boh perché mi diverte e mi fa stare bene. Perché so che ci saranno peripezie e colpi di scena ma tutto andrà nel migliore dei modi. Perché è bello vivere una fiaba per una mezz’ora e sbavazzare allegramente come a vent’anni. Se non sbaglio si chiamano Guilty Pleasures, ma io non mi sento colpevole per niente, anzi ve lo consiglio….e se fin qui non vi ho convinte vi lascio la prova scientifica che guardare le telenovelas turche migliora la salute. Beccateve sta cura ormonale, mi ringrazierete dopo.

No, vabbè 1
No, vabbè 2

Perché possono farlo.

Sono certa che moltissimi di voi sono rimasti malissimo per l’ennesima uccisione a sangue freddo dell’ennesima persona afroamericana da parte di un bianco in divisa. Questa volta, il video ha fatto il giro del mondo e i dieci minuti di agonia di George Floyd, le sue ultime parole, quel “Non riesco a respirare” e quell’invocazione alla madre non possono lasciare indifferenti. Se lo fanno, siete parte del problema.

Minneapolis è stata messa a ferro e fuoco dalla rivolta, perché gli assassini di George Floyd, così come accaduto ai predecessori, sono stati licenziati, ma non c’è voce che dica che verranno perseguiti. Una sorta di immunità protegge questa gente, data dalla divisa.

Al netto della retorica della mela marcia che si trova ovunque e che i poliziotti in tutto il mondo si fanno un culo così etcetc (cosa che nessuno discute in questa sede) viene però da domandarsi come mai per una persona di colore negli Stati Uniti del 2020 incontrare un poliziotto bianco diventa un terno al lotto. Che cosa può avere spinto il poliziotto in questione a premere il ginocchio sulla carotide di un uomo che supplicava.

Il razzismo? Naturalmente. E fino a che punto, lo abbiamo purtroppo visto. Ma c’è anche un’altra cosa, più sottile ed odiosa, che accomuna questo assassinio ad altri di cui ogni giorno veniamo a conoscenza. La consapevolezza, da parte dell’omicida (o del femminicida, per esempio) che quello che sta commettendo è un atto che darà un messaggio ad altri. Il maschio ammazza la femmina per dire ai suoi simili “Vedete? Si è ribellata e l’ho rimessa al suo posto”. Il bianco ammazza il nero perché lo reputa inferiore e colpevole dei mali del mondo. E lo deve dimostrare. Non tutti arrivano all’estremo, ma che differenza trovate tra questo omicida e la signora in coda alla cassa che gode dell’annegamento di centinaia di poveracci?

Di fatto la ragione è semplice: se chiedessimo a qualunque attuatore di sopruso il perché della sua azione, la risposta-base sarebbe la più banale: PERCHÉ POTEVO FARLO. Perché il mio privilegio (di razza, colore, genere, religione,strato sociale) lo prevede.

Al momento, leggo tanti status contro gli USA. Mah, non mi vanterei troppo dopo che da noi ci sono stati gli Aldrovandi, i Cucchi, gli Uva…e temo che l’elenco sia più lungo.

Chi protesta è fatto passare per sovvertitore dell’ordine pubblico. Dal Presidente eletto, nemmeno una parola di conforto, ma hanno eletto uno con lo spessore morale di un rapanello, non c’era da aspettarsi troppo.

Cosa succederà adesso? Difficile a dirsi ma temo che questo non basti a scardinare il sistema dei privilegi. Nemmeno un virus sconosciuto lo ha scalfito più di tanto ed ancora una volta, mi sembra, ne stiamo uscendo abbruttiti e peggiorati. E gli uni contro gli altri nella più deprimente delle guerre “tra poveri” (che poi poveri a vederla bene non siamo affatto).

Da cosa si riparte, davanti a tanto schifo? Come diceva Tolkien, nella sua meravigliosa saggezza, dalle azioni del singolo. Dalla bellezza che ancora permane, dall’innocenza che va difesa. Perché un giorno non lontano quelli che oggi calpestano le vite altrui non possano più farlo.

Solamente tu

Naturalmente non puoi leggere questo post, non sei ancora capace. Ma lo scrivo perché forse un bel giorno te lo farò vedere. Forse dirai già che non capisco niente, forse non vorrai più i miei baci…ma a quel momento non penso ancora.

Penso all’adesso e a quanto ti devo ringraziare.

Da un giorno all’altro ti hanno tolto la possibilità di andare all’asilo, di giocare con gli amichetti e apprendere cose nuove dalle maestre.

Ero preoccupatissima, perché non potevi correre e prendere il sole e respirare aria fresca. Ma tu, giorno dopo giorno, mi hai dimostrato cosa è importante per te. E grazie anche al terrazzo della casa del nonno, dove viviamo la quarantena, la mia paura piano piano si è sciolta.

Non saprò mai dirti quanta forza mi hai dato e mi stai dando. Con i tuoi continui “mamma”, con i tuoi “sei una principessa rooooosa”, con i “mmmua’” baciosi, con la tua allegria e le tue risate.

Ogni mattina, quando mi chiedi “Mamma posso lavorare anch’io?” mi fai sciogliere come burro. E se penso a quanto sei bravo, al punto che mi riesce di lavorare con te in braccio, altro che “ogni scarrafone è bello a mamma soja”…ti porterei in giro come Rafiki con Simba cantando AAAAAAZWEGNAAAAA!!!

Grazie amore di cantarmi cento volte delle ruote del bus che girano (anche in inglese) o del piccolo naviglio, o dei cinque elefanti che si dondolano sulla ragnatela. Grazie di assegnarmi il ruolo di Sula quando giochi a essere Bing, o del Primo Ufficiale del tuo vascello quando fai il piratino. Prometto che migliorero’ la recitazione quando faccio la paziente della tua ambulanza e che non mi stancherò di spingere la tua altalena.

Ma tu, in cambio, promettimi di non togliermi troppo presto la testolina dalla spalla, non allontanare da me il paradiso della tua guancia. Dimmi sempre che sono “così carina e tenera” anche con i capelli che senza tinta si avvicinano al grigio ed anche quando sono tutta sbarruffata.

Perché di questa quarantena ricorderò tante cose belle e brutte, ma sopra ogni cosa avrò i ricordi del tempo passato con tuo padre e con te. Ed in cima a questi, ci sei solamente tu.

Botteri e le altre.

Se come molti ogni giorno frequentate i social network non può esservi sfuggito il caso del momento: Giovanna Botteri vs Striscia la Notizia.

Si dà il caso che il programma di Ricci abbia mandato in onda un pezzo in cui sfotteva la giornalista per il suo look – diciamo – non conforme ai diktat (no tinta, no messa in piega, no abiti notevoli, pochissimo trucco). Ebbene mi ha fatto tanto piacere vedere, oltre all’intelligente risposta della protagonista, una levata di scudi senza precedenti in difesa di quest’ultima. Tutti ne hanno sottolineato le moltissime competenze, la professionalità, le mille qualità giornalistiche che ne hanno costellato la carriera.

Bene, benissimo.

Poi mi sono guardata allo specchio e, quarantena a parte, non ho potuto non formulare un triste paragone. Mi spiego meglio: non credo di essere una con troppi fronzoli. Non mi importa granché, non posso farci niente. Forse il mio unico vezzo è la parrucchiera e la tinta per capelli, ma sotto gli altri aspetti sono ben lontana dall’essere una donna che “si tiene”.

E purtroppo per me non sono nemmeno una intelligenza sopraffina, o una professionista particolarmente apprezzata. Ecco, per me di levate di scudi non ce ne sono mai state, al contrario. A partire da persone anche molto vicine è tutto un lamento, perché col mio fisico potrei permettermi chissà che e invece mi si trova sempre un gradino al di sopra della tuta, pantaloni semplici e maglietta. Mi trucco anche pochissimo, ormai le occasioni si contano sulle dita di una mano.

Ecco, ho avuto l’impressione che Botteri abbia avuto la “concessione” di essere fuori standard perché è eccezionale. Ha doti fuori dal comune nella sua professione. Oh, certo per lei è normale essere com’è. Ma questa sua eccezionalità compensa ciò che la società richiede. Prima che il fedele lettore Scatolini arrivi a ripetere che chiunque può vestirsi come vuole, vorrei dire che so che sulla carta è così. Ma so anche che la pressione sociale, soprattutto in campo femminile, spinga in un’altra direzione. Molte donne lo fanno per se stesse, lo so. Molte hanno un fantastico gusto nel combinare quei quattro capi che pescano al mercato e farli sembrare un vestito da copertina. Per chi ci tiene, meglio così. Credo sia una qualità tra le tante.

Vorrei però che non solo quello contasse. E non solo per persone del calibro di Botteri. Penso che dovremmo avere il diritto di essere, tra le altre cose, anche malvestite. Spettinate. Con la ricrescita. Struccate. Brutte, cavolo.

Non comincerò un pippone sulla società dell’estetica. Questo pensiero estemporaneo finisce qui. Non è altro che uno dei tanti aspetti per cui accettiamo gli uomini anche se hanno la pancetta o i capelli un po’ radi, ma osserviamo con orrore le stesse caratteristiche in una donna. O come quando l’uomo brizzolato fa saggezza e maturità, la donna grigia fa befana.

Doppio standard. Odioso doppio standard.

Riflessioni da quarantena

Sembra che a giorni la Quarantena stretta finirà e con molti limiti e incertezze l’Italia si avvierà ad una cauta riapertura. Questo periodo mi ha gioco-forza indotta a riflettere su tante cose, a riconsiderarne molte e a rivedere alcune priorità.

Devo ammettere che mi sono chiesta se ho qualcosa che non va. Questo perché…ecco…mi vergogno un po’ a dirlo ma io questi arresti domiciliari li sto vivendo piuttosto bene. Al punto che temo che sarà difficile riabituarmi ad una vita fatta di incastri, di corse e di attività senza respiro. Fatalmente, io che ho sempre amato la lentezza, in questa dimensione mi sono ritrovata. E ho anche riflettuto sul lato negativo ovvero che è stato un po’ come una “vacanza dalle responsabilità” che quotidianamente mi sento gravare sulle spalle. Ora tocca riprenderle tutte. E va be’. Ma è stato bello.

Ho visto finalmente sbocciare il rapporto tra padre e figlio e per me è stato magnifico. Prima, il poco tempo a disposizione li aveva penalizzati. Ora invece si sono finalmente conosciuti “meglio”. Insieme sono meravigliosi. Per me è un piacere enorme vedere che Riccardo adora suo padre. Non mancano e non sono mancate le frizioni tra noi, ma ammetto che la nostra coppia ha superato anche questa…e direi piuttosto bene.

Sul lavoro non mi pronuncio, perché non l’ho mai interrotto, praticamente. Sento solo, forte, la gratitudine di avere un impiego, di avere una collega meravigliosa e con la quale mi trovo sempre in sintonia (ciao Lara!) e, lo dico anche senza timore di sviolinare, una responsabile che mi ha sempre capita, in cui ho fiducia e che ha contribuito sempre a far sì che io andassi in ufficio serena (ciao Franca!), questo per rispondere ai cinici che dicono che tra donne al lavoro c’è sempre falsità e competizione. Sul blog non ne parlo mai, ma credo che sia giusto riconoscere quella che è la mia realtà in questo momento.

Il tasto dolente è stato non poter vedere la mia famiglia d’origine quanto avrei voluto, così come alcuni amici ed amiche. Però una cosa che mi ha fatto stare bene è sentire che sono tutte persone a cui è davvero importato sapere come stessi, parlarmi anche solo per pochi minuti e, insomma, farmi capire che loro ci sono e si spera ci saranno ancora a lungo. Questo mi ha reso il distanziamento molto meno faticoso.

Inevitabilmente, sento che qualcosa in futuro cambierà. Non so fino a che punto, non so in che campo. È una sensazione, per adesso, ma non posso fingere che non ci sia. Mi sento come su una soglia, con gli occhi chiusi. Tra poco dovrò aprirli e vedere cosa mi aspetta. Spero di avere la stessa dose di ottimismo, affetto e quel pizzico di fortuna che fin qui mi hanno accompagnata.

Ad maiora.

Cose che odio e cose che amo (Quarantena version)

Dunque, riflettevo sul fatto che trovandomi a sopravvivere durante questa quarantena sguazzando nella fascia discretamente fortunata della popolazione, posso permettermi di pontificare ad cazzum e perciò ho deciso di scrivere uno di quegli elenchi top five di cui di norma non frega niente a nessuno quando va bene e fanno incazzare un sacco di gente se vengono presi in maniera sbagliata. E va be’ corriamo il rischio.

CINQUE COSE CHE ODIO DI QUESTA QUARANTENA:

1. Non vedere la mia famiglia. Siamo tutti tappati in casa da due mesi. Non ho ancora ben capito dove è il rischio se mi metto in macchina e li vado a trovare. A meno che il virus non stia in agguato appena fuori dal portone per saltare addosso agli ignari. Cosa che non accade.

2. La politicizzazione della pandemia. Laddove, invece di essere tutti uniti verso il comune scopo di migliorare la drammatica situazione, assistiamo ai soliti teatrini/campagna elettorale in cui si scaricano barili e ci si liscia le piume sulla pelle della gente. Che schifezza.

3. I virologi che dicono un giorno una cosa e quello dopo un’altra, in combo con i tuttologi da wikipedia che sentono il bisogno di diffondere notizie non verificate tipo che il virus ha un gonnellino e balla la hula. A tutto ciò si aggiunge un panorama d’informazione da terzo mondo in cui contano gli scoop (solitamente fasulli) e il clickbaiting e che non fa che generare confusione. Risultato: è sempre più difficile selezionare le fonti.

4. Quelli/e che la menano ai genitori disperati e/o in difficoltà perché devono tornare al lavoro in corrispondenza con le scuole di ogni ordine e grado ermeticamente chiuse. Quelli il cui slogan è che la scuola non è un parcheggio. Andate a cagare, di cuore. Avere a cuore l’istruzione dei bambini, la paura di non poterli seguire adeguatamente (perché siamo genitori e non insegnanti) ed anche il fatto pratico che se devo lasciare il figliolo per lavorare è un vero casino (non è facile trovare una baby sitter, c’è comunque il rischio e…avete presente che pagare una persona due ore al giorno oppure dieci ha un peso economico molto diverso vero?) E tutto quello che sapete dire è che la scuola non è un parcheggio? Graziearca’. Ma siete i primi a svilirla, la beneamata scuola, attribuendo a noi questa minchiata.

5. Quelli che per sembrare più intelligenti ti dicono che andrà tutto male, gli spargitori di veleni e sospetti, coloro che non sono in grado di vedere neppure un lumicino fuori da questo tunnel e devono provare a trascinare nel loro buio anche te…per di più solitamente su basi nulle, fake news o distorsioni dei fatti. Che non è e non sarà una passeggiata lo sappiamo, ok, grazie. Mobbbasta però eh. C’è anche una vaga, vaaaga possibilità che si trovi una cura, che le cose migliorino, chi lo sa?

CINQUE COSE CHE AMO DI QUESTA QUARANTENA

1. Il posto di lavoro a 50 cm dal letto. Forse l’avevo già annoverato tra i motivi di giuoia, ma OSANNAH! Un sacco di sbattimento in meno la mattina e col fatto che l’Erede è a casa è l’unica soluzione decente (e comunque non facile).

2. Loro Due con me tutto il tempo. Non so quando ci ricapiterà. Me la godo a più non posso.

3. La confezione da 3 kg di Nutella in cui sto per tuffarmi.

4. Il fatto di avere persino il tempo di leggere e fare tai chi. Anche questo, chissà quando ricapiterà.

5. Le lunghe telefonate con le persone a cui tengo. Non staremo distanti per sempre, ma è in frangenti come questi che si vede chi ci tiene e chi, invece, può fare a meno di te.

BONUS: La speranza che vada tutto meglio di quanto tutti dicono per poter fare gne gne gne ai Torvi Cinici.

Gne gne gne.

Questa immagine non c’entra molto con l’articolo ma mi fa ridere.

Cronache da una casa come tante.

Chissà come entreranno questo periodo e i mesi a seguire nei libri di storia. È una domanda che mi faccio spesso, che di tempo per pensare per il momento ce n’è abbastanza.

Da dieci giorni, sono una smartworker, ma il mio lavoro furbo è durato circa 3 giorni perché poi la Gente Importante ha decretato la chiusura delle attività non essenziali ed il settore del lusso vi rientra (e vorrei un po’ vedere). E già i nostri superiori ci hanno anticipato che, una volta esaurite le ferie, si passerà alla Cassa Integrazione.

Per me non è una novità, se ricordate bene. Al che non posso fare a meno di chiedermi se il sito in cui lavoro ha su di sé qualche maledizione indiana perché altrimenti non mi spiego. Detto ciò, c’è chi sta molto peggio e direi che non è il caso di esprimere altro se non una cauta preoccupazione.

La cosa più brutta – per chi sa come mettere il pane sulla tavola – è questo enorme punto interrogativo a cui risulta impossibile dare una risposta. Cosa succederà? Cosa è meglio fare?

Impossibile non pensare a chi rimane senza stipendio, senza sostegno (o con un sostegno risibile), con famiglie a carico, con il futuro più incerto che mai. C’è chi prevede un futuro di violenze e sopraffazioni ed io vorrei cancellare queste voci dalla mia testa, ma sono purtroppo costretta ad ammettere che potrebbe essere così visto come ha sempre funzionato finora. Poi però il mio lato positivo ed ottimista non riesce a non mettere il naso fuori ( e vi assicuro che è un naso molto importante).

Non posso fare a meno di benedire le mie fortune. Tanto per cominciare, sto affrontando questa quarantena con Lui e Nostro Figlio. Certo, a volte ci sono dei battibecchi e delle stanchezze, ma non so se mi ricapiterà di averli tutti per me ed essere io tutta per loro. Riccardo, grazie al cielo, è sufficientemente piccolo per non soffrire troppo la clausura, finché può giocare con mamma e papà.

Lui ha organizzato spesa, cibo e bevande in modo da uscire per davvero il meno possibile e questo in qualche modo mi rasserena.

Non sono tra quelle persone che sa tutto, perciò non ho da recriminare su quello che il Governo dovrebbe o non dovrebbe fare. Penso davvero che, data la situazione, abbiano fatto di tutto per mantenere un qualche equilibrio tra trasmissione dei contagi, economia, ordine pubblico, tentativi di sostenere le fasce deboli. La coperta è corta, ma si cerca di farla bastare e forse questo può dipendere da ognuno di noi.

Sta emergendo con prepotenza un senso di quanto la vita “di prima” fosse in molti modi sbagliata. In pochi giorni l’inquinamento nelle zone di lockdown si è sensibilmente ridotto, l’ONU ha chiesto il cessate il fuoco in tutte le zone di guerra, gli animali si mostrano nelle città e sulle coste, sono crollati i crimini di strada…potrei proseguire per molti minuti. Abbiamo persino ridimensionato le figure dei calciatori strapagati, per rivalutare quelli che fino a ieri erano gli ultimi della fila: medici, ricercatori, infermieri, insegnanti, commessi, autotrasportatori, personale delle pulizie…tutti coloro che VERAMENTE reggono la baracca. Santo Cielo, mi sembra di scrivere il riassunto di un romanzo distopico ed invece è tutto vero. Ci riscopriamo umani e fragili e forse questa sarà una dura lezione…ma già sappiamo che sarebbe folle tornare a essere esattamente come prima.

Forse risulterà chiaro che si devono trovare soluzioni alternative, darci limiti e cercare nuove strade che possano essere percorribili da tutti salvaguardando quanto di bello abbiamo ancora. Credo che solo una cosa possa salvarci in tutti i sensi: la solidarietà. Penso che sarebbe opportuno organizzarci fin da ora per AIUTARE chi non ha quanto noi, per TENERE UN OCCHIO SUI NOSTRI VICINI, per DARE UNA MANO. C’è chi lo sta già facendo. Se avete idee per essere d’aiuto, le ascolterei volentieri.

Non dimentichiamo che, come ha detto il buon Alberto Angela, gli italiani si stanno già aiutando tra loro, moltissimo. Rimanendo in casa, aiutiamo a salvare vite. Ma forse si può fare di più.

Vi voglio bene.

Tazzina di caffè virtuale che ci scambiamo con le amiche. D’altronde siamo Quarantenni da Buongiornissimo!

Andrà tutto bene.

Lo so che siete impauriti e sfiduciati, è normale. Tante cose che abbiamo sempre dato per scontate non lo sono più e questo è successo in un lasso di tempo talmente breve da lasciare spettinati.
Da ieri sera tutto lo Stivale è zona arancione. Arancione, non rossa. Significa che, seppur limitati, sono consentiti gli spostamenti per necessità (quindi assaltare i supermarket è stupido oltre che inutile). I controlli ci sono, per lo meno così sembra. E così anche l’italiano medio comincia a capire. È partita la campagna #iostoacasa che scoraggia le uscite superflue. Sono partite le raccolte fondi per rinforzare in tutta Italia le terapie intensive e gli italiani stanno rispondendo con grande generosità (cavoli, i Ferragnez hanno raccolto quasi 3 milioni di euro in poco più di un giorno! Che potenza!!!). Il governo sta facendo del proprio meglio e si vede, data la situazione. Comunque la si pensi politicamente, credo sarebbe difficile fare meglio, considerando che ci troviamo ad una situazione pericolosa e del tutto nuova.
Certo, l’economia ne risente. Ma in che modi…lo sapremo solo tra un po’. Io credo davvero che ci riprenderemo in tutti i sensi. Il fatto che molte persone, tutte insieme, stiano iniziando e mantenendo un percorso di responsabilità mi fa ben sperare.
Cosa può fare il singolo? Io vado a lavorare e poi torno a casa dal mio bimbo, che passa le giornate con la nonna benedetta. Unica uscita: spesa.
Ho pensato che visto che ci sono potrei farla anche per qualche persona bisognosa in paese, oltre che per i miei genitori, perciò ho dato il mio contatto al presidente del circolo ARCI e vediamo se potrò dare una mano.
Ho donato una piccola somma per l’ospedale della mia provincia. Non molto, ma quello che posso in questo momento.
Che sto in casa il più possibile l’ho già detto?
Nei prossimi articoli forse vi delucidero’ in merito ai modi per passare la quarantena in famiglia, quando hai la manualità di un bradipo in coma e ogni volta che vedi i video fighi delle mamme superbrave che intrattengono i pargoli facendo loro scolpire la Pietà di Michelangelo in pasta di sale ti assale il Senso di Inadeguatezza. Vi segnalerò anche libri e serie, se me ne capitano di decenti. Nel frattempo su con la vita: andrà tutto bene.

Aho’, 2020! Cosa ci eravamo detti?

Inserito il

Non ho intenzione di aspettare dicembre a prendere per le orecchie quest’anno, i cui primi due mesi hanno mantenuto il tradizionale “anno bisesto anno funesto”. Aho’, 2020 vieni un po’ qua che facciamo due chiacchiere.

Non sei partito granché bene.

Prima, ci hai portati sull’orlo di una Guerra Mondiale, poi sto benedetto Virus, di cui ancora non si sa bene che pensare, poi rinfocoli i conflitti già in essere, rendendo ancora più aspre situazioni come quella dei profughi Siriani, bimbi compresi.

Senti bello, già sei messo male. Rischi di essere bocciato. Eppure, non deve essere il tuo destino. Vedi di ripigliarti, eh, che di cattiverie e sfighe immonde non se ne può più.

Noi persone -diciamo – non ancora convertite in lupi mannari siamo un po’ stufe della guerra tra poveri. Siamo stufe di poterci indignare solo via social, mentre qui vicino i nostri fratelli muoiono. I bambini che potrebbero essere i nostri muoiono di freddo o cercano il suicidio. Persone, che non siamo noi solo per un gioco del destino, vengono torturate per il reato di aver sperato in una vita migliore. Intanto vediamo politici confusi nel migliore dei casi, cinici ed incapaci in altri, che badano a non perdere consensi anche se si tratta di accontentare la versione peggiore del popolo insoddisfatto, quella che ancora ha tutto ma invidia sempre chi ha di più e schifa chi ha di meno.

Siamo diventati così in un momento preciso, o è stata una cottura lenta? Quando le care nonnine non battono ciglio davanti ai bambini assiderati, dicci, cosa ci salverà? Un dio sbandierato alla bisogna e poi dimenticato quando non fa comodo?

Allora, 2020, è ora di cambiare strada. Di pensare a ripristinare quello che ci rende sapiens, che non è, come molti credono, il raffinare sempre più la capacità di farci del male a vicenda. Al contrario.

Questo post non avrà immagini. Non ho il cuore per mettere qui altra sofferenza. Io voglio continuare a sperare che un mondo migliore sia possibile. Di più: un mondo migliore è necessario. Siamo al collasso di questo sistema plutocratico ed iniquo. Forse non sarà indolore ma non è possibile non cambiare.

Etciu’.

Mai nella vita avrei pensato che questo piccolo suono facesse tremare qualcuno accanto a me. Stiamo vivendo giorni stranissimi e sono certa che tutti ci domandiamo un sacco di cose.

Quanto durerà, tanto per cominciare. Se lo chiedono gli abitanti di Codogno costretti alla quarantena, se lo chiedono i genitori che devono tenere a casa i pargoli un po’ in tutto il Nord Italia, se lo chiedono probabilmente anche gli operatori sanitari sottoposti a uno stress lavorativo tre volte superiore alla norma.

Noi, comuni mortali, non smettiamo di chiederci se c’è davvero da aver paura o no. C’è chi dice che sto #coronavirus è poco più di una influenza, ma sembra strano che per un raffreddore un po’ aggressivo si blindino interi paesi. Ci sono i burioni del caso che – con numeri alla mano – affermano che ci vuole la Qua-ran-te-na (ma non dovevamo stare tranquilli?)

Nel dubbio l’italiano medio fa ciò che non dovrebbe fare: saccheggia il supermercato a livelli da The Last of Us, sparge bufale su internet (“mio cugggino che ha mangiato cinese l’altroieri è diventato Licantropo, fate attenzione al pollo col bambù!”), va al Pronto Soccorso, dove gli è stato detto di non andare, nei casi più gravi si sposta anche quando la legge glielo vieta perché proveniente da zone a rischio.

Che brutto. Abbracciarsi, toccarsi, è diventato pericoloso. Il virus può essere fetentissimo in quanto asintomatico.

Lati positivi: ci laviamo tantissimo le mani e la faccia.

E forse, ma dico forse, qualcuno comincia a capire cosa significa non avere il proprio rassicurante quotidiano. Forse la smetteremo di dare addosso a quelli che scappano da pericoli molto più atroci di questo. Forse aumenterà la nostra capacità di essere grati di quel che abbiamo.

L’economia ne risentirà. Forse, sarà occasione per ripensare qualcosa.

Sembra, per esempio, che in Cina lo stop forzato abbia ridotto le emissioni inquinanti di un sacchissimo, proprio. Il che non mi spinge a tifare per il virus ma appunto mi fa pensare che forse potrebbe essere uno spunto per ripensare qualcosa. O forse sono troppo ottimista: quando si ha a che fare col Soldo, si sa che vince quasi sempre.

In ogni caso stiamo a vedere che succede, starnutendoci nel gomito e disinfettando qua e là per poi ritrovarci in coda in supermercati strapieni di gente. Che fa etciu’. Perché è febbraio e alzi la mano chi non ha un po’ il naso chiuso.