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Per fare gli auguri al blog…un nuovo progetto!

Oggi questo blog compie ben 9 anni (letteralmente volati) e, sebbene negli ultimi tre abbia scritto una volta ogni crisi di governo (quindi comunque un numero consistente…) non chiudo, no, nemmeno per sogno. Mantenere questo minuscolo angolo è un pensiero felice e chissà che per una volta non riesca a mantenere il buon proposito di tornare con una certa costanza a scrivere.

In realtà, alla scrittura creativa mi sono riaffacciata da un paio di mesi. Per questo voglio presentarvi il piccolo miracolo che mi ci ha riaccompagnata.

Il progetto si chiama “Le cronache di Eileden” ed è un gioco di ruolo in play by chat di prossima apertura.

Per chi ne fosse completamente a digiuno, un play by chat consiste nel creare un personaggio tramite una scheda che viene proposta al momento dell’iscrizione e poi “interpretarlo” all’interno di una ambientazione, di fatto componendo piano piano una serie di racconti a più mani. Infatti nel gioco si interagisce con un master che propone gli spunti per l’avventura e si occupa di mantenere la “rotta” e gli altri giocatori che a propria volta interpretano i più svariati personaggi. C’è inoltre un sistema di gioco (nel nostro caso chiamato D6) ovvero la versione tecnologica del dado che stabilisce in maniera totalmente neutrale se e fino a che punto le azioni del vostro personaggio avranno successo.

Le cronache di Eileden mi ha attratta perché per me coniuga perfettamente gli elementi classici dell’high fantasy con un nuovo modo di usufruirne. Caratteristica peculiare di questa nuova land è infatti il focus sulla narrazione, rispetto ai soliti pbc che propongono l’idea di accumulare oggetti oppure far diventare il proprio personaggio “il più potentissimo di tutti e anche di He Man”. Alle spalle del gioco di ruolo c’è infatti un originale e curatissimo progetto di editoria digitale, ovvero le migliori quest verranno editate e trasformate in audioracconti, grazie alla collaborazione di un piccolo gruppo di doppiatori professionisti, che finora ci hanno fatto davvero emozionare (Grazie a Librinpillole, VIR – La Forza delle parole e Il Fantastomondico di Francesco Zanetti).

C’è anche qualcos’altro che rende per me particolare il progetto, ovvero la tensione di tutto lo staff nel creare il più possibile una land che faccia dell’inclusività il suo punto d’onore. Non è facile, perché se c’è un mondo che spesso scivola nello stereotipo è quello dell’high fantasy. Ecco, noi speriamo di riuscire, pur con un tono leggero, ad offrire uno spazio in cui tutti e tutte possano sentirsi a proprio agio e al sicuro, possano lanciarsi nell’avventura più pura e allo stesso tempo – chissà – riflettere su come creare un mondo nuovo dove le differenze (di genere, di specie, di livello sociale, di aspetto, di salute anche psichica) non siano più qualcosa da guardare con sospetto, ma siano una risorsa. Dove, magari, ci si porge la mano. Questo non vuol dire che gli eroi delle nostre quest non affronteranno terribili nemici, ma che ci saranno sempre spunti che tenderanno a ribaltare i più comuni punti di vista, anche dove le situazioni si presenteranno un po’ vecchio stile (ma vi prego, lasciateci porgere omaggio a chi ha fatto sognare noi, senza scomodare il Professore, basta sussurrare qualcosa come “Dragonlance” per farci brillare gli occhi…).

Insomma, io dovevo collaborare solo con qualche consiglio da vecchia zitella quale sono, ma il continente del Danthuras mi ha risucchiata letteralmente. E qui ho conosciuto Thalena, una ragazzina mezzelfa dalla pelle color caffelatte che mi ha presa per mano e mi sta portando con sé assieme al suo Maestro sempre mascherato, un Elfo che è sicuramente molto più di quel che appare (e non dovrei dirlo io ma è un figo dda paura)…

Se vi andasse di ascoltare qualche racconto, iniziate da qui.

Si tratta di una serie creata per sviluppare l’Ambientazione in cui i personaggi dovranno muoversi e interagire, ovvero…qui vi presentiamo un po’ il continente, chi lo abita, le specie ed alcune caratteristiche. Scoprirete che la Magia esiste, ed è molto pericolosa, ma che è un Dono inimmaginabile per chi la pratica. Quindi, cosa aspettate? Tra poco il gioco sarà attivo, potete iscrivervi alla nostra pagina facebook, ma soprattutto al canale youtube dedicato e poi venire a curiosare su www.cronachedieileden.it …e perché no? Raccontateci la vostra storia!

Special thanks a Elle Vega, il cuore e la mente di Eileden, che ha saputo creare un mondo che quasi ti travolge, a Ilenia “Persefone” Restani per il suo tocco artistico e ad Andrea Pulita, senza il cui humor saremmo tutti mooolto, moooolto più tristi.

Illustrazione di SoulofPersephone Art (grazie Ilenia!)

Halloween 2020

Torno al blog il giorno della mia festa preferita, nonostante – non so voi – ma a noi la regione abbia appioppato il coprifuoco serale (solo per i divertimenti. Si può andare a lavorare, sia chiaro. Non si può stare in giro.) E quindi anche quest’anno “Dolcetto o scherzetto” lo facciamo l’anno prossimo.

Si sopporta, è questa la parola esatta.

Da quando ho smesso di frequentare assiduamente i social, devo dire, sopporto meglio. Forse perché la negatività circolante mi raggiunge meno amplificata ma, visto che oggi è la festa in cui si mettono alla berlina le paure, dirò che è tutto questo NERO che emerge nelle persone che un po’ mi spaventa e molto mi intristisce. Se prima pensavo che ci fossimo incattiviti a causa di una certa, brutta politica, non avevo immaginato i livelli di adesso.

Non ne siamo usciti migliori. Non ne siamo usciti proprio e temo che ci rimarremo anche quando questo dannato virus sarà sconfitto (perché prima o poi la cura la troveranno).

Ma dicevamo? Ah sì, Halloween. Ho un quasi treenne in casa che ancora non ha capito bene cosa sia e allora ho pensato che gli lascerò comunque mettere il suo costume dell’Uomo Ragno e proverò a dare un piccolo party privato solo per noi tre e il nonno (con il quale viviamo dal primo lockdown per questione di spazi).

Perché nonostante sia molto difficile, non mi voglio abbattere, voglio reagire anche psicologicamente a questa paura (che non nego di avere). Come faccio? Come ho sempre fatto. Partendo dall’immediato: facendo la conta delle mie fortune e concentrandomi su di esse.

Ho la mia famiglia. Abbiamo la salute (per ora!) Abbiamo ancora il lavoro (e questo non lo possono dire tutti!). Ho i miei amivi e con alcuni di questi sto condividendo progetti, di cui vi parlerò…insomma, si torna alle radici. E forse è questo il significato originale che doveva avere la festa di Halloween. È il momento del seme che resta al buio sotto lo strato di terra, in una dimensione intima ma di infinite possibilità. Proviamo a pensarla così. Non saremo ostaggi per sempre. Né del virus, né della paura.

Perciò, nonostante tutto, Happy Halloween!

Gli dei di Darraj – Osservazione comparata, di Laura MacLem

Ormai non ho molto tempo per leggere. Nonostante abbia praticamente smesso di usare Facebook, il lavoro e la vita da mamma sempre di corsa mi rendono difficile sedermi un poco e rilassarmi con un buon libro tra le mani. Diciamo però che capita di trovarsi qualche volta con una storia che fin dalle prime righe non ti vuole mollare. E che si fa? Si legge, punto e basta.

Avevo bisogno di immergermi in un romanzo come questo perché era davvero troppo tempo che non venivo trascinata in questo modo.

La trama vede come protagonista Kim, una “medica senza galassie”, nel senso che è una viaggiatrice interstellare di razza (suppongo) homo sapiens la quale compie missioni su vari pianeti portando nozioni mediche avanzatissime e di fatto tentando di migliorare le comunità che incontra. Una specie di Gino Strada versione rock, giovane e spaziale, per intenderci.

A causa di un incidente Kim finisce su un pianeta che non conosce, in una zona che dovrebbe essere disabitata ed invece viene a contatto con la fiorente civiltà del regno di Darraj, una sorta di commistione tra Egitto, Antica Grecia e -forse – qualcosa che ricorda l’Antica Persia.

Qui l’incontro/scontro con l’erede al trono di Darraj, Harago (sì, si chiama come il cattivo dei Cinque Samurai, no non è brutto e antipatico come lui, aaanzi…) determina per la ragazza l’inizio di un’esperienza nuova persino per lei, forgiata da decine di missioni. Kim assiste alla fine di un’era, ad un cambiamento epocale che suo malgrado la vede prima ispiratrice e poi perno degli accadimenti, in un modo che lei stessa non avrebbe mai pensato: scambiata per la misericordiosa dea Pashupati, soave incarnazione di quanto di buono c’è al mondo, finisce al centro di uno scontro di poteri che coinvolge uomini e dei, con una casta sacerdotale agguerrita e terribile, gli intrighi di palazzo per tenere in scacco i regni alleati (che poi così tanto alleati non sono), ma soprattutto la faticosa lotta di una intera civiltà per progredire ed il titanico sforzo di un eroe che vuole per davvero il bene della sua gente.

Il primo pregio che troverete in questo libro è una costruzione ambientale minuziosa e affascinante. Darraj vive e respira nelle parole di Laura e sembra di attraversarne le strade, assaggiarne i sapori, odorarne i profumi approfondendone la conoscenza pagina dopo pagina. L’impianto del romanzo, che ricordiamo essere fantascientifico, sfuma nel fantasy mitologico. La mitologia, su cui la storia prende piede e si eleva, è molto ben congegnata: nelle divinità di Pashupati e Melmoth risuona un’eco di Ade e Persefone (forse voluta?) che l’autrice è stata in grado di farmi amare immensamente in Regina di Fiori e Radici, ma discreto spazio hanno anche il Leone Dorato, volto guerriero della dea, e poi il dio dei mari ed il Re dei Cieli… e senza voler spoilerare troppo vi dico che tutti, in un modo o nell’altro, mostreranno uno dei propri volti.

Il terzo pregio è la caratterizzazione dei personaggi: Kim non è la fanciulla perfetta, la damigella da salvare, la svenevole di turno. È una ragazza moderna che ama gli altri, detesta la violenza e fa abbondante uso di turpiloquio. E deve lottare con la propria empatia, che la porta ad affezionarsi e le rende difficoltoso il distacco necessario per interrompere la missione…naturalmente non c’entra nulla un certo Harago, un figo che non se ne vedono da qui ad Aldebaran di sicuro, ma anche coraggioso, generoso, intelligente, sensibile senza volerlo apparire e insomma un QUANDO TE RICAPITA scritto a caratteri cubitali tra le stelle. C’è una postilla, in realtà, e cioè che il ragazzuolo è leggermente maledetto ed ha dovuto seppellire sette mogli perché sembra che Melmoth ce l’abbia con lui per non essere diventato una vittima sacrificale grazie all’affetto e alla lungimiranza del re padre, ma insomma, nessuno è perfetto…no?

Attorno a loro si muovono una quantità di comprimari tutti profondamente delineati, tra i quali spiccano Aktia, un ragazzino che Kim ha salvato appena arrivata a Darraj, dotato del dono di vedere gli spiriti, che sarà determinante per la lotta finale contro le forze di Melmoth, e poi Kengha, l’Uomo Leone, un altro viaggiatore stellare ed unica speranza per Kim di tornare a casa. Ma non si possono dimenticare i fratelli di Harago, il sacerdote di Pashupati ed infine la grande antagonista del principe, la sacerdotessa di Melmoth che sembra ordire la più terribile delle trame, anche se forse non sempre l’orrore si trova dove è facile volgere lo sguardo.

Il quarto pregio è – ma questa non è una novità – lo stile di Laura, che ne fa ai miei occhi una delle scrittrici di maggior talento che conosca. Riesce a infiocchettare una descrizione vivida e piena di poesia, poi ti sorprende con una punta di humor, poi ti avvolge con la grandiosità di una battaglia o l’epicita’ di un racconto mitologico e poi ti affascina con un momento di introspezione, ti fa conoscere uno ad uno i suoi personaggi al punto che quando il libro si conclude…ti mancano.

Il quinto pregio è che c’è la storia d’amore, ma non è solo una storia d’amore. In ballo c’è qualcosa di più grande, un valore immenso che poi è la cifra della evoluzione umana: la non violenza, in un certo senso.

Il sesto pregio è il finale, che naturalmente non vi svelo, ma che per me è stato altamente soddisfacente, il punto in cui fantascienza e fantasy si fondono e i richiami attraverso tutto il libro trovano un certo compimento e spiegazione…senza dire tutto.

Il settimo pregio è…la capretta. Ma se vorrete sapere di più su di lei e sul cosiddetto uomo che lancia le capre dovete affrettarvi a fare la cosa più sensata. Procuratevi questo libro e godetevelo, date retta a una zitella, un sogno ad occhi aperti così non capita di frequente.

L’illustrazione in copertina è di Serena M. Marenco

Perché non si può non vedere Cobra Kai

Come tutti quelli della mia generazione, ho visto varie volte Karate Kid e i suoi seguiti. Senza esserne una fan sfegatata, quando mi capitava un passaggio tv, lo guardavo con piacere,gustandomi il sapore dei “bei vecchi tempi”.

Quando ho sentito parlare per la prima volta di Cobra Kai (era ancora prodotto per YouTube) mi ha fatto sorridere e, appena ho saputo che Netflix l’aveva acquistato, ho deciso di guardarlo, per pura curiosità.

Di solito quando tutti parlano bene di un prodotto televisivo, io diffido sempre un po’, ma questa volta…questa volta hanno ragione tutti quelli che me lo hanno consigliato.

Come forse già saprete, Cobra Kai è un sequel di Karate Kid, ma santo cielo…è meglio dei film originali, senza i quali, comunque, perderebbe un po’ di spessore.

Sono passati più di trent’anni da quando il giovane e timido Daniel LaRusso ha sconfitto il bullo Johnny Lawrence al prestigioso torneo di karate di All Valley, grazie agli insegnamenti del maestro Miyagi (metti la cera, togli la cera).

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti! Daniel ha fatto successo, è diventato proprietario di una catena di concessionarie, ha una villa, una moglie bella e in gamba e due figli. Johnny, invece, ha condotto una vita grigia, senza molte prospettive. È divorziato, non è riuscito a prendersi le responsabilità di padre e non ha per questo alcun rapporto col figlio Robby.

È proprio dal punto di vista di Johnny Lawrence che veniamo introdotti nella vicenda. Per una serie fortuita di eventi, Johnny e Daniel si incontrano di nuovo e l’antica rivalità si riaccende così come, in entrambi, la passione per il karate.

Per fare qualche soldo, Johnny decide di mettersi a insegnare e così apre un dojo che chiama Cobra Kai, come la vecchia scuola che lo ha formato, seppur trasmettendogli insegnamenti che non lo hanno portato propriamente ad essere felice. Il suo primo allievo è Miguel Diaz, il figlio della sua vicina di casa, che si rivela incredibilmente talentuoso e riesce, in breve tempo, a difendersi dai bulli che gli rendevano la vita difficile. Il dojo diventa così molto popolare, ma Miguel si innamora della figlia di Daniel e…Robby, per far dispetto al padre, decide di andare a lavorare proprio presso in una delle concessionarie LaRussa e col tempo gli si affeziona molto, ricambiato.

Non vi svelo oltre in merito alla trama perché Cobra Kai merita di essere visto. La qualità migliore della serie è lo slittamento dei punti di vista che in Karate Kid era molto manicheo (Daniel buono, Johnny cattivo), mentre qui confonde molto le acque al punto che non si parteggia più per nessuno, in quanto tutti i personaggi hanno pregi e difetti e non si vede l’ora di scoprire cosa accadrà.

La serie strizza l’occhio al successo dei film, scherzando anche sulle battute più famose e vince con una sceneggiatura di buon ritmo, divertente, dal gusto vintage quanto basta. Considerando anche che ci sono tutti gli attori originali (eccetto Pat Morita che ahimé ci ha lasciati ed appare in flashback tratti dai film) l’effetto è assicurato, ma non si tratta solo di un’operazione nostalgia.

Ecco, il bello di Cobra Kai è che si tratta di una serie con una dignità propria, che sicuramente è stata creata con particolare riguardo a chi in quegli anni c’era ed ha apprezzato Karate Kid, però non è di quei prodotti confezionati con scarsa cura solo per sfruttare ulteriormente il successo dell’originale. Al contrario, forse è per la presenza dei ragazzi, con le loro vicissitudini, forse è – come ho già detto – per una scrittura degli episodi ben equilibrata tra modernità e “vecchia gloria”, il fatto è che Cobra Kai non si adagia sui fasti del passato, ma da questo spicca il volo e porta sullo schermo protagonisti senza dubbio invecchiati (ma invecchiati piuttosto bene), con forti sentimenti a muovere gli eventi, che finiscono per incollare lo spettatore alle vicende, sia sportive che personali.

Una nota di plauso va anche ai giovani attori che impersonano gli allievi, Miguel, Sam (figlia di Daniel) e Robby (figlio di Johny), le cui vicende sentimentali si intrecciano con la rivalità dei padri/maestri. E quando poi a complicare il tutto ci si mette Kreese (sì, proprio quello di “ESISTE LA PAURA IN QUESTO DOJO?” “NO, SENSEI!”)…

In poche parole, date a Cobra Kai l’opportunità di farvi passare alcune ore di puro divertimento, sia che abbiate amato Karate Kid o che lo abbiate a malapena sentito nominare, in ogni caso non ve ne pentirete. La terza serie è in lavorazione, segnale di un successo di pubblico per me ben meritato. E voi per chi tifate? Cobra Kai o Miyagi-do?

365 (100% spoiler)

Per la prima volta scrivo l’articolo DURANTE la visione dell’opera. L’altezza morale è tale e tanta che sono certa meriti la diretta.

Mi hanno convinta a scendere negli abissi della zozzeria e a guardare 365 Giorni, una cosa che Netflix ha deciso di pubblicare per stuzzicare i bollenti spiriti.

Già sapete che è una storia astrusa su un mafioso italiano e bonazzo che sequestra una ragazza polacca che ha sognato mentre era in semi coma dopo un attentato e le pone la condizione di stare con lui 365 giorni senza violentarla per darle la possibilità di innamorarsi. Che culo.

Insomma, una base abbastanza harmony.

La recitazione è un gradino al di sopra dei Muppets. Lui e lei sono due bei ragazzi eh. Ma gente, vi sto scrivendo DURANTE il film, perché siamo davvero al di là del brutto.

Magari non sto seguendo tanto attentamente eh, ma è iniziato da mezz’ora e vorrei avere davanti l’autore/autrice della sceneggiatura e chiedere perché ci ha voluto tanto male.

A lui schioppano il padre davanti agli occhi nei primi cinque secondi, poco dopo averci fatto sapere che sono mafiosi buoni perché non trattano con pedofili e sfruttatori di prostitute. Je vojamo già bene, anche se poi scopriamo che legano laggente a una mola e l’affogano in piscina.

Poi c’è una scena messa lì così, in cui si vede che Lei è infelice col fidanzato imbecilloide e si soddisfa da sola, mentre lui si soddisfa con una hostess. E se vede anche un quartino dde vitello eh. È proprio una scena vicina vicina al porno, in cui però lui sembra che stia pulendo un’orata piuttosto che provare piacere.

Poi lei viene rapita e da lì è tutto un susseguirsi di ‘lasciami andare, kaz…’, ‘ non sai cosa ti perdi’, ‘io sono un cattivone’…

Va be’ per farla breve, lei capisce che è meglio stare sti 365 giorni con sto figonzo che nel frattempo ovviamente la inonda di vestiti fighi perché è mafioso e riccone. Poi una serie di scene sempre soft porno in cui lui le promette che la aprirà come una mela prendendola per il collo, le dà qualche stoccacciata qua e là ma “gnente oh”. Lei non glielo chiede, nemmeno quando lui la lega al letto e le fa vedere cosa si perde con un’altra. A me non sembra si perda molto…che devo dire, sarà una mia deformazione, ma sto abisso di perverziooone a me fa tanto tristezza, specie se lui la fissa con l’aria di un bovino che guarda passare il treno.

Adesso Lei (ho scoperto che si chiama Laura) ha evidentemente deciso di stare al gioco e provocarlo ed infatti si veste un po’ da zozza per andare insieme in un locale e lui ripete la promessa di fare all’amore in tutti i luoghi e in tutti i laghi ma in modo meno fine. E per ora la risposta è Contace!!! E Laura fa la simpatica con altri avventori di modo che Lui (che invece non ho capito bene come si chiama) si ingelosisca. E naturalmente…ZAC tentativo di stupro da cui Lui la salva pistola alla mano.

Nel frattempo scopriamo che Coso è fidanzato con una certa Anna e che per Laura sta mettendo a repentaglio la storica alleanza tra famigghie.

A causa di quanto avvenuto al locale, Coso e Laura Litigano, lui le dà della zoccola e lei dopo una dozzina di vaffanculi casca dallo yacht (sì stavano sullo yacht). Di testa proprio. E lui la ri-salva. Sempre con la faccia da bovino le dice che non la vuole perdere. Santo cielo, ho le budella aggrovigliate. Forse sta volta ce la fa…ce la fa…ce la fa!!! Anche qui siamo un’inquadratura al di sopra del porno. Aho’ si chiama 365 giorni, potevano chiamarlo ad occhio e croce “Na settimana scarsa”.

Va be’ oh ragazzi, sono felice per voi. Al momento Coso la sta rigirando come un calzino, ma ha sempre un po’ l’aria di togliere le lische da un filetto.

I due stanno zompando da tipo cinque minuti di pellicola in tutti gli angoli dello yacht. Oh, finalmente hanno finito. Ora lui la informa che per la serata è previsto un ballo e per l’occasione vanno da due stilisti clamorosamente Dolci e Gabbane a farsi fare il vestito su misura in mezz’ora. (Non chiedetemi come hanno fatto a scendere così presto dalla barca). Ballo tipo tango, molto secsi, che dura un altro quarto d’ora, ma ahimé si avvicina una pericolosa donna in bianco. Colpo di scena! È Anna, la ex fidanzata, che tanto per gradire minaccia Laura di morte. Coso l’ha lasciata subbito eh, ma sta cosa non fa piacere alla polacchina. Secondo me ci vuole un altro po’ di zomping…così per rassicurare. Ed eccoci qua, sono una veggente.

Ecco, Lui la rispedisce in Polonia in un bell’appartamentino dove promette di raggiungerla. E le dice pure che la ama. Laura si lascia condurre all’aeroporto non esattamente entusiasta, ma nel mentre lo Scagnozzo Domenico la abbandona ingiungendole di aspettare a Varsavia e tutti noi capiamo che è successo qualcosa di brutto anche perché Coso non si fa trovare al telefono. Azz, proprio ora che lei si è innamorata. Segue racconto melenso all’amyka del cuore, con descrizione di Coso che nemmeno a sedici anni, con la ciliegina sulla torta della descrizione del reale augello. Ohimemeo.

Per fortuna esistono le migliori amiche. Quella di Laura la porta alla sauna e dal parrucchiere dove la nostra si rifa il look (ora è bionda) e poi le due vanno a fare quattro salti in discoteca. Peccato che l’amica la lasci sola per seguire un tizio e chi riappare? L’ex fidanzato imbecilloide che si giustifica per averla tradita. Il tutto si sta svolgendo in polacco. L’imbecilloide la rivuole ma Laura non ce sta e ovviamente lui insiste TROPPO. La stalkera fino a casa, dove hopla’ appare Coso già seduto in poltrona, come parte del mobilio. Insulti assortiti per averla fatta soffrire e poi si fa la pace, indoviniamo come. Sto cominciando a chiedermi quanto duri ancora sta giulebbe. Per barrare tutte le caselline del repertorio la zompata di adesso è contro la finestra dell’appartamento di lei. Oddio, io in sti casi penso sempre “piano che si spacca il vetroooh”.

Oh, lui è pieno di lividi. Ma non glieli ha fatti lei. Come li vede, le parte la Crocerozzina Polakka: gli confessa che lo ama. Reazione di lui: Ole’. Ci pensa la nuttata e poi le chiede di sposarlo. Risposta di lei (cit!):” Oh cazzo!”

Segue scena di shopping immagino prematrimoniale. Che credo serva a mettere in mostra il bel sedere di lei. SVELTINA IN CAMERINO E MATRIMONIO ALTRUI. Ora lui deve a dire ai genitori di lei che è un mafioso E I VECCHI LA PRENDONO BENISSIMO PERCHÉ C’HA CHIARAMENTE I SOLDI. Si susseguono scene di vita da ricconi più o meno tranquilla. Lei avverte un po’ di malessere. Si scopre che il matrimonio sarà blindato e solo la migliore amica di Laura potrà intervenire (ma come? Niente mamma e papà?). L’amica di Laura si chiama Olga e da lei scopriamo che la nostra eroina è incinta ma Coso non lo sa.

Nel frattempo uno scagnozzo scopre che c’è un piano per uccidere Laura. Ma non possono avvertire Coso perché lui è sempre al telefono. E quando riescono ad avvisarlo…no, dai. È finito. Così, de botto. A cazzo di cane (cit. Boris). Lei ha avuto un incidente in galleria.

E fine, titoli. Cioè, immagino faranno un seguito, ahimé. Ma santo cielo nemmeno le 50 sfumature raggiungevano questa pochezza. È stato un film così brutto e così mal girato che mi è stato simpatico. Finalmente ora mi ricordo che Lui si chiama Massimo. E con il ricordo della citazione top del film in cui si dice che Coso ha ” il fisico disegnato da Dio, ma l’augello disegnato dal Diavolo” non so davvero se riuscirò a dormire.

PS rileggendomi, riconosco di sembrare un po’ ubriaca, ma rassicuro tutti che sono scema al naturale. E felice di esserlo, come mi ha scritto un amorevole fan.

Pps: A ridatece Gianfigo e la telenovela turca!!!

Dai, almeno sono bellocci. Ma anche loro un po’ sfigati con il tempo atmos

La telenovela turca.

Allora gente, devo scrivere un post ad alto tasso di scemitudine. È circa una settimana che spacco la gnugna a chiunque abbia la sfortuna di incontrarmi, anche solo virtualmente, però sono preda di una di quelle inutili, idiote, smodate fisse che addosso a una quaranteenager come me stonano un po’ ma che mi fanno stare taaaaanto bene e mi fanno passare delle mezz’ore di sbavazzamento e allegria.

Tenetevi forte, perché la fissa del momento è…la telenovela turca.

Maria De Filippi, hai vinto tu.

Hai vinto tu perché io già nel tuo programma l’avevo adocchiato di sfuggita quel pezzo di fffffyyyyygo inverecondo che anima la suddetta telenovela e che risponde al nome di Can Yaman (che si pronuncia Gian).

Ho resistito per un po’ ai richiami delle sirene di youtube perché onestamente beccarmi cinquanta puntate da due ore in turco e coi sottotitoli mi faceva fatica. Poi cinque giorni fa in pausa pranzo stavo ruminando il mio riso scondito (quando non c’è lo chef mi riduco così) ed è passata in tv la pubblicità di Day Dreamer – Le ali del sogno. Tutti i giorni su canale 5. Per poco non ho dovuto chiamare l’ambulanza.

Sono riuscita a far finta di niente ancora una mezza giornata ma poi ho ceduto. Non posso vederla in diretta perché lavoro, ma ho fatto il profilo su Mediaset Play come le peggiori fans di Barbara D’Urso, di notte appena i due ragazzi dormono metto le cuffiette e…mi immergo per mezz’ora in questo puro Harmony televisivo.

Non l’ho mai visto e siamo solo alla terza puntata ma per ora la storia vede come protagonista Sanem, una ragazza come tante (diciamo un po’ sopra la media), un po’ svagata e sognatrice ma di buon cuore. La nostra ha tutte le caratteristiche della protagonista classica di questo genere, ovvero inciampa sui propri piedi (di solito le odio quelle che sembrano così sceme, però in questo caso non mi succede, non so perché). I genitori la minacciano di farla sposare col vicino di casa ciospo e belinone se non trova immediatamente un lavoro serio, così, pur a malincuore, la ragazza accetta il lavoro offertole dalla sorella maggiore, cioè fare da galoppina nell’agenzia pubblicitaria in cui la stessa ha un impiego come segretaria ed in cui spera di fare carriera.

L’agenzia pubblicitaria è proprietà della famiglia Davit ed è retta, oltre che dal fondatore, dal figlio minore Emre. Ma l’azienda naviga in pessime acque perché sembra che una talpa passi informazioni riservate alla perfida ex di Emre che ha aperto una propria attività dopo essere stata buttata fuori. All’inizio della storia, in previsione della festa per i 40 anni dell’agenzia, fa ritorno da uno dei suoi viaggi per il mondo il figlio maggiore dei Davit, Can. (Con molta fantasia attore e personaggio sono omonimi – suona un po’ come l’italiano Gian. Gianfigo, mi vien da dire ma va bene così). Can è un fotografo avventuriero di una bonazzita’ ultraterrena. È vero che tende a vestirsi un po’ da rambo truzzo e camminare a rallentatore, ma cristo santo, se non se lo può permettere lui non saprei chi altro.

Il padre lo supplica di restare per un po’ per via delle difficoltà dell’agenzia e perché – detta terra terra – Emre non sa fare una mazza. All’inizio Sua Bontà Imperiale rifiuta, ma poi scopre che il vecchio padre è malato e non si curerà se non potrà lasciare la ditta nelle sue capaci (e sempre incerottate) mani, quindi da figliol prodigo decide di accettare e prendere il comando della baracca mentre il vecchio fa finta di andare in crociera per raggiungere invece un ospedale super ( d’altronde sono ricconi).

La sera della festa, che precede la partenza del padre, tutti i dipendenti sono invitati, compresa Sanem. La ragazza finisce per caso nel palco privato di Can che arriva e, completamente al buio la bacia, scambiandola per la pseudofidanzata che si ritrova e che smolla sempre ovunque e comunque perché la ama come io amo i broccoli.

Il bacio al buio sconvolge entrambi i protagonisti, che però non si conoscono e, dato che lei e’ stupida e scappa via, confusa e felice, non possono nemmeno conoscersi. A lui resta in mente il profumo di fiori, a lei…le scarpe eleganti che sono l’unica cosa che vede (ma che Can si cambia subito perché deve fare il ribelle che odia gli smoking).

Il primo incontro alla luce del sole avviene in agenzia, dove Sanem dimostra subito l’imbranataggine che a questi manzi da mal di testa deve far scattare l’ormone (altrimenti non mi spiego). Ma c’è già la minaccia in agguato. La talpa che sta rovinando la ditta è proprio Emre, il fratello sfigato e invidioso, che decide di usare l’ingenua Sanem per i suoi scopi…

E siamo solo all’inizio. Come vedete la trama promette di dipanarsi come le peggiori telenovelas di Caracas, ma ragazze ( e ragazzi possibilisti), devo dire che è divertente. La fotografia è incredibilmente colorata, i personaggi sono tagliati con l’accetta ma…forse è anche un po’ il simpatico di produzioni come queste. L’aria di non prendesi troppo sul serio, dico. Chi dice che guarda questo prodotto per la trama e non perché sbava per il protagonista mente, ma è anche vero che per il momento lui non è un maniaco del controllo alla mister Grey, è gentile con Sanem e ne sopporta l’imbranataggine con la giusta insofferenza. È stranamente anche simpatico, ecco. Il risultato è che non vedo l’ora di andare avanti, che ne parlo con tutti perché….boh perché mi diverte e mi fa stare bene. Perché so che ci saranno peripezie e colpi di scena ma tutto andrà nel migliore dei modi. Perché è bello vivere una fiaba per una mezz’ora e sbavazzare allegramente come a vent’anni. Se non sbaglio si chiamano Guilty Pleasures, ma io non mi sento colpevole per niente, anzi ve lo consiglio….e se fin qui non vi ho convinte vi lascio la prova scientifica che guardare le telenovelas turche migliora la salute. Beccateve sta cura ormonale, mi ringrazierete dopo.

No, vabbè 1
No, vabbè 2

Perché possono farlo.

Sono certa che moltissimi di voi sono rimasti malissimo per l’ennesima uccisione a sangue freddo dell’ennesima persona afroamericana da parte di un bianco in divisa. Questa volta, il video ha fatto il giro del mondo e i dieci minuti di agonia di George Floyd, le sue ultime parole, quel “Non riesco a respirare” e quell’invocazione alla madre non possono lasciare indifferenti. Se lo fanno, siete parte del problema.

Minneapolis è stata messa a ferro e fuoco dalla rivolta, perché gli assassini di George Floyd, così come accaduto ai predecessori, sono stati licenziati, ma non c’è voce che dica che verranno perseguiti. Una sorta di immunità protegge questa gente, data dalla divisa.

Al netto della retorica della mela marcia che si trova ovunque e che i poliziotti in tutto il mondo si fanno un culo così etcetc (cosa che nessuno discute in questa sede) viene però da domandarsi come mai per una persona di colore negli Stati Uniti del 2020 incontrare un poliziotto bianco diventa un terno al lotto. Che cosa può avere spinto il poliziotto in questione a premere il ginocchio sulla carotide di un uomo che supplicava.

Il razzismo? Naturalmente. E fino a che punto, lo abbiamo purtroppo visto. Ma c’è anche un’altra cosa, più sottile ed odiosa, che accomuna questo assassinio ad altri di cui ogni giorno veniamo a conoscenza. La consapevolezza, da parte dell’omicida (o del femminicida, per esempio) che quello che sta commettendo è un atto che darà un messaggio ad altri. Il maschio ammazza la femmina per dire ai suoi simili “Vedete? Si è ribellata e l’ho rimessa al suo posto”. Il bianco ammazza il nero perché lo reputa inferiore e colpevole dei mali del mondo. E lo deve dimostrare. Non tutti arrivano all’estremo, ma che differenza trovate tra questo omicida e la signora in coda alla cassa che gode dell’annegamento di centinaia di poveracci?

Di fatto la ragione è semplice: se chiedessimo a qualunque attuatore di sopruso il perché della sua azione, la risposta-base sarebbe la più banale: PERCHÉ POTEVO FARLO. Perché il mio privilegio (di razza, colore, genere, religione,strato sociale) lo prevede.

Al momento, leggo tanti status contro gli USA. Mah, non mi vanterei troppo dopo che da noi ci sono stati gli Aldrovandi, i Cucchi, gli Uva…e temo che l’elenco sia più lungo.

Chi protesta è fatto passare per sovvertitore dell’ordine pubblico. Dal Presidente eletto, nemmeno una parola di conforto, ma hanno eletto uno con lo spessore morale di un rapanello, non c’era da aspettarsi troppo.

Cosa succederà adesso? Difficile a dirsi ma temo che questo non basti a scardinare il sistema dei privilegi. Nemmeno un virus sconosciuto lo ha scalfito più di tanto ed ancora una volta, mi sembra, ne stiamo uscendo abbruttiti e peggiorati. E gli uni contro gli altri nella più deprimente delle guerre “tra poveri” (che poi poveri a vederla bene non siamo affatto).

Da cosa si riparte, davanti a tanto schifo? Come diceva Tolkien, nella sua meravigliosa saggezza, dalle azioni del singolo. Dalla bellezza che ancora permane, dall’innocenza che va difesa. Perché un giorno non lontano quelli che oggi calpestano le vite altrui non possano più farlo.

Solamente tu

Naturalmente non puoi leggere questo post, non sei ancora capace. Ma lo scrivo perché forse un bel giorno te lo farò vedere. Forse dirai già che non capisco niente, forse non vorrai più i miei baci…ma a quel momento non penso ancora.

Penso all’adesso e a quanto ti devo ringraziare.

Da un giorno all’altro ti hanno tolto la possibilità di andare all’asilo, di giocare con gli amichetti e apprendere cose nuove dalle maestre.

Ero preoccupatissima, perché non potevi correre e prendere il sole e respirare aria fresca. Ma tu, giorno dopo giorno, mi hai dimostrato cosa è importante per te. E grazie anche al terrazzo della casa del nonno, dove viviamo la quarantena, la mia paura piano piano si è sciolta.

Non saprò mai dirti quanta forza mi hai dato e mi stai dando. Con i tuoi continui “mamma”, con i tuoi “sei una principessa rooooosa”, con i “mmmua’” baciosi, con la tua allegria e le tue risate.

Ogni mattina, quando mi chiedi “Mamma posso lavorare anch’io?” mi fai sciogliere come burro. E se penso a quanto sei bravo, al punto che mi riesce di lavorare con te in braccio, altro che “ogni scarrafone è bello a mamma soja”…ti porterei in giro come Rafiki con Simba cantando AAAAAAZWEGNAAAAA!!!

Grazie amore di cantarmi cento volte delle ruote del bus che girano (anche in inglese) o del piccolo naviglio, o dei cinque elefanti che si dondolano sulla ragnatela. Grazie di assegnarmi il ruolo di Sula quando giochi a essere Bing, o del Primo Ufficiale del tuo vascello quando fai il piratino. Prometto che migliorero’ la recitazione quando faccio la paziente della tua ambulanza e che non mi stancherò di spingere la tua altalena.

Ma tu, in cambio, promettimi di non togliermi troppo presto la testolina dalla spalla, non allontanare da me il paradiso della tua guancia. Dimmi sempre che sono “così carina e tenera” anche con i capelli che senza tinta si avvicinano al grigio ed anche quando sono tutta sbarruffata.

Perché di questa quarantena ricorderò tante cose belle e brutte, ma sopra ogni cosa avrò i ricordi del tempo passato con tuo padre e con te. Ed in cima a questi, ci sei solamente tu.

Botteri e le altre.

Se come molti ogni giorno frequentate i social network non può esservi sfuggito il caso del momento: Giovanna Botteri vs Striscia la Notizia.

Si dà il caso che il programma di Ricci abbia mandato in onda un pezzo in cui sfotteva la giornalista per il suo look – diciamo – non conforme ai diktat (no tinta, no messa in piega, no abiti notevoli, pochissimo trucco). Ebbene mi ha fatto tanto piacere vedere, oltre all’intelligente risposta della protagonista, una levata di scudi senza precedenti in difesa di quest’ultima. Tutti ne hanno sottolineato le moltissime competenze, la professionalità, le mille qualità giornalistiche che ne hanno costellato la carriera.

Bene, benissimo.

Poi mi sono guardata allo specchio e, quarantena a parte, non ho potuto non formulare un triste paragone. Mi spiego meglio: non credo di essere una con troppi fronzoli. Non mi importa granché, non posso farci niente. Forse il mio unico vezzo è la parrucchiera e la tinta per capelli, ma sotto gli altri aspetti sono ben lontana dall’essere una donna che “si tiene”.

E purtroppo per me non sono nemmeno una intelligenza sopraffina, o una professionista particolarmente apprezzata. Ecco, per me di levate di scudi non ce ne sono mai state, al contrario. A partire da persone anche molto vicine è tutto un lamento, perché col mio fisico potrei permettermi chissà che e invece mi si trova sempre un gradino al di sopra della tuta, pantaloni semplici e maglietta. Mi trucco anche pochissimo, ormai le occasioni si contano sulle dita di una mano.

Ecco, ho avuto l’impressione che Botteri abbia avuto la “concessione” di essere fuori standard perché è eccezionale. Ha doti fuori dal comune nella sua professione. Oh, certo per lei è normale essere com’è. Ma questa sua eccezionalità compensa ciò che la società richiede. Prima che il fedele lettore Scatolini arrivi a ripetere che chiunque può vestirsi come vuole, vorrei dire che so che sulla carta è così. Ma so anche che la pressione sociale, soprattutto in campo femminile, spinga in un’altra direzione. Molte donne lo fanno per se stesse, lo so. Molte hanno un fantastico gusto nel combinare quei quattro capi che pescano al mercato e farli sembrare un vestito da copertina. Per chi ci tiene, meglio così. Credo sia una qualità tra le tante.

Vorrei però che non solo quello contasse. E non solo per persone del calibro di Botteri. Penso che dovremmo avere il diritto di essere, tra le altre cose, anche malvestite. Spettinate. Con la ricrescita. Struccate. Brutte, cavolo.

Non comincerò un pippone sulla società dell’estetica. Questo pensiero estemporaneo finisce qui. Non è altro che uno dei tanti aspetti per cui accettiamo gli uomini anche se hanno la pancetta o i capelli un po’ radi, ma osserviamo con orrore le stesse caratteristiche in una donna. O come quando l’uomo brizzolato fa saggezza e maturità, la donna grigia fa befana.

Doppio standard. Odioso doppio standard.

Riflessioni da quarantena

Sembra che a giorni la Quarantena stretta finirà e con molti limiti e incertezze l’Italia si avvierà ad una cauta riapertura. Questo periodo mi ha gioco-forza indotta a riflettere su tante cose, a riconsiderarne molte e a rivedere alcune priorità.

Devo ammettere che mi sono chiesta se ho qualcosa che non va. Questo perché…ecco…mi vergogno un po’ a dirlo ma io questi arresti domiciliari li sto vivendo piuttosto bene. Al punto che temo che sarà difficile riabituarmi ad una vita fatta di incastri, di corse e di attività senza respiro. Fatalmente, io che ho sempre amato la lentezza, in questa dimensione mi sono ritrovata. E ho anche riflettuto sul lato negativo ovvero che è stato un po’ come una “vacanza dalle responsabilità” che quotidianamente mi sento gravare sulle spalle. Ora tocca riprenderle tutte. E va be’. Ma è stato bello.

Ho visto finalmente sbocciare il rapporto tra padre e figlio e per me è stato magnifico. Prima, il poco tempo a disposizione li aveva penalizzati. Ora invece si sono finalmente conosciuti “meglio”. Insieme sono meravigliosi. Per me è un piacere enorme vedere che Riccardo adora suo padre. Non mancano e non sono mancate le frizioni tra noi, ma ammetto che la nostra coppia ha superato anche questa…e direi piuttosto bene.

Sul lavoro non mi pronuncio, perché non l’ho mai interrotto, praticamente. Sento solo, forte, la gratitudine di avere un impiego, di avere una collega meravigliosa e con la quale mi trovo sempre in sintonia (ciao Lara!) e, lo dico anche senza timore di sviolinare, una responsabile che mi ha sempre capita, in cui ho fiducia e che ha contribuito sempre a far sì che io andassi in ufficio serena (ciao Franca!), questo per rispondere ai cinici che dicono che tra donne al lavoro c’è sempre falsità e competizione. Sul blog non ne parlo mai, ma credo che sia giusto riconoscere quella che è la mia realtà in questo momento.

Il tasto dolente è stato non poter vedere la mia famiglia d’origine quanto avrei voluto, così come alcuni amici ed amiche. Però una cosa che mi ha fatto stare bene è sentire che sono tutte persone a cui è davvero importato sapere come stessi, parlarmi anche solo per pochi minuti e, insomma, farmi capire che loro ci sono e si spera ci saranno ancora a lungo. Questo mi ha reso il distanziamento molto meno faticoso.

Inevitabilmente, sento che qualcosa in futuro cambierà. Non so fino a che punto, non so in che campo. È una sensazione, per adesso, ma non posso fingere che non ci sia. Mi sento come su una soglia, con gli occhi chiusi. Tra poco dovrò aprirli e vedere cosa mi aspetta. Spero di avere la stessa dose di ottimismo, affetto e quel pizzico di fortuna che fin qui mi hanno accompagnata.

Ad maiora.