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Archivi categoria: Vitamine per lo sguardo

Vitamine per lo sguardo 4 – Non c’è zitella senza gatti

Per festeggiare degnamente il week end che arriva ho pensato di non cianciare tanto, ma di postarvi l’ultima versione delle vitamine per lo sguardo, interamente dedicata ad una delle creazioni più riuscite di madre natura e, soprattutto, associate alle zitelle come me: I GATTI!

Via alle danze e tanti Miao a tutti!

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gattino 1

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gattino 4

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Grazie per le foto miciose alla pagina FB “Mondo Gatto”.

Vitamine per lo sguardo 3

Oggi sono così felice, ma così felice che non ho parole. Non è successo niente di straordinario, solo…la vita E’ straordinaria.

Dicevo, non ho parole…perciò vi comunico i miei sentimenti in immagini.

Questo, tanto per dire, è il posto dove vivo. Foto del bravissimo Mario Riva pubblicata sulla pagina "Lerici tutto l'anno"

Questo, tanto per dire, è il posto dove vivo. Foto del bravissimo Marco Putti pubblicata sulla pagina “Lerici tutto l’anno”

Paesaggio da sogno, dalla pagina "Pensieri Solari"

Paesaggio da sogno, dalla pagina “Pensieri Solari”

Tramonto con gabbiani!

Tramonto con gabbiani!

Non vi trasmette freschezza questa immagine?

Non vi trasmette freschezza questa immagine?

Perché anche se la strada è cupa ci sarà sempre un arcobaleno a cui guardare^^

Perché anche se la strada è cupa ci sarà sempre un arcobaleno a cui guardare^^

Vitamine per lo sguardo 2

Ricordate? Questo è uno di quei post che non ha bisogno di (troppe) parole.

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books

Chi non vorrebbe uno scaffale così?

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Coccoleeeeee!!!

Coccoleeeeee!!!

 

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…perché il mondo è una meraviglia!

4.

…e anche le persone, benché sia diventato TROPPO di moda dire il contrario^^.

5.

E la bellezza si trova dove meno ce l’aspettiamo.

Foto trovate su FB. Non ne conosco gli autori. Se qualcuno dovesse ritenersi proprietario di una di queste immagini e non vuole che rimangano su questo blog è pregato di segnalarmelo. Grazie^^.

Vitamine per lo sguardo 1

Ci sono volte in cui non servono parole. La natura, o l’arte umana, ci offrono meraviglie per cui essere felici, a cui molte spiegazioni non sono necessarie.

Ci sono immagini che ci toccano direttamente o indirettamente. Difficili da scordare per tanti motivi diversi. Per questo oggi vorrei aprire una nuova “sezione” del blog, quella dedicata alle immagini che possono contribuire a renderci felici. In ogni post di questo tipo, posterò 5 immagini che mi sono rimaste nel cuore. E vi invito a mandarmi le vostre. Perché, diciamocelo, spesso l’occhio vuole la sua parte. E la Natura, in particolare, è molto, molto generosa!

PS: trovo la stragrande maggioranza delle foto su FB e nel 99% dei casi non conosco l’autore dello scatto, ma solo le pagine da cui le prendo, che verranno scrupolosamente indicate. Chiunque si ritenesse proprietario di diritti o reclami la paternità di una di queste immagini non ha che da dirmelo e prevederò ai credits, o alla rimozione. 🙂

1. Il Guardiano della Foresta.

Immagine trovata sulla pagina FB "Green renaissance"

Immagine trovata sulla pagina FB “Green renaissance”

2.  Ampliare gli orizzonti

Dalla pagina FB del Tonno Conçorcio.

 

3. Tramonto sull’acqua.

Dalla pagina FB “Once Color”

4.   Il mare di Scozia

Credits to: Andrew Dunn by visitscotland.com

5. Cucù!

Dalla pagina FB: “Dolphin Expeditions”

 

Tre anni fa.

Oggi è il terzo anniversario del terribile terremoto che colpì il Giappone, a cui seguì uno tsunami devastante che a sua volta provocò la tragedia di Fukushima. In memoria delle oltre 18000 vittime di quel giorno, ri-pubblico qui un racconto scritto per l’iniziativa “Autori per il Giappone“.

LA LUCE DELLA LUNA.

Acqua nera, fango nero. Persino il cielo è nero, ammesso che un cielo esista ancora.

Riiko non ha più lacrime. Non mangia, non beve, non smette di chiamare Shōji.

« Kei è con lui.» pensa «Al sicuro. Saranno stati accolti in una scuola, come me, o nell’ospedale. L’ospedale ha quattro piani, l’onda non può esserci arrivata. Non può. Non può.»

Si dondola avanti e indietro come una bambina. Uno dei paramedici viene a spegnere le luci. Le consiglia di far silenzio e dormire, per aiutarla vuole farle ingurgitare una grossa pillola verde, ma lei finge soltanto di inghiottirla e appena può la sputa nel palmo.

Il soffitto nero. Le sagome nere coricate accanto a lei. Neri sono anche i singhiozzi soffocati. La coperta sulle sue spalle odora di disinfettante, lo stesso che aleggia lungo tutto il corridoio in cui sono stipate più di ottanta persone.

Riiko non può chiudere gli occhi, se ci prova sente il grido di dolore della terra, la risata di quel mare malvagio. E, più di tutto, non può fare a meno di immaginare Kei che chiede aiuto con tutta la disperazione di cui si può essere capaci a cinque anni. Kei che l’avrà chiamata, che avrà pianto.

Troppo dolore per un cuore solo.

«Riiko.»

L’udito la inganna. Forse qualcuno si è mosso e il suo strusciare le è parso un sussurro.

«Riiko.»

Spalanca gli occhi nel buio. La sagoma china sopra di lei è familiare, riesce a distinguerla solo grazie al gelido barbaglio che filtra da una delle porte chiuse. L’oscurità disegna i capelli lunghi e la figura un po’ dinoccolata che appartengono a suo marito. Shōji le preme una mano sulle labbra per impedirle di urlare di gioia, poi la pressione si fa carezza sulla guancia – ora sì – rigata di lacrime.

Le mani di Shōji, così grandi e scure rispetto alle sue. Mani che hanno sempre saputo fare tante cose: riparare il forno a microonde e suonare «Happy Birthday» al pianoforte, costruire dei pattini per Kei e accarezzarla nella notte. Adesso quelle mani la liberano dalla coperta.

Riiko non è abituata a fargli domande e anche questa volta si trattiene, anche se non riuscire a vedere bene il suo volto le costa fatica. Lui le indica gli stivali e lei li indossa badando a non fare rumore. Di solito, pensa, avrebbe già svegliato qualcuno inciampando, o calpestando qualcosa, ma non stanotte.

Shōji la precede, sembra che abbia fretta. Forse l’esperienza del terremoto l’ha sconvolto tanto da fargli ritenere che nemmeno questa scuola trasformata in rifugio sia un posto sicuro. Il soffitto potrebbe crollare, d’altronde le scosse di assestamento non sono mai cessate.

Scendono due piani di scale senza incontrare anima viva e Riiko pensa che sia strano perché fino a che non sono state spente le luci i corridoi pullulavano di volontari. Alla luce della luna suo marito le sembra avere abiti troppo leggeri.

«Shō-kun, perché vuoi uscire? Non sarebbe meglio restare per la notte? C’è fango ovunque e fa freddo.»

Lui si ferma e la guarda come se la vedesse per la prima volta.

«Kei.» dice, ed apre la porta di una delle uscite di sicurezza. Senza un suono.

Riiko ha appena il tempo di rabbrividire, ma dà la colpa all’inverno che immediatamente li azzanna con fauci di vento. La Luna a cui manca solo l’ultimo quarto compare a tratti, attraverso una cortina di nubi violacee. Il cielo c’è ancora, dopotutto.

Shōji prende a camminare rapidamente e continua a farle cenno di seguirlo.

«Kei.» ripete il nome del figlio come un’invocazione. Riiko accelera il passo per stargli dietro, un piede dietro l’altro nel tentativo di non scivolare. Camminano a lungo, prima sulla strada carrozzabile, poi prendono le vie dei campi. Il terreno si fa limaccioso, man mano meno agevole. La devastazione è totale.

Passano accanto ad abitazioni ancora intatte, ma buttate per traverso come nel gioco di un bambino crudele, macchine ammassate, legna e fanghiglia, sterpi ovunque. Rovine. Una simile desolazione la si può vedere solo sul lato nascosto della luna, pensa lei con le gambe che iniziano a farle male.

Shōji non le permette di fermarsi, finché non arrivano nei pressi di una costruzione che sembra essere stata calpestata da un gigante. Un tempo, doveva essere stata composta da tre grandi stanze quadrate, ma ora una parte si è staccata del tutto e chissà dov’è finita. Riiko sente il cuore che le dà uno spasimo, riconoscendo l’asilo. Guarda il marito con aria da cagnolino smarrito. Lui le indica qualcosa, sul tetto semisfondato. E finalmente Riiko può gridare.

Il dottore dice che il bambino sopravviverà. E’ stato più che fortunato, un miracolo che andrà raccontato negli anni a venire, ribadisce. Non solo l’onda non l’ha annegato, ma è riuscito a sopravvivere ad una notte all’addiaccio senza riportare gravi danni. Lo shock ipotermico è guaribile in pochi giorni, ha solo bisogno dell’amore di sua madre
.
Riiko si inchina più e più volte, mormorando ringraziamenti e stringendo al petto Kei. Non l’ha più lasciato da quando l’ha scovato raggomitolato accanto ad una parete di cartongesso ripiegata su se stessa come una conchiglia. Esattamente dove suo marito l’ha portata.

«Papà.» il bambino volta la testa, convinto di trovare Shōji, ma lui non c’è.

Riiko non sa come dirgli che suo padre è venuto a cercarla nella luce della Luna e l’ha condotta fino a lui. Questa, in realtà, sarebbe la parte facile: suo marito che l’aiuta a sollevare il piccolo e a coprirlo come possono, che gli accarezza i capelli, che le indica la strada del ritorno.

Si chiede, però, se troverà mai le parole per raccontare che quando lei gli ha chiesto che cosa stesse facendo e perché intendesse lasciarli tornare da soli, lui ha indicato il cielo che cominciava a farsi di madreperla e le ha rivolto un sorriso carico di mille lacrime in cui erano racchiusi tutti i loro ricordi, il loro affetto, le loro speranze di un futuro insieme. Poi le linee della sua figura hanno cominciato a svanire una ad una, come una trama di tessuto disfatta da mani esperte.

Riiko nasconde il volto tra i capelli del figlio. Glielo dirà quando sarà più grande. Magari allora sarà in grado di capire ciò che lei gli insegnerà a proposito di questa notte: l’amore non muore. Mai.

6 Febbraio. Giornata contro le Mutilazioni Genitali Femminili

 

infibulazione 2

Impossibile non parlarne.

Ho provato a trattenermi, in realtà, perché QUESTO ARTICOLO spiega già tutto (vi prego di leggerlo ,anche se siete sensibili. Mi scuso per le immagini crude, ma quando si documenta qualcosa, talvolta, bisogna affondare). Non voglio scopiazzarlo, preferisco riportarvi il link affinché possiate leggere e approfondire, se ritenete.

Provo a riassumere di che cosa si tratti, per chi proprio non ha voglia di leggere il testo della signora Oberhammer: ad oggi è stimato che più di 100.000.000 di donne nel mondo siano sottoposte alla pratica della Infibulazione. Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un metodo ancestrale per preservare l’igiene, un corrispettivo femminile della circoncisione, tanto per fare un esempio. Ebbene, non è affatto così.

L’infibulazione è una pratica tradizionale, ma interreligiosa, vi sono sottoposte donne islamiche, cristiane, animiste etc. etc. e non solo in Africa o nei paesi di cultura islamica. Anche la nostra civilissima Europa vede centinaia di migliaia di bambine sottoposte a questo tormento, anche perché laddove esso venga proibito per legge basta un “viaggetto all’estero” per “mettere a posto” la piccola. In che cosa consiste questa barbarie? Di base si tratta di cucire i lembi della vagina in modo da lasciare due minuscoli buchi, uno per l’urina e l’altro per il sangue mestruale.

A volte, però, si recide anche il clitoride.

L’età dell’infibulazione può variare tra i 3 e i 15 anni. Quando poi la fanciulla viene data in sposa, il marito si aprirà un “varco” col coltello. Non sto scherzando.Serve davvero che vi dica che cosa essa comporta?

Provo a dirvelo, anche se mi fa male anche solo scriverlo.

Il danno fisico è irreversibile: a queste donne viene negato per sempre il diritto ad una sessualità normale, ma anche alle più normali funzioni corporali, perché sia urinare che evacuare il sangue mestruale diventa estremamente difficoltoso. Essendo poi tale pratica inflitta in condizioni igieniche scarsissime, le infezioni si susseguono, creando danni anche su altri versanti.

Il danno psicologico non è quantificabile. Si tratta di far odiare il proprio corpo ad una donna, di farla desiderare di non esistere.

Viene spontaneo chiedersi il perché di tutta questa sofferenza.

Ebbene, c’è un solo perché: la volontà patriarcale di controllo sulla sessualità femminile. Una donna infibulata non potrà mai tradire (chi vorrebbe un rapporto sessuale, al prezzo di una sofferenza così atroce?), arriverà vergine al letto di nozze, vivrà il sesso come qualcosa di terribile. In una parola, sarà sempre succube ed incapace di autodeterminarsi e di scegliersi una vita.

Ciò che è più difficile da accettare, però, è che questa tortura non viene inflitta per mano degli uomini: sono le altre donne, le madri (!!!) a perpetuare la tradizione. Sono le donne a giudicare impura una ragazza non infibulata e sono sempre le donne le principali sostenitrici di questa pratica che serve a distinguerle agli occhi maschili.

E non vedono l’abominio implicito in questa affermazione. Preferiscono infliggere una sofferenza lunga tutta la vita, piuttosto che ribellarsi a questo dettame maschile.

Non riesco a parlarne con la dovuta calma e lucidità, perché per me è inconcepibile.

Comunque, nell’ambito delle Giornate promosse dall’Onu, anche quella contro le Mutilazioni Genitali  ha la sua. Ed è proprio oggi.

Nel mio piccolo faccio da cassa di risonanza a coloro che ne sanno parlare con più cognizione di causa di me, perché sono da sempre convinta che l’informazione sia sempre un primo passo verso la risoluzione di un problema, anche se – in questo caso – temo che siamo ancora lontani anni luce.

Se dopo la lettura volete saperne di più e magari fare qualcosa VI CONSIGLIO QUESTO SITO, che raccoglie le principali associazioni in lotta contro questa piaga.

infibulazione

“Non uscite sole”. E non l’ha detto un talebano.

Ci risiamo. E’ scoppiata una nuova polemica in merito ad un caso di stupro (purtroppo). La vicenda ha coinvolto una ventiquattrenne di Bergamo che ha subito violenza da parte di un uomo di origini kosovare (tutti i giornali si affannano a puntualizzare che non è italiano) all’uscita di un locale (erano all’incirca le 2 di notte).

Ne hanno parlato in tanti: Un Altro Genere di Comunicazione, Blog-O, La Repubblica. I vari articoli sottolineano ognuno un diverso aspetto della vicenda: di come la città abbia risposto con cortei di solidarietà (dimenticando un poco, però che la stragrande maggioranza delle violenze è ad opera di italiani, tra le mura domestiche…), di come i giornali abbiano adottato il solito, tristissimo linguaggio sensazionalistico spostando l’attenzione dalla gravità del delitto in sé al fatto che la ragazza si è scoperto essere incinta, che lo straniero è stato colto da un “raptus”, che “lei era fuori alle due di notte”…

A porre la cosiddetta ciliegina sulla torta è poi spuntato il procuratore della Repubblica Francesco Dettori, che ha ben pensato di uscirsene con il seguente scambio di opinioni:

D La ragazza è stata aggredita in una zona centrale della città.

R «Ovvio che è impossibile un presidio del territorio al 100%. E così anche ai cittadini sono richiesti sforzi che a volte sembrano cozzare contro i diritti della persona».

D Tipo?

R «Le donne sono l’anello debole di una società in cui è parzialmente ancora inculcata l’assurda mentalità della femmina come oggetto del possesso. Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera non uscissero da sole».

D Ma così sembra che la ragazza sia andata a cercarsela.

R «Non voglio colpevolizzare la giovane che ha subito violenza, anzi a lei vanno le nostre scuse per non aver saputo offrire la degna protezione.Ma a volte bisogna ragionare in termini reali».

Ora, dalle mie parti si dice “A me tasto s’a ghe son“, che terra terra vuol dire “Mi tocco per vedere se ci sono”.

Cerco di pensare il meglio possibile e capisco che quello del procuratore sia stato un invito alla prudenza che tutti – uomini e donne – siamo costretti a tenere perché non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Tuttavia lasciatemi commentare anche che una frase simile nel 2013 è inaccettabile. E’ degna di un talebano. Credevo che solo i talebani, infatti, pensassero che la soluzione di un problema possa essere in qualche modo la limitazione della libertà personale. Invece no: alcuni italiani, anche in posti di responsabilità, la pensano allo stesso modo. Non riescono ad arrivare al concetto che il crimine di stupro è figlio di una determinata mentalità e pur condannandolo che fanno? Spostano il focus sulla vittima.

Non si insegna al maschio a NON STUPRARE. Si insegna alla femmina a NON FARSI STUPRARE.

Finché siamo a questo punto, penso che resteremo nel vicolo cieco. L’indignazione dell’opinione pubblica (femminile e maschile) anche in merito a questa frase è già stata espressa in modo ancora più efficace del mio. Tra i tanti articoli che – per fortuna – sono emersi, c’è quello tradotto da Maria Grazia Di Rienzo che vi invito a leggere perché contrariamente ad altri non è una sterile critica o un generico “In che mondo viviamo”. Questo articolo, che in originale è opera di Amanda Taub, prova a far calare gli uomini nei panni di coloro che subiscono pesanti limitazioni alla libertà individuale, per far capire a chi non ci arriva perché ci risentiamo tanto quando un procuratore ci dice che “sarebbe bene non uscissimo sole”.  L’articolo, infatti, propone di non fare uscire TUTTI GLI UOMINI (in quanto potenziali violenti), oppure di farli uscire solamente bendati, perché è ormai provato che non sono in grado di resistere alla tentazione costituita da un corpo femminile nelle vicinanze.

Vi sembra folle? Sì, tranquilli ,anche a noi. Ed è la stessa follia che riconosciamo nelle affermazioni di chi – anche solo per proteggerci  in quanto anello debole – rifiuta di scaricare il problema sui responsabili e propone soluzioni che poi soluzioni non sono, per più di un motivo, infatti ormai anche i muri sanno che:

1. i “consigli” sull’abbigliamento non contano, in quanto la statistica ci mostra come non ci sia alcun legame tra una gonna corta ed una violenza. Anzi: è famosa la sentenza di qualche anno fa per cui le intenzioni del violentatore furono messe in dubbio in quanto la vittima indossava i jeans.

2. la stragrande maggioranza delle violenze avviene tra le mura di casa.

3. non importa che sia giorno o notte.

4. non importa nemmeno che tu sia accompagnata o meno, perché chi è seriamente malintenzionato non impiega nulla a minacciare anche il tuo compagno con un’arma e, se si tratta di un gruppo, come minimo lui viene gonfiato di botte.

La soluzione, che mi rendo conto non esiste ancora concretamente, è – e non smetterò mai di dirlo – in un profondo cambiamento di mentalità. So che non è possibile impedire del tutto questi crimini, ma di sicuro potrebbero essere ottimi deterrenti una differente educazione al rispetto dell’individuo indipendentemente dal genere (e questo è un lavoro duro, perché non è attualmente supportato dalla nostra cultura) e la certezza di una pena che possa chiamarsi tale per chi viene riconosciuto colpevole. Perché se dopo uno stupro di gruppo ti mandano a casetta tua non solo la sensazione è quella di averla fatta franca, ma il reato in sé viene sminuito come qualcosa di secondario, non estremamente pericoloso.

Una vergogna oltre la vergogna per il nostro paese.

violenza