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Tre anni fa.

Oggi è il terzo anniversario del terribile terremoto che colpì il Giappone, a cui seguì uno tsunami devastante che a sua volta provocò la tragedia di Fukushima. In memoria delle oltre 18000 vittime di quel giorno, ri-pubblico qui un racconto scritto per l’iniziativa “Autori per il Giappone“.

LA LUCE DELLA LUNA.

Acqua nera, fango nero. Persino il cielo è nero, ammesso che un cielo esista ancora.

Riiko non ha più lacrime. Non mangia, non beve, non smette di chiamare Shōji.

« Kei è con lui.» pensa «Al sicuro. Saranno stati accolti in una scuola, come me, o nell’ospedale. L’ospedale ha quattro piani, l’onda non può esserci arrivata. Non può. Non può.»

Si dondola avanti e indietro come una bambina. Uno dei paramedici viene a spegnere le luci. Le consiglia di far silenzio e dormire, per aiutarla vuole farle ingurgitare una grossa pillola verde, ma lei finge soltanto di inghiottirla e appena può la sputa nel palmo.

Il soffitto nero. Le sagome nere coricate accanto a lei. Neri sono anche i singhiozzi soffocati. La coperta sulle sue spalle odora di disinfettante, lo stesso che aleggia lungo tutto il corridoio in cui sono stipate più di ottanta persone.

Riiko non può chiudere gli occhi, se ci prova sente il grido di dolore della terra, la risata di quel mare malvagio. E, più di tutto, non può fare a meno di immaginare Kei che chiede aiuto con tutta la disperazione di cui si può essere capaci a cinque anni. Kei che l’avrà chiamata, che avrà pianto.

Troppo dolore per un cuore solo.

«Riiko.»

L’udito la inganna. Forse qualcuno si è mosso e il suo strusciare le è parso un sussurro.

«Riiko.»

Spalanca gli occhi nel buio. La sagoma china sopra di lei è familiare, riesce a distinguerla solo grazie al gelido barbaglio che filtra da una delle porte chiuse. L’oscurità disegna i capelli lunghi e la figura un po’ dinoccolata che appartengono a suo marito. Shōji le preme una mano sulle labbra per impedirle di urlare di gioia, poi la pressione si fa carezza sulla guancia – ora sì – rigata di lacrime.

Le mani di Shōji, così grandi e scure rispetto alle sue. Mani che hanno sempre saputo fare tante cose: riparare il forno a microonde e suonare «Happy Birthday» al pianoforte, costruire dei pattini per Kei e accarezzarla nella notte. Adesso quelle mani la liberano dalla coperta.

Riiko non è abituata a fargli domande e anche questa volta si trattiene, anche se non riuscire a vedere bene il suo volto le costa fatica. Lui le indica gli stivali e lei li indossa badando a non fare rumore. Di solito, pensa, avrebbe già svegliato qualcuno inciampando, o calpestando qualcosa, ma non stanotte.

Shōji la precede, sembra che abbia fretta. Forse l’esperienza del terremoto l’ha sconvolto tanto da fargli ritenere che nemmeno questa scuola trasformata in rifugio sia un posto sicuro. Il soffitto potrebbe crollare, d’altronde le scosse di assestamento non sono mai cessate.

Scendono due piani di scale senza incontrare anima viva e Riiko pensa che sia strano perché fino a che non sono state spente le luci i corridoi pullulavano di volontari. Alla luce della luna suo marito le sembra avere abiti troppo leggeri.

«Shō-kun, perché vuoi uscire? Non sarebbe meglio restare per la notte? C’è fango ovunque e fa freddo.»

Lui si ferma e la guarda come se la vedesse per la prima volta.

«Kei.» dice, ed apre la porta di una delle uscite di sicurezza. Senza un suono.

Riiko ha appena il tempo di rabbrividire, ma dà la colpa all’inverno che immediatamente li azzanna con fauci di vento. La Luna a cui manca solo l’ultimo quarto compare a tratti, attraverso una cortina di nubi violacee. Il cielo c’è ancora, dopotutto.

Shōji prende a camminare rapidamente e continua a farle cenno di seguirlo.

«Kei.» ripete il nome del figlio come un’invocazione. Riiko accelera il passo per stargli dietro, un piede dietro l’altro nel tentativo di non scivolare. Camminano a lungo, prima sulla strada carrozzabile, poi prendono le vie dei campi. Il terreno si fa limaccioso, man mano meno agevole. La devastazione è totale.

Passano accanto ad abitazioni ancora intatte, ma buttate per traverso come nel gioco di un bambino crudele, macchine ammassate, legna e fanghiglia, sterpi ovunque. Rovine. Una simile desolazione la si può vedere solo sul lato nascosto della luna, pensa lei con le gambe che iniziano a farle male.

Shōji non le permette di fermarsi, finché non arrivano nei pressi di una costruzione che sembra essere stata calpestata da un gigante. Un tempo, doveva essere stata composta da tre grandi stanze quadrate, ma ora una parte si è staccata del tutto e chissà dov’è finita. Riiko sente il cuore che le dà uno spasimo, riconoscendo l’asilo. Guarda il marito con aria da cagnolino smarrito. Lui le indica qualcosa, sul tetto semisfondato. E finalmente Riiko può gridare.

Il dottore dice che il bambino sopravviverà. E’ stato più che fortunato, un miracolo che andrà raccontato negli anni a venire, ribadisce. Non solo l’onda non l’ha annegato, ma è riuscito a sopravvivere ad una notte all’addiaccio senza riportare gravi danni. Lo shock ipotermico è guaribile in pochi giorni, ha solo bisogno dell’amore di sua madre
.
Riiko si inchina più e più volte, mormorando ringraziamenti e stringendo al petto Kei. Non l’ha più lasciato da quando l’ha scovato raggomitolato accanto ad una parete di cartongesso ripiegata su se stessa come una conchiglia. Esattamente dove suo marito l’ha portata.

«Papà.» il bambino volta la testa, convinto di trovare Shōji, ma lui non c’è.

Riiko non sa come dirgli che suo padre è venuto a cercarla nella luce della Luna e l’ha condotta fino a lui. Questa, in realtà, sarebbe la parte facile: suo marito che l’aiuta a sollevare il piccolo e a coprirlo come possono, che gli accarezza i capelli, che le indica la strada del ritorno.

Si chiede, però, se troverà mai le parole per raccontare che quando lei gli ha chiesto che cosa stesse facendo e perché intendesse lasciarli tornare da soli, lui ha indicato il cielo che cominciava a farsi di madreperla e le ha rivolto un sorriso carico di mille lacrime in cui erano racchiusi tutti i loro ricordi, il loro affetto, le loro speranze di un futuro insieme. Poi le linee della sua figura hanno cominciato a svanire una ad una, come una trama di tessuto disfatta da mani esperte.

Riiko nasconde il volto tra i capelli del figlio. Glielo dirà quando sarà più grande. Magari allora sarà in grado di capire ciò che lei gli insegnerà a proposito di questa notte: l’amore non muore. Mai.

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