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Perché non si può non vedere Cobra Kai

Come tutti quelli della mia generazione, ho visto varie volte Karate Kid e i suoi seguiti. Senza esserne una fan sfegatata, quando mi capitava un passaggio tv, lo guardavo con piacere,gustandomi il sapore dei “bei vecchi tempi”.

Quando ho sentito parlare per la prima volta di Cobra Kai (era ancora prodotto per YouTube) mi ha fatto sorridere e, appena ho saputo che Netflix l’aveva acquistato, ho deciso di guardarlo, per pura curiosità.

Di solito quando tutti parlano bene di un prodotto televisivo, io diffido sempre un po’, ma questa volta…questa volta hanno ragione tutti quelli che me lo hanno consigliato.

Come forse già saprete, Cobra Kai è un sequel di Karate Kid, ma santo cielo…è meglio dei film originali, senza i quali, comunque, perderebbe un po’ di spessore.

Sono passati più di trent’anni da quando il giovane e timido Daniel LaRusso ha sconfitto il bullo Johnny Lawrence al prestigioso torneo di karate di All Valley, grazie agli insegnamenti del maestro Miyagi (metti la cera, togli la cera).

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti! Daniel ha fatto successo, è diventato proprietario di una catena di concessionarie, ha una villa, una moglie bella e in gamba e due figli. Johnny, invece, ha condotto una vita grigia, senza molte prospettive. È divorziato, non è riuscito a prendersi le responsabilità di padre e non ha per questo alcun rapporto col figlio Robby.

È proprio dal punto di vista di Johnny Lawrence che veniamo introdotti nella vicenda. Per una serie fortuita di eventi, Johnny e Daniel si incontrano di nuovo e l’antica rivalità si riaccende così come, in entrambi, la passione per il karate.

Per fare qualche soldo, Johnny decide di mettersi a insegnare e così apre un dojo che chiama Cobra Kai, come la vecchia scuola che lo ha formato, seppur trasmettendogli insegnamenti che non lo hanno portato propriamente ad essere felice. Il suo primo allievo è Miguel Diaz, il figlio della sua vicina di casa, che si rivela incredibilmente talentuoso e riesce, in breve tempo, a difendersi dai bulli che gli rendevano la vita difficile. Il dojo diventa così molto popolare, ma Miguel si innamora della figlia di Daniel e…Robby, per far dispetto al padre, decide di andare a lavorare proprio presso in una delle concessionarie LaRussa e col tempo gli si affeziona molto, ricambiato.

Non vi svelo oltre in merito alla trama perché Cobra Kai merita di essere visto. La qualità migliore della serie è lo slittamento dei punti di vista che in Karate Kid era molto manicheo (Daniel buono, Johnny cattivo), mentre qui confonde molto le acque al punto che non si parteggia più per nessuno, in quanto tutti i personaggi hanno pregi e difetti e non si vede l’ora di scoprire cosa accadrà.

La serie strizza l’occhio al successo dei film, scherzando anche sulle battute più famose e vince con una sceneggiatura di buon ritmo, divertente, dal gusto vintage quanto basta. Considerando anche che ci sono tutti gli attori originali (eccetto Pat Morita che ahimé ci ha lasciati ed appare in flashback tratti dai film) l’effetto è assicurato, ma non si tratta solo di un’operazione nostalgia.

Ecco, il bello di Cobra Kai è che si tratta di una serie con una dignità propria, che sicuramente è stata creata con particolare riguardo a chi in quegli anni c’era ed ha apprezzato Karate Kid, però non è di quei prodotti confezionati con scarsa cura solo per sfruttare ulteriormente il successo dell’originale. Al contrario, forse è per la presenza dei ragazzi, con le loro vicissitudini, forse è – come ho già detto – per una scrittura degli episodi ben equilibrata tra modernità e “vecchia gloria”, il fatto è che Cobra Kai non si adagia sui fasti del passato, ma da questo spicca il volo e porta sullo schermo protagonisti senza dubbio invecchiati (ma invecchiati piuttosto bene), con forti sentimenti a muovere gli eventi, che finiscono per incollare lo spettatore alle vicende, sia sportive che personali.

Una nota di plauso va anche ai giovani attori che impersonano gli allievi, Miguel, Sam (figlia di Daniel) e Robby (figlio di Johny), le cui vicende sentimentali si intrecciano con la rivalità dei padri/maestri. E quando poi a complicare il tutto ci si mette Kreese (sì, proprio quello di “ESISTE LA PAURA IN QUESTO DOJO?” “NO, SENSEI!”)…

In poche parole, date a Cobra Kai l’opportunità di farvi passare alcune ore di puro divertimento, sia che abbiate amato Karate Kid o che lo abbiate a malapena sentito nominare, in ogni caso non ve ne pentirete. La terza serie è in lavorazione, segnale di un successo di pubblico per me ben meritato. E voi per chi tifate? Cobra Kai o Miyagi-do?