Feed RSS

Archivi tag: recensione

Gli dei di Darraj – Osservazione comparata, di Laura MacLem

Ormai non ho molto tempo per leggere. Nonostante abbia praticamente smesso di usare Facebook, il lavoro e la vita da mamma sempre di corsa mi rendono difficile sedermi un poco e rilassarmi con un buon libro tra le mani. Diciamo però che capita di trovarsi qualche volta con una storia che fin dalle prime righe non ti vuole mollare. E che si fa? Si legge, punto e basta.

Avevo bisogno di immergermi in un romanzo come questo perché era davvero troppo tempo che non venivo trascinata in questo modo.

La trama vede come protagonista Kim, una “medica senza galassie”, nel senso che è una viaggiatrice interstellare di razza (suppongo) homo sapiens la quale compie missioni su vari pianeti portando nozioni mediche avanzatissime e di fatto tentando di migliorare le comunità che incontra. Una specie di Gino Strada versione rock, giovane e spaziale, per intenderci.

A causa di un incidente Kim finisce su un pianeta che non conosce, in una zona che dovrebbe essere disabitata ed invece viene a contatto con la fiorente civiltà del regno di Darraj, una sorta di commistione tra Egitto, Antica Grecia e -forse – qualcosa che ricorda l’Antica Persia.

Qui l’incontro/scontro con l’erede al trono di Darraj, Harago (sì, si chiama come il cattivo dei Cinque Samurai, no non è brutto e antipatico come lui, aaanzi…) determina per la ragazza l’inizio di un’esperienza nuova persino per lei, forgiata da decine di missioni. Kim assiste alla fine di un’era, ad un cambiamento epocale che suo malgrado la vede prima ispiratrice e poi perno degli accadimenti, in un modo che lei stessa non avrebbe mai pensato: scambiata per la misericordiosa dea Pashupati, soave incarnazione di quanto di buono c’è al mondo, finisce al centro di uno scontro di poteri che coinvolge uomini e dei, con una casta sacerdotale agguerrita e terribile, gli intrighi di palazzo per tenere in scacco i regni alleati (che poi così tanto alleati non sono), ma soprattutto la faticosa lotta di una intera civiltà per progredire ed il titanico sforzo di un eroe che vuole per davvero il bene della sua gente.

Il primo pregio che troverete in questo libro è una costruzione ambientale minuziosa e affascinante. Darraj vive e respira nelle parole di Laura e sembra di attraversarne le strade, assaggiarne i sapori, odorarne i profumi approfondendone la conoscenza pagina dopo pagina. L’impianto del romanzo, che ricordiamo essere fantascientifico, sfuma nel fantasy mitologico. La mitologia, su cui la storia prende piede e si eleva, è molto ben congegnata: nelle divinità di Pashupati e Melmoth risuona un’eco di Ade e Persefone (forse voluta?) che l’autrice è stata in grado di farmi amare immensamente in Regina di Fiori e Radici, ma discreto spazio hanno anche il Leone Dorato, volto guerriero della dea, e poi il dio dei mari ed il Re dei Cieli… e senza voler spoilerare troppo vi dico che tutti, in un modo o nell’altro, mostreranno uno dei propri volti.

Il terzo pregio è la caratterizzazione dei personaggi: Kim non è la fanciulla perfetta, la damigella da salvare, la svenevole di turno. È una ragazza moderna che ama gli altri, detesta la violenza e fa abbondante uso di turpiloquio. E deve lottare con la propria empatia, che la porta ad affezionarsi e le rende difficoltoso il distacco necessario per interrompere la missione…naturalmente non c’entra nulla un certo Harago, un figo che non se ne vedono da qui ad Aldebaran di sicuro, ma anche coraggioso, generoso, intelligente, sensibile senza volerlo apparire e insomma un QUANDO TE RICAPITA scritto a caratteri cubitali tra le stelle. C’è una postilla, in realtà, e cioè che il ragazzuolo è leggermente maledetto ed ha dovuto seppellire sette mogli perché sembra che Melmoth ce l’abbia con lui per non essere diventato una vittima sacrificale grazie all’affetto e alla lungimiranza del re padre, ma insomma, nessuno è perfetto…no?

Attorno a loro si muovono una quantità di comprimari tutti profondamente delineati, tra i quali spiccano Aktia, un ragazzino che Kim ha salvato appena arrivata a Darraj, dotato del dono di vedere gli spiriti, che sarà determinante per la lotta finale contro le forze di Melmoth, e poi Kengha, l’Uomo Leone, un altro viaggiatore stellare ed unica speranza per Kim di tornare a casa. Ma non si possono dimenticare i fratelli di Harago, il sacerdote di Pashupati ed infine la grande antagonista del principe, la sacerdotessa di Melmoth che sembra ordire la più terribile delle trame, anche se forse non sempre l’orrore si trova dove è facile volgere lo sguardo.

Il quarto pregio è – ma questa non è una novità – lo stile di Laura, che ne fa ai miei occhi una delle scrittrici di maggior talento che conosca. Riesce a infiocchettare una descrizione vivida e piena di poesia, poi ti sorprende con una punta di humor, poi ti avvolge con la grandiosità di una battaglia o l’epicita’ di un racconto mitologico e poi ti affascina con un momento di introspezione, ti fa conoscere uno ad uno i suoi personaggi al punto che quando il libro si conclude…ti mancano.

Il quinto pregio è che c’è la storia d’amore, ma non è solo una storia d’amore. In ballo c’è qualcosa di più grande, un valore immenso che poi è la cifra della evoluzione umana: la non violenza, in un certo senso.

Il sesto pregio è il finale, che naturalmente non vi svelo, ma che per me è stato altamente soddisfacente, il punto in cui fantascienza e fantasy si fondono e i richiami attraverso tutto il libro trovano un certo compimento e spiegazione…senza dire tutto.

Il settimo pregio è…la capretta. Ma se vorrete sapere di più su di lei e sul cosiddetto uomo che lancia le capre dovete affrettarvi a fare la cosa più sensata. Procuratevi questo libro e godetevelo, date retta a una zitella, un sogno ad occhi aperti così non capita di frequente.

L’illustrazione in copertina è di Serena M. Marenco

Ora vi dico perché mi è piaciuto Starwars VII – Spoiler al 101%

Attenzione prego: SE NON HAI ANCORA VISTO STAR WARS – IL RISVEGLIO DELLA FORZA, NON LEGGERE QUESTO ARTICOLO. RIPETO:  SE NON HAI ANCORA VISTO STAR WARS – IL RISVEGLIO DELLA FORZA, NON LEGGERE QUESTO ARTICOLO.

 

D’ORA IN AVANTI NON MI RITENGO RESPONSABILE DI SPOILER NON RICHIESTI E SUPPONGO CHE TU ABBIA GIA’ COMPIUTO 18 ANNI…AH,NO. BEH, SUPPONGO CHE TU SAPPIA GIA’ DI CHE COSA STO PARLANDO.

 

PRONTI?

VIA!!!

 

Ora che Leo Ortolani ha (come al solito) criticato il film “Star Wars – Il risveglio della Forza”, mi sento libera di dire anche io la mia. Certo, la sua recensione sarà immensamente più simpatica, ma devo anche dirvi perché secondo me ha sparato sulla croce rossa…per di più scazzando qualcosina.

Premetto che sono una fan “normale” di Star Wars, cioè non conosco a memoria in ordine alfabetico i nomi di tutti i rappresentanti del consiglio Jedi, ma mi limito a conoscenze superficiali dei film (visti sì e no una diciottina di volte).

La prima cosa che voglio dirvi è che sono uscita dal cinema con la sensazione di essermi MOLTO divertita. Ho trovato questo seguito un punto di incontro tra il sequel ed il rebooth e devo dire che l’idea non mi è spiaciuta affatto: innanzi tutto ritengo che coloro che si considerano “veri fans” sono anche quelli che farebbero bene a rivedersi la trilogia originale in loop, tanto niente risulterebbe all’altezza. (Ad oggi sono gli stesso che si lamentano della mancanza di idee originali, ma avrebbero strozzato Lucas ai tempi dei prequel per idee originalissime tipo Jar Jar Bings). Inoltre, il film è, da questo punto di vista inattaccabile: un vero Star Wars (e prova a dire di no, la trama ricalca pedissequamente “Una nuova speranza”!!!).

La mancanza di”sorprese” narrative – che è un po’ il punto debole del film –  è compensata da una realizzazione rispettosa e simpatica (es: BB-8 il droide che contiene le informazioni ricercate da buoni e cattivi è molto tenero e ti viene da proteggerlo quasi più di quanto avveniva con R2D2…) e da personaggi nuovi che sostengono ed ereditano magnificamente le parti delle vecchie glorie, che comunque appena appaiono strappano l’applauso.

Si diceva dei personaggi:

Rey, la protagonista, è ciò che sarebbe stato Luke. E sì, ho detto LA protagonista. Perché Rey è uno dei personaggi femminili meglio riusciti della storia nerd. Oltre alla bellezza (e se il povero Ortolani è in grado di giudicare solo il fatto che non sia la tettona di turno povero lui, a me viene tristezza) e al carattere, è un personaggio il cui genere – semplicemente – non importa. A tutto tondo. E non è una Mary Sue, nonostante riesca ad usare al Forza come nessuno prima di lei. Ovviamente tutti i nerd rosiconi si scocciano perché lei – per puro culo – riesce ad intortare una mente debole alla maniera di Obi Wan, ma non dicevano niente quando si inchinavano al ragazzino di 8 anni che guidava uno sguscio come nemmeno Ayrton Senna con la sua F1.

Kylo Ren, l’antagonista, che avrebbe dovuto prendere il posto di Darth Vader. Parliamone: un secondo Darth Vader NON avrebbe funzionato, perché il primo basta e avanza e soprattutto – come si è visto con i vari Count Dooku, Darth Maul etc etc. – è del tutto inarrivabile. Perché allora non farne un cattivo “in essere”, uno che ancora non è proprio del tutto Oscuro, i cui motivi per passare al sith side of life sono alquanto risibili…ma soprattutto chi avrebbe funzionato meglio del bambino viziato vittima di ossessione? Kylo Ren è tutto questo. E il fatto che sia figlio di Han e Leia dona motivazioni ad un personaggio che ha un larghissimo margine. Protagonista e Antagonista, per una volta, non hanno un rapporto squilibrato, ma crescono insieme. Mi sembra un punto da non sottovalutare che potrebbe invece portare nei seguiti una ventata di novità. Che poi al povero Kylo caschi il carisma a -250 appena si toglie la maschera mi fa un gran piacere, perché spero che così sia scongiurata l’ipotetica love story che per qualche secondo ho temuto.

Finn, il soldato pentito, ha il ruolo di introdurre coloro che non sanno nulla della saga nel mondo di Guerre Stellari. E’ un ottimo comprimario, un personaggio del tutto nuovo: si fa amare da subito.

Poe Daeron, il pilota infallibile: potrebbe essere il “nuovo” Han. Per lo meno le battute e il sollievo comico sono tutti suoi.

Le vecchie glorie appaiono in tutto il loro fulgore: si scopre che Leia e Han, alla fine, si amano ancora ma non sono rimasti insieme. Luke è scomparso e deve essere ritrovato, per riportare l’equilibrio nella Forza, dato che ciò che resta dell’Impero (ora si chiama Primo Ordine) è ancora in attività.Mi è piaciuto, in particolare, che Han solo ereditasse in qualche modo il ruolo che è stato di Ben Kenobi, ovvero il “padre” che l’archetipo vuole morto. L’ho trovato, in un certo senso, giusto, anche se lì per lì mi è dispiaciuto moltissimo.

C’è tutto quello che ci ha sempre affascinato di Star Wars. Inseguimenti, astronavi, la Morte Nera – più grossa, ora si chiama Star Killer – col suo unico punto debole che va centrato all’ultimo secondo…e poi le lightsaber che sono e restano l’arma più fyga inventata nel 20° secolo.

Davvero non capisco perché alcuni dicano di essersi annoiati: gli effetti sono perfetti. Né troppi, né troppo pochi.

La cosa più importante è che il film lascia davvero una discreta curiosità di vedere i seguiti, cosa che nei prequel a me non è affatto successa. I dialoghi sono interessanti. Basta con le svenevolezze alla “Dawson’s Creek” di Anakin e Padmé, grazie al cielo. E no, non ne parlerò male per seguire una moda e solo per il fatto che ora il marchio è in mano alla Disney. Che sia un’iniziativa commerciale…è chiaro dagli anni 70. Se però ci regala due ore di puro relax e riesce a proiettarci in una galassia lontana lontana…il film è benfatto. E per me lo è.

Inside Out, di Pete Docter & Ronnie Del Carmen (by Disney Pixar).

Esco fresca fresca dal cinema per raccontarvi quanto mi sia piaciuto “Inside Out”, il nuovo film della Disney Pixar che, come spesso accade, riesce nello scopo di creare un film apparentemente per bambini, tutto colorato e arcobalenato…per far emozionare e divertire i grandi. Livello di spoiler: qualcosina c’è. Ma se non volete sapere proprio niente che siete qui a fare? 😉

Ho assistito alla proiezione delle 8.10, quella tradizionalmente frequentata dai più piccoli e…devo dire che quelli che si sono fatti le più grasse risate erano i maggiorenni.

Seguiamo, dalla nascita alla pre-adolescenza, la vita di una ragazzina di nome Riley, attraverso i cinque sentimenti principali che “abitano” la sua mente: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto.

Ognuno sembra avere un compito speciale, Gioia – in particolare – è un po’ a capo di tutto perché lo scopo di tutti è cinque è far sì che la piccola viva una vita felice serena.

La mente di Riley è organizzata come una cabina di controllo alla cui consolle le emozioni si alternano generando ricordi che hanno l’aspetto di biglie colorate. I migliori ricordi, quelli speciali, danno origine alle isole che costruiscono i pilastri della personalità.

Ma cosa succede quando la vita della ragazzina ad un certo punto viene messa sotto sopra da un evento importante come un trasloco? Dover ripartire da capo in una nuova città non è facile e le Emozioni si alternano fino ad un incidente che porterà Gioia e Tristezza a compiere un lungo viaggio per ritrovare l’equilibrio della loro bimba…e per raggiungere tra loro quel compromesso che si chiama “maturità”.

Non vi svelo molto altro, perché il film merita di essere visto e goduto, possibilmente sul megaschermo dato che la realizzazione è davvero deliziosa. I colori, i personaggi, tutto ha il sapore dei migliori ricordi di infanzia ed è inframezzato da siparietti spassosi e momenti di commozione.

Un bel caleidoscopio di emozioni per un film che parla di emozioni…nulla di più azzeccato!

I personaggi sono meravigliosi, dal primo all’ultimo, compresa quella Tristezza che è all’inizio la reietta del gruppo, quella da tenere lontana a tutti i costi, ma che poi si rivela “utile” quanto (e forse più di) tutti gli altri…e questo è un prezioso insegnamento che ci aiuta, secondo me, a riflettere sul non aver paura di vivere a pieno le emozioni che ci sono state donate, perché ognuna di esse ha una ragione e l’importante è non eccedere in nulla.

Mi è piaciuto il fatto che sia Gioia a guidare la vita della bambina, con il suo pensiero positivo, ed ho adorato il fatto che persino lei abbia trovato il suo momento di sconforto e ne sia uscita più forte.

Secondo me, c’è materiale per un seguito che potrebbe rivelarsi godibile e simpatico anche più del primo…spero che il successo di questo film spinga la Pixar almeno a pensarci su.

PS: da non perdere anche il cortometraggio iniziale intitolato LAVA…sull’inaspettato amore di un…vulcano! Eccezionale!

L’Esilarante Mistero del Papà Scomparso, di Neil Gaiman (trad. Giuseppe Iacobaci)

Se state cercando un libro per bambini che si legga in fretta, ma che allo stesso tempo contenga avventura, dinosauri, pirati, extraterrestri e un cartone di latte…Neil ha dato alla luce quello che fa per voi.

“Fortunately, the milk…” è la storia di un papà che, una mattina, trovandosi solo in casa coi figli, esce per procurare loro il latte per la colazione. Torna dopo un saaacco di tempo e con una storia pazzesca da raccontare.

Stanco delle rappresentazioni stereotipate del papà distratto dalla lettura del giornale, sembra che Neil Gaiman abbia dato sfogo a tutte le fantasie sue e dei bimbi e imbastisce così un racconto ai limiti dell’assurdo, in cui il papà protagonista incontra uno stegosauro scienziato che lo porta in giro attraverso i mondi e le dimensioni. C’è solo una regola fissa: se un oggetto preso nel passato viene in contatto con se stesso nel presente possono verificarsi due terribili opzioni: la fine dell’Universo, oppure Tre nanetti viola che appaiono e cominciano a ballare. Per questa legge universale (forza di gravità e legge di attrazione…rodetevi il fegato!) il cartone di latte acquista un valore impensato, così come incredibile è la determinazione del papà nel portare ai suoi bambini quella stramaledetta confezione.

Riuscirà il papà, con l’aiuto del professore stegosauro (che nasconde un simpatico segreto) a salvare tutti noi, ma soprattutto la colazione dei suoi figlioli? Potrete saperlo solo immergendovi (magari con i vostri figli o nipoti) in questa avventura che, come vi dicevo, si legge in mezz’ora ma è gustosa, divertente, ironica.

Ed è bene che i bambini imparino presto a distinguere quelle storie che sono capaci di far cadere i limiti alla fantasia.

Ancora una volta, Neil centra il bersaglio e ci regala un gioiellino adatto ai piccini, ma godibilissimo anche per i grandi.

Riconoscete il tizio in copertina?

L’Uomo d’Acciaio (no, ma grazie Superman eh.Grazie!)

Sìììì, sono tornata! Con una settimana di ritardo, ma eccomi qua. Il ritardo non è dovuto ad eventi catastrofici, ma al contrario…io e Lui abbiamo deciso di prolungare la vacanza perché, semplicemente, la Scozia è TROPPO bella, i suoi abitanti, TROPPO  simpatici, le cose da vedere TROPPO numerose. Non vedo l’ora di scrivere il resoconto, ma ho bisogno di un po’ di tempo per fare mente locale e sistemare le foto, così, come post di ritorno, ho deciso per una recensione. Un film che mi ero persa al cinema, nonostante la presenza del nostro attore patrono, Henry Cavill e che ho recuperato solo ieri (santo torrent!!!) : L’Uomo D’Acciaio.

Premessa: cercherò in tutti i modi di evitare che la fighezza di The Henry mi ottenebri il giudizio e infatti devo ammettere che questa nuova versione di Superman non mi ha convinta al 100%.

Anzi, detta senza fronzoli, purtroppo mi aspettavo molto ma molllto meglio.

Il film si apre col tentativo pregevole di distaccarsi dalla trama “ufficiale” dei precedenti film di Superman, ovvero non ci viene proposta subito la sbobba di Jor El che piazza il pargolo sull’astronave e lo lancia nel cosmo. No, questa parte, con un ottimo Russel Crowe, viene ripresa in seguito sotto forma di acuto flash back esplicativo. Ecco, all’inizio abbiamo Superman già cresciuto che…pesca i merluzzi. Essì. Troviamo il figonzo sotto coperta e sotto copertura a fingere di essere un marinaio pur di guadagnarsi un passaggio verso l’Artide. Insomma siamo già in cerca dell’avamposto kryptoniano in cui l’eroe scoprirà la sua vera essenza.

Guizzo di novità: Lois Lane è già in campo a rompere gli zebedei e infatti sta svolgendo un’inchiesta su questa strana struttura immersa nel ghiaccio polare. Nel frattempo il nostro ha cambiato lavoro e da merluzzaro si è trasformato in facchino, per la suddetta Lois Lane, che vede un bonazzo del genere, ma non lo degna di uno sguardo finché non lo scopre a gironzolare in maniche corte dentro il reperto interstellare (lui c’ha le chiavi, c’ha).

Nel frattempo lui viene a conoscenza di essere un Kryptoniano, grazie alla coscienza di Jor El che gli parla come fosse vivo in modalità ologramma e gli racconta tutto.  Finalmente il giovane Kal/Clark ha la spiegazione della sua natura così diversa dagli altri e di tutte le sofferenze subite durante l’infanzia e l’adolescenza a causa dei suoi poteri e della determinazione del suo padre terrestre (Kevin Costner) a tenerli nascosti.

Lois, che è sempre dove non dovrebbe essere, scopre tutto e vuole scrivere un articolo, ma Clark la convince a tenere il segreto, battendo le ciglia da cerbiatto. Il sospetto è che se le avesse chiesto di indossare un gonnellino e ballare la hula lei avrebbe ottemperato all’istante ed in questo la capiamo, perché fin dall’inizio il nostro merluzzaro/facchino/supereroe sfoggia du’ bicipiti che gnam. Va be’, avevo promesso che non mi sarei fatta distrarre e manterrò il punto.

Clark, una volta scoperte le proprie origini, decide di tornare da mammà, ma – una volta a casa – dopo DUE MINUTI che le ha detto: “Tranquilla mammina, andrà tutto bene!” le trasmissioni si interrompono per annunciare un imminente attacco alieno.

Ebbene sì: il cattivo di turno non è l’atteso Lex Luthor, ma si parte subito col carico da 90, il generale Zod. Che ha una curiosa somiglianza con uno dei personaggi di Spongebob di cui non ricordo il nome, quello con la testa tonda.

Insomma, Zod, liberatosi con il suo esercito in seguito alla distruzione di Krypton, ha cercato Kal El per tutta la galassia, perché è convinto che Jor El abbia affidato al figlio l’intero sistema genetico kryptoniano e quindi l’unica possibilità per far risorgere il pianeta. Perché un nuovo Krypton sorga, però, è necessario che la terra diventi un deserto privo di vita.

Zod minaccia i governi di una guerra totale contro il genere umano se Superman non gli verrà consegnato immediatamente. E ovviamente chi ci finisce in mezzo? Lois Lane, ovviamente. Clark si consegna spontaneamente e viene a conoscenza del Perfido Piano, e da qui in poi è un susseguirsi di Super Mazzate a destra e a manca.

Ora, se fossero due bontemponi a darsele di santa ragione, tutt’al più il genere umano se la sarebbe cavata con un vetro rotto. Vogliamo esagerare? Un vetro rotto e un tavolo spaccato. Ma qui se le danno i Kryptoniani e l’Esercito Americano a suon di missili. Ogni volta che si danno un pugno viene giù un palazzo, un monumento, un quartiere, esplodono treni, autobus, aeroporti. Insomma: grazie, Superman, che ci volevi salvare, ma non potevi andare a picchiarti coi tuoi compagnucci…chessò nel sahara, nella Death Valley, o insomma, in qualche centro non molto abitato?

Ma tu no, Metropolis centro. Centomilioni di vittime per un cazzotto di Zod. No, ma grazie eh, Superman. Grazie.

Insomma, il film non è che una sequenza di BOOOOOMMM, PPPPUUUUUMMMMMM, CRAAAAAAASSSSHHHH! e questo un po’ mi dispiace, perché non dico di infarcirlo di pippe mentali intimiste alla maniera di Ang Lee con il suo Hulk che  ha addormentato generazioni intere di fumettari convinti di trovarsi davanti ad un pop corn movie e invece si è vista alle prese con un saggio sul complesso di Edipo (verde). No, non dico questo. Ma ci sarebbe piaciuto vedere meno palazzi crollare ed un po’ più interazione tra i personaggi, un poì più di…recitazione, si può dire?

Ora, capisco che è difficile creare un rebooth cercando l’originalità, ma il potenziale c’era tutto e a mio parere è stato abbastanza sprecato.

DA SALVARE:

– Henry Cavill, perchè fa veramente sbavare in ogni inquadratura ed è perfetto per il ruolo.

– Jor El, perchè anche se un po’ più vecchio ed imbolsito Russel Crowe ha sempre un suo perché.

– Finalmente Superman porta le mutande sotto il costume.

– Quando lui impara a volare, fa un po’ il grosso e poi precipita miseramente.

– Perry White afroamericano (è Lawrence Fishburne…Morpheus, per intenderci)

DA BUTTARE:

– Zod non dice mai “In ginocchio davanti a Zod!” E allora che Zod è?

– Manca la Kryptonite

– Krypton ed il suo sistema di nascite controllate è copiato di peso da Matrix

– Troppi, ma davvero troppi i palazzi chd crollano.

– Come cattivo ho sempre preferito Lex Luthor

Insomma, può darsi che mi sia persa qualcosa perché ho guardato il film con 38 e mezzo di febbre, ma credo che l’essenziale sia questo. Non dico che sia inguardabile, specie se apprezzate le pellicole tipo “Transformers”…ma per l’appunto non ci muoviamo da lì, ed è un peccato. Comunque, scommetto che il secondo ci sarà e nutro la speranza di un migliore sviluppo della trama, anche se – ahimé – si vocifera di un cross over “Batman vs Superman” che non mi ispira granché…

Barbablu, di Amélie Nothomb (traduzione di Monica Capuani)

(Novità –novità: per le opere straniere ho deciso di inserire i nomi dei traduttori. Non sarà il premio Nobel, ma credo che un minimo di riconoscimento a questi professionisti vada dato. Non so nemmeno perché non mi sia venuto in mente prima).

 

L’ultima fatica di Amélie Nothomb, che di certo posso annoverare tra le mie autrici preferite, riprende il titolo e l’impianto di una vecchia fiaba, che da bambina mi inquietava abbastanza, quella del ricco orco che uccideva le sue mogli quando queste contravvenivano al suo ordine di non entrare in un determinato sgabuzzino del suo palazzo.

Sicuramente la favola ha diversi livelli di lettura e può essere adattata a molteplici morali. La Nothomb la rivede in senso estetico, la costruisce in forma quasi totalmente dialogica (gran parte del romanzo è portato avanti durante le conversazioni serali tra la ragazza e “l’orco”) e ne approfitta per creare uno scorcio personalissimo sul tema dell’amore e della morte, tra loro legati a doppio filo.

 

Saturnine è una bella ragazza di venticinque anni che decide di cercare un appartamento e incappa nella dimora offerta dal ricchissimo don Elemirio Nibal y Milcar, Grande di Spagna e gentiluomo d’altri tempi, che però ha in tutta Parigi la terribile reputazione di aver fatto sparire in modo ambiguo le precedenti otto donne che hanno convissuto con lui nell’appartamento ora rimesso in affitto.

Incurante delle malelingue e soprattutto attratta dall’incredibile lusso e comodità di una casa messa a disposizione per pochi soldi, la giovane donna si lascia alle spalle la paura e accetta quella strana forma di convivenza.

Man mano che conosce il suo padrone di casa, però, il rapporto comincia a farsi a tratti seducente e spaventoso: lui non è attraente eppure la affascina col suo bizzarro modo di fare, non fa nulla per minacciarla, eppure lei sente che la Morte serpeggia in quella casa.

Nella villa c’è una camera oscura – perché don Elemirio si sente fotografo – e dice che in essa è vietato entrare, se non a costo di un prezzo altissimo. Forse che tutte le precedenti coinquiline abbiano contravvenuto all’ordine e abbiano pagato lo scotto con la vita? Tormentata da questo dubbio, Saturnine non può impedirsi di provare prima interesse e poi un amore disperato per questo potenziale serial killer. Durante le cene che i due consumano, condividendo il piacere dello champagne d’annata, la donna cerca di farlo confessare e di fargli motivare ben otto crimini così atroci. E’ certa, infatti, che nella camera oscura si celino i resti delle otto compagne che don Elemirio ha avuto e che egli dice di amare ancora, in qualche modo.

Quando poi il Grande di Spagna si innamora di lei, la trama si infittisce. Il destino di Saturnine è appeso ad un filo, perché l’orco, ormai lo sa, uccide le donne che dice di amare…

 

Come tutte le fiabe nere che Amélie Nothomb ama raccontare, anche questa si gioca sul filo della suspence legato al dialogo che scopre a poco a poco le inclinazioni e le peculiarità dei personaggi.

Don Elemirio è spaventoso.

Come spesso accade, il suo disturbo è di tipo narcisistico: egli non uccide per “punizione”, ma definisce la condanna delle sue compagne come estremo atto di stima delusa, dato che ciò che lo disturba non è la disobbedienza, ma la caduta della donna angelicata nelle bassezze della curiosità. Elemirio appaga il suo senso estetico cucendo per le donne abiti di colori diversi, cosicché ognuna vada a rappresentarne uno (quello di Saturnine è il Giallo Oro, il più perfetto e vivace di tutti, secondo Lui).

Saturnine lo conquista con l’indipendenza e ne è conquistata dal mistero e dalla pericolosità. Come una falena che si avvicina alla fiamma, la ragazza sa che il gioco che conduce ha come possibile esito la tragedia, eppure si decide a rischiare, per amore. In fondo è abbastanza sicura di sé per sapere che non forzerà gli eventi e non vorrà scoprire il Segreto. Ma Elemirio ha un piano ben preciso e solo l’amore e l’astuzia potranno salvare la ragazza.

Scritto con il consueto stile nothombiano (che poi significa vocabolario inusuale, attenzione alla squisitezza del suono, ritmo incalzante), questo “Barbablù” si legge in un’oretta, data anche la brevità del testo, ma resta nella psiche per molto tempo dopo la chiusura. Capacità unica della Nothomb è quella di rendere i suoi testi come delle preziose filigrane, spesso straniando il lettore e portando la sua attenzione sui particolari (mi vengono in mente le squisite sfumature degli abiti cuciti per le sfortunate coinquiline, la sensazione al tatto delle stoffe, che interpreta anche la personalità della donna di turno).

I personaggi (due principali ed una secondaria – amica di Saturnine) emergono solo da ciò che dicono. Il parlato permette alla vicenda di svelarsi a poco a poco, con un punto di vista limitato tanto quanto utile al clima di suspence, che c’è ed è pesante in tutto il libro. Si spera per la vita di Saturnine, si freme per sapere ciò che è contenuto nella camera oscura, si riflette sull’amore e sul valore di un segreto, sulla crudeltà e sull’estetica, sul narcisismo e su quanto questo sia attraente. Tante, tante tematiche in poco più di 100 pagine.

Ancora una volta, Amélie Nothomb ha centrato il bersaglio in pieno.

I Racconti dei Vedovi Neri, di Isaac Asimov (by Only)

Oggi la nostra Only ci consiglia un libro giallo del più grande scrittore di fantascienza…che dite? Anche a voi suona strano? Ebbene, non lo è. Vediamolo insieme.

Only

C’era un volta un famoso scrittore di fantascienza, forse il più grande di tutti,  di nome Isaac Asimov. Un giorno questo scrittore decise, un po’ per suo diletto, un po’ su commissione di alcune famose riviste del mistero, di scrivere alcuni racconti gialli. Pensò di  legarli tra loro utilizzando un contesto comune, il Club dei Vedovi: questo gli permise, alcuni anni dopo la loro pubblicazione sparsa, di riunirli in un unico volume.

Era il 1974 e “I Racconti dei Vedovi Neri” uscì nelle librerie diventando, nel tempo, il primo di una quadrilogia.

Ma chi sono i personaggi che popolano un club dal nome così inquietante? A formare il singolare gruppo sono degli amici di lunga data che vedovi non sono, ma si definiscono tali quell’unica volta al mese in cui lasciano a casa le rispettive famiglie e si riuniscono. Quasi sempre nel ristorante preferito, in qualche rara occasione a casa di qualcuno di loro.

Scopo principale delle riunioni è di fare quattro chiacchiere in compagnia, anche se il club è articolato in modo molto serio. A turno ognuno di loro è anfitrione della serata, il quale ha pieni poteri su di essa e soprattutto deve portare un ospite, vera star dell’incontro. Il regolamento del club infatti vuole che l’ospite sia sottoposto a una serie di domande , procedura alla quale non può sottrarsi rispettando nel contempo la regola d’oro del gruppo: nulla di ciò che viene detto durante la serata deve essere riportato all’esterno.

I vedovi del club diventano per autodefinizione “neri” quando un giorno uno degli ospiti porta con sé un curioso enigma. L’intrigante soluzione viene scoperta, la caccia si è rivelata divertente  così, senza che ci sia un’implicita ammissione di ciò, ogni anfitrione comincia a portare nell’appuntamento mensile i pezzi di un puzzle, spesso presentati dall’ospite di turno. Compito dei vedovi neri, metterli insieme.

Isaac Asimov, che ammette nelle note di questi racconti di essersi divertito molto, scrive questi piccoli gioiellini rispettando le regole classiche del giallo inglese.

A spiccare nei racconti è quindi la trama, o se volete il rebus da risolvere: tutto il resto è secondario o, piuttosto, al servizio della trama stessa. Gli stessi membri del club sono quelle figure un po’ stereotipate di cui pullulano i gialli d’oltremanica:  hanno nomi precisi ma non altrettanta personalità distinta e si tende a confonderli in quanto il loro unico scopo, con le loro supposizioni intelligenti ma anche un po’ fuorvianti, è di far risaltare l’esatta soluzione fornita dal deux de machina. A vestire i panni del risolutore non è infatti nessuno dei vedovi ma Henry, il cameriere, che come un ombra serve a tutte le loro cene e interviene al momento opportuno offrendo l’esatta soluzione del caso.

I vari rompicapi portati all’attenzione del club che non sono mai efferati ed eccola un’altra regola rispettata del vecchio giallo inglese, regola peraltro non scritta ma quasi mai disattesa: tra le righe di questi deliziosi racconti, ognuno di poche pagine, troviamo furti, smarrimenti, improbabili caccie al tesoro, scomparse e ritrovamenti. Ci sono anche omicidi , ma essi sono “politicamente corretti”, Agatha Christie docet:  poco sangue, ancor meno violenza.

E infine, Asimov si dimostra molto leale verso il suo pubblico, sapendo che contravvenire a ciò è in qualche modo imperdonabile, come barare malamente: anche se abilmente nascosti alla vista del lettore distratto, gli indizi sono alla sua portata così come dei vedovi neri quindi, se si ha voglia di partecipare alla gara, non esiste una vera posizione di svantaggio per chi legge.

E lo ammetto, anche se di solito sono una lettrice pigrona, che preferisce aspettare le deduzioni dell’Hercule Poirot di turno piuttosto che farne di proprie, stavolta mi sono divertita a scervellarmi un po’. Che ci crediate o no, in un paio di occasioni ho pure azzeccato!

 

I “Pornofatati”, ovvero: “Un bacio nell’ombra” di Laurell K. Hamilton

E’ un fatto che dopo le sfumature è divenuto ancor più chiaro: le ragazze non disdegnano roba spinta. Certo, non ai livelli di certi pornazzi che ormai sono più che trovabili in rete, ma di sicuro i libri che oggi sono indicati per “giovani adulte” farebbero sghignazzare John Holmes. Sì, so chi è John Holmes, no, non ho mai visto i film per cui è famoso.

Che dicevo? Ah sì, la roba spinta per signorine.

Se la Meyer aveva accuratamente evitato il tema, la James ne ha fatto il suo vessillo, pretendendo anche di stabilire nuovi confini e nuove “regole” per il manuale del perfetto seduttore, che nel migliore dei casi è un riccone stalker e interessante quanto una spillatrice da tavolo.

Ma no, le due signorine non sapevano che prima di loro – oh, assai prima di loro! – c’era stata (e c’è ancora) una donna che aveva iniziato bene, ovvero proponendo le avventure soprannaturali di una “detective dell’Oltretomba e sterminatrice di mostri” di nome Anita Blake e che poi si è persa nei meandri del pornofatato.

Ebbene sì, parlo proprio di Laurell K. Hamilton.

merryg

Ora, io non so cosa sia successo a questa autrice: non so se siano stati i soldi o un’illuminazione a luce rossa sulla via di Damasco, ma il fatto è che da un certo punto in poi la sua produzione si è trasformata ed Anita – fino al libro prima un moderno incrocio tra Van Helsing, un camionista ed una matrioska – è diventata la reginetta della tromba, iniziando a farsi in ordine alfabetico tutti i personaggi. E dico tutti. Il risultato è che il 90% dei libri è diventata la descrizione delle avventure lenzuolose di Anita, mentre il restante 10% rimane il noioooooso caso simil-giallo/soprannaturale che la nostra deve risolvere in ogni puntata.

Ma secondo voi la Hamilton era contenta così? Ve lo dico io: no.

Perciò nel 2000 ha dato il via ad una seconda serie che vede come protagonista una principessa delle fate in esilio: Meredith Gentry.

Il ciclo di Merry Gentry non fa neanche finta di iniziare con uno scopo diverso da quello che è il pornofatato. Se è vero che in principio troviamo la principessa in incognito a Los Angeles dove lavora come investigatrice privata (condizione che ci ricorda Anita Blake molto da vicino) è altrettanto vero che la situazione si sgretola fin dai primi capitoli. Merry è diretta discendente dei sovrani del popolo dei Sidhe, che noi chiamiamo fate, ma che in realtà sono degli esseri immortali simili alle divinità, ognuno legato ad un particolare elemento e presenti nella mitologia celtica.  I Sidhe sono divisi in due regni: la corte Seelie, dove tutti sono perfetti e luminosi, e la corte Unseelie, quella dell’Oscurità, governata da una perfida regina che ha un figlio pazzo. Ora, la regina vuole che Merry combatta contro il principe Cel per ottenere il trono. Ma la lotta non si svolgerà su un campo di battaglia (per lo meno, non soltanto) bensì tra le lenzuola: chi dei due genererà per primo un erede avrà il trono. Il problema è che le donne Sidhe restano incinte molto raramente, quindi la soluzione è…farlo tantissimo!

Alla bisogna accorrono le Guardie della Regina: ventisette (ven-ti-set-te!) manzi pazzeschi che per un millennio circa sono stati a stecchetto, perché la sadica padrona non ha mai concesso loro nemmeno l’autoerotismo. E quando i tizi vengono assegnati alla ragazza con la pregunta di metterla incinta il prima possibile, ovviamente, c’è da fare a gomitate.

Ora, dopo la “Confraternita del Pugnale Nero” (sì, sì, sto riguardando il terzo libro per proporvi la recensione anche di quello) credevamo di aver visto tutto…invece no.

Premessa: a me la serie di Merry Gentry è piaciuta. La protagonista è simpatica, i libri sono scritti meglio rispetto a quelli dei vampirozzi ed i personaggi sono più variegati. Inoltre il richiamo alla mitologia celtica è accurato e in fin dei conti la corsa per il trono è coinvolgente. Insomma: è una serie che si fa leggere, peccato per l’insistenza sui particolari scopaioli. No, davvero. Dopo 40 pagine di zompamenti una si stufa. Nessuno scherzo.

E comunque anche qui se ne vedono delle belle.

Il primo libro, “Un bacio nell’ombra”, serve come introduzione alla storia e ci presenta un mondo in cui umani e faeries sono perfettamente integrati e alcuni dei personaggi principali, tra cui:

Merry Gentry: è la protagonista del libro, figlia del principe Essus, morto in un attentato anni prima. Merry è per metà umana e per metà Sidhe, il che la rende inadatta per la corte Seelie e la condanna anche tra gli Unseelie, dove passa un’adolescenza vagamente turbata (sai com’è, quando tutti cercano di ucciderti e tu sei l’unica che non è immortale? Un trauma).

Per di più è una tappa tettona con i capelli rossi, così diversa dalle eteree donne fatate che si sente sempre esclusa. All’ennesimo tentativo di accopparla e distrutta dalla morte del padre, scappa a Los Angeles, dove con particolari lenti a contatto copre i suoi occhi tricolor (le fate hanno tutti gli occhi di 3 colori, la Hamilton è molto precisa in questo. Meredith  ha tutte le sfumature del verde e dell’oro) e con una piccola magia detta glamour impedisce alla sua pelle di risplendere. La troviamo che lavora per un’Agenzia investigativa ed intrattiene una relazione amorosa con un Uomo Foca. Non scherzo: il suo fidanzato è una foca mannara. Merry capisce di avere qualcosa di speciale quando mentre si rotolano tra le lenzuola lui si impelliccia tutto.

Al grido di “W la Foca!” il fidanzato se la batte in mare aperto perché Merry deve scusarlo ma ha troppa nostalgia dell’Oceano. Ora, noi non vorremmo pensare che i maschi – compresi quelli di foca – siano inaffidabili, ma…acciderbolina, ti ci portano!

Merry-merry-gentry-9229414-1024-768

Comunque, a causa di un caso particolarmente insidioso che coinvolge un mago attirato dalle creature fatate, Merry è costretta a rivelare al mondo la sua vera identità, cosa che la mette immediatamente in pericolo. Ed è allora che apprende che sua zia, la Regina dell’Aria e delle Tenebre, non vuole ucciderla, ma farne una possibile erede ed entrano in campo i figonz….le guardie.

Tra i ventisette manzi, spiccano alcuni membri di rilievo (se mi perdonate l’orrido gioco di parole):

Doyle, la Tenebra – Manzo n.1, guardia del corpo personale della Regina viene assegnato alla principessa con suo enorme sollievo (e suo enorme qualcos’altro). Doyle è tutto nero. Nel senso che non è un afroamericano perché è di razza sidhe, ma la sua pelle, i suoi capelli ed i suoi occhi sono color della pece. Come capitano delle guardie è il più saggio, il più coraggioso e si trasforma pure in mastino. Tiè. Cane e fidanzato nella stessa persona, quando si dice “paghi uno prendi due!”.

Frost – Il Gelo Assassino – Incarna lo spirito del ghiaccio ed è tutto d’argento, con la pelle bianchissima. Essendo stato un bambino disadattato, Frost è un capriccioso che vuole a tutti i costi primeggiare, ma è anche un guerriero formidabile e dopo un po’ si scoprirà che tutta sta spocchia è frustrazione sessuale. Infatti dopo che finalmente Merry gli ha concesso di partecipare alla gara per diventare Papà dell’Anno, diventa molto più simpatico.

Galen – Il Cavaliere Verde – che – indovinate un po’?-  ha i capelli verdi, gli occhi verdi e la pelle verdolina. Non rappresenta i ranocchi, ma l’erba, la natura – diciamo. E’ molto tenero (come l’erba!) e un po’ troppo dolce, è il primo amore di Merry e quando gli dicono che non solo può ma anche DEVE zomparsela in più e più modi ed occasioni non fa mistero della propria gioia. PS: Galen è verde pure lì. Non so voi ma io penso alla parola “fava” e mi fa ridere.

Sholto – Re degli Sluagh. Si pronuncia “Sciolto” e già la cosa è buffa. Ma Lui è un seriosone: è il capo della tribù dei deformi ed è il temutissimo comandante dell’esercito della corte Unseelie, quello che viene mandato a PUNIRE gli sgarbi, diciamola così. Un picciotto con un esercito di mostri. Lui, però, ovviamente non è un mostro affatto e non è nemmeno tutto colorato: ha solo una mezza dozzina di tentacoli al posto dell’ombelico. Vivi. E non fate quella faccia: Merry li trova assai funzionali.

Rhys – Un’ ex divinità della morte tutto bianco, con un occhio bendato a mo’ di pirata, detto anche Mister Addominale (e con questo credo di aver detto tutto) ed appassionato di cinema e di Humphrey Bogart

Nei libri successivi ne arriveranno altri, ma per il momento bastano e avanzano. Anche perché oltre a loro, pare che nel regno di Faerie ogni aviodotato non aspetti altro che accoppiarsi con Merry oppure ucciderla. Che dire, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, no…?

Comunque, da quando la principessa accetta di partecipare alla Corsa al Trono impiega un paio di capitoli per avvisare i prescelti e questi ne impiegano altrettanti per riuscire a crederci.

Ed ancora al grido di “W la Foca” (più o meno) si comincia a fare quel che si deve fare per ottenere un pupo.Specie perché si capisce che in Merry e nella sua vitalità è insito un potere divino in grado di restituire al regno la magia che, lentamente ma inesorabilmente, lo sta abbandonando.

Nonostante le incursioni degli emissari del principe Cel, che è disposto a tutto per impedirle di concepire, la nostra impavida eroina gozzoviglierà a più non posso, cercando – allo stesso tempo – di resistere agli intrighi di corte e alle trame dei nobili a lei ostili.

Alleanze, tradimenti, fazioni che cambiano bandiera, amicizie ed amori, rendono questa serie – e questo libro in particolare – molto più avvincente di quanto  possa sembrare nel solo raccontarla.

Insomma, questo libro non è una zozzeria. Non sarà il Capolavoro d’Arte Drammatica del Secolo, ma – come i Confratelli del Pugnale Nero – non si prende troppo sul serio, è scritto con stile accettabile e i figonzi sono proprio figonzi senza se e senza ma. Per di più la trama che sottende alle porcellinate è avvincente e non vi troverete a saltare qua e là alla ricerca del particolare hard.

Consigliato per i momenti di ormone latitante…e per farsi quattro risate.

Tipo che se questo potrebbe essere Galen anche se è verde mi fa meno ridere...

Galen!!! fa un po’ meno ridere così eh???

Rosemary’s Baby, by Only

Inserito il
Rosemary’s Baby, by Only

Parlando di Ira Levin, qualche giorno fa, la nostra Only ha tirato fuori dal suo vecchio baule una recensione per un libro che davvero sembra esserle piaciuto molto e rafforza la mia convinzione a spararmi tutta la bibliografia di questo scrittore. 

Only

La recensione della nostra MissLoisLane sulla “Fabbrica delle mogli” (che non ho letto, ma recupererò a breve!) mi ha fatto venire in mente che non ho mai parlato di uno dei più gialli più riusciti che siano mai stati scritti, quel “Rosemary’s baby” per il quale lo stesso scrittore, l’americano Ira Levin, è giustamente famoso.

(Mia Farrow nel film tratto dal libro nel 1968, per la regia di Roman  Polanski).

New York, 1966. A Hugh e Rosemary Woodhouse, giovane coppia da poco sposata non sembra vero di aver trovato casa nel prestigioso palazzo Bramford, nel cuore di Manhattan.

L’appartamento è bellissimo e a buon prezzo, e l’unico lato negativo sembrano essere Roman e Minni, una coppia di mezz’età che vive  sullo stesso pianerottolo, simpatici ma un po’ asfissianti nei loro tentativi di fare amicizia a tutti i costi.

Rosemary e Hugh prendono l’appartamento nonostante il parare contrario dell’amico Hutch, scrittore e quasi un vice-padre per Rosemary: il palazzo gode di una brutta fama, per l’elevato numero di delitti che si sono consumati al suo interno e per essere stato, pare, il covo di uno stregone decenni prima.

Ma la giovane coppia non si fa intimorire, non ora che le cose sembrano andare per il verso giusto. La carriera di Hugh come attore sembra finalmente decollare e a Rosemary non sembra vero che lui abbia finalmente accettato di allargare la famiglia…

“Rosemary’s baby” è uno dei gialli più terrificanti che io abbia mai letto, e credetemi quando vi dico che ne ho letti davvero tanti.

Ira Levin è un genio. Tutto l’impianto narrativo del romanzo è- semplicemente- geniale.

Il ritmo che Levin riesce a dare al suo romanzo è veloce, quasi  incalzante, nonostante apparentemente non succeda  quasi nulla. E nonostante questo “nulla apparente” si svolga quasi tutto tra le mura del Bramford, con un impianto quasi da pièce teatrale.

Rosemary e Hugh, dopo le iniziali resistenze, cedono alle avances di Roman e Minnie: soprattutto l’attore sembra affascinato, tra lo stupore della moglie, da questa coppia attempata dall’aria così normale, quasi noiosa.

La vita della giovane coppia, che non ci viene detto ma immaginiamo prima del trasloco si svolgesse normalmente, comincia a ripiegarsi all’interno del palazzo. I due apparentemente continuano la loro vita, in pratica iniziano a staccarsi da tutte le vecchie amicizie, come se il Bramford li avesse in qualche modo inghiottiti. L’anomalia che si respira nell’atmosfera del palazzo sembrare contagiare anche il concepimento del primo figlio di Rosemary e Hugh, che avviene in circostanze molto particolari.

La gravidanza, attesa da Rosemary come un vero dono, si rivelerà un incubo: la giovane inizia a stare malissimo e con il dolore fisico iniziano angosce e paranoie.

Suo è il punto di vista che Ira Levin appiccica addosso al lettore, perciò non possiamo esimerci dal precipitare nella stessa spirale di incertezza che risucchia Rosemary. Lei è certa che la gravidanza non sia come dovrebbe essere, nonostante le rassicurazioni del medico. Qualcosa sembra stringere Hugh e Rosemary in una morsa oscura: che abbia a che fare con Roman e Minnie, e la strana cerchia di persone che vive intorno a loro?

E’ reale l’inquietudine che percepiamo, o è frutto della mente di Rosemary? Man mano che la gravidanza procede, il lettore non riesce più a distinguere cosa è reale e cosa no: Rosemary sta impazzendo o le sue paure, i suoi timori, sono reali? Che persino il marito, Hugh, non sia più lo stesso? Di chi potersi fidare? Mania di persecuzione figlia di un’ isteria, paura irrazionale o esiste davvero una cosa chiamata magia nera che vuole per sé il bambino che Rosemary porta in grembo?

Rosemary non è un romanzo d’azione, dicevamo. E’ un fine thriller psicologico,  che ti prende per la gola in modo quasi claustrofobico e non ti lascia andare fino alla (per certi versi sorprendente) conclusione.

Lo consiglio davvero a tutti, ma solo che avete alcune ore di tempo perché  è uno di quei libri che una volta iniziato non si lascia mettere sul comodino fino alla lettura dell’ultima pagina.

E’ un vero peccato che questo geniale scrittore sia praticamente scomparso dagli scaffali delle nostre librerie.

Mentre speriamo in alcune riedizioni,  possiamo sempre andare a caccia dei suoi libri nelle biblioteche, o  in quella vasta biblioteca che è Internet!

Tim, di Colleen McCoullough

Inserito il

Siccome si tratta di una rilettura, vi ripropongo una mia vecchia recensione, apparsa ANNI ED ANNI fa ai bei tempi di “Liblog” (per chi non lo sapesse, blog letterario per cui scrivevo, che poi ha chiuso – non per colpa mia!).

 

Se c’è un’autrice che ha abituato i suoi lettori a storie d’amore contrastate o quanto meno inusuali, quella è Colleen McCoullough, che ha narrato – per esempio – i tormenti di Padre Ralph e della sua Meggie in Uccelli di Rovo. Dopo aver subito circa sedici volte in pochi mesi la visione dello sceneggiato per via di un’insana passione di mia madre per Richard Chamberlain, mi sono rifiutata di accollarmi anche il libro ed ho preferito buttarmi, per spirito di contraddizione, sul romanzo di esordio di questa brava scrittrice australiana: Tim. Devo dire, con un certo compiacimento, di non essermi mai pentita.

timcover

La storia si svolge nei sobborghi di Sidney, un ambiente che la McCoullough riesce a cogliere in pieno nella sua essenza. La protagonista è Mary Horton, una donna in carriera giunta alla mezza età senza aver mai conosciuto l’affetto di nessuno; nella sua vita austera e metodica piomba d’improvviso Tim, un muratore di venticinque anni, bello come un dio greco ma ritardato nello sviluppo mentale. Se la sola vista della bellezza pura e devastante di Tim sconvolge Mary, ancora di più faranno il suo candore e la sua intelligenza infantile e delicata.

L’approfondirsi del rapporto tra i due è naturalmente visto sotto cattiva luce sia dalla famiglia del ragazzo (la caratterizzazione dei genitori Ron ed Esme è da applauso) che dalle comari del vicinato, ma nessuno potrà fermare un sentimento destinato a crescere per durare nel tempo.
Che cos’è la normalità, in fondo?

Oltre a colorare i suoi personaggi con brio, la McCoullough riesce – attraverso di essi – a renderci coscienti delle dinamiche sociali a cui ognuno è legato, ed è molto interessante seguire non soltanto l’evolversi di una poetica storia d’amore, ma anche il modo in cui Tim e Mary riusciranno a rompere gli schemi che la vita ha loro disegnato attorno. Le tematiche non sono, infatti, solo quelle appartenenti ad un libro romantico, ma affrontano coraggiosamente i disagi del ritardo mentale, le delusioni, la fatica delle famiglie che si trovano con un malato, i comportamenti sbagliati di chi non può capire quanto sia profondo il baratro. In questo oceano, Mary e Tim trovano la loro rotta aggrappandosi l’una all’altro, donandosi reciprocamente ciò di cui ognuno di loro ha bisogno.

Lo stile utilizzato è coerente al testo e in molte pagine rispecchia l’ambiente in cui si svolge l’azione. Una nota di merito va ai dialoghi: il padre del ragazzo, ad esempio, usa diverse espressioni dialettali e ciò contribuisce a far trovare l’atmosfera popolare dei sobborghi; Mary, invece, che appartiene ad una classe sociale più elevata, si esprime sempre con termini forbiti. Le descrizioni di Mary e Tim insieme riescono addirittura a commuovere, riflettendo la poesia insita nel loro rapporto, con lei che è capace di pensare quanto lui assomigli “all’incarnazione di una dolce notte estiva”.

Consiglio Tim a tutti, anche a chi non si sente particolarmente incline alle storie romantiche: troverete dolcezza, ma non c’è melassa e penso che ogni tanto faccia bene coltivare il nostro lato sentimentale, soprattutto se, come in questo caso, ci viene data l’occasione di farlo con un’opera intensa e particolare.

Come io mi immagino TIM. :P

Come io mi immagino TIM. 😛