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American Gods – il telefilm (finalmente!!!)

Dopo SECOLI, torno al blog (sperando di poter scrivere un po’ più spesso) perché avrei un saaaaaacco di cose da dire, ma siccome sono per i “nuovi inizi soft” non sparerò subito uno dei miei pipponi, ma vi darò le mie impressioni sul primo episodio della serie tv di “American Gods”, che per i pochi che non lo sapessero è finalmente uscita sia da noi che negli USA e che promette di essere la mia prossima cotta telefilmica, dopo Supernatural e – ultimamente – Sense8.

Tanto per cominciare Neil Gaiman qui è produttore e credo che questo sia di per sé già una garanzia di fedeltà al romanzo. Infatti, per ora, il primo episodio mi ha incollata al televisore.

Trama in breve per chi non avesse letto i libri: Shadow Moon e’ un ex galeotto che si trova all’improvviso privato di ogni certezza. La moglie Laura muore in un incidente, nel quale resta coinvolto anche l’amante della donna che avrebbe dovuto dare al nostro eroe un nuovo lavoro e un’opportunità per ricominciare. Durante il viaggio verso la sua città natale, dove avrebbe dovuto assistere ai funerali, Shadow incontra un tizio che si fa chiamare Wednesday e che gli propone di fargli da autista/guardia del corpo. Al principio l’aria poco raccomandabile dello sconosciuto vorrebbe far desistere il protagonista che però si trova costretto dagli eventi a imbarcarsi in questo strano viaggio, durante il quale incontrerà una quantità di personaggi bizzarri e spaventosi, qualcuno benevolo, qualcuno totalmente malvagio…e si troverà suo malgrado coinvolto in una guerra all’ultimo sangue tra gli antichi dei e le nuove divinità emergenti quali ad esempio Internet, o la Televisione.

Già vi ho svelato fin troppo, ma sono certa che gran parte di coloro che si stanno avvicinando a questo telefilm o sono appassionati del libro e dell’autore (tipo me) e quindi sanno già tutto, o troveranno comunque decine di motivi per rimanere a bocca aperta.

Questa prima puntata è stata molto più splatter di quanto immaginassi e tuttavia fedelissima al testo scritto. Se devo trovare il pelo nell’uovo, mi pare che l’interprete di Shadow, Ricky Whittle,  sia molto più carino (E PELATO!) rispetto a come me lo fossi immaginata, ma solo proseguendo potrò dare un vero e proprio giudizio sulla resa del personaggio.

 

Quel che già so è che Ian McShane nel ruolo di Wednesday mi sembra perfetto.

Gli effetti speciali e tutto quel sangue mi sembra paghino un po’ a serie che ultimamente hanno sbancato, tipo Game of Thrones, o anche Spartacus…ma spero che American Gods vada ben oltre questo. Per adesso siamo all’inizio dell’avventura: Shadow è uscito di prigione dopo aver saputo la notizia della morte di  Laura ed è stato assunto da Wednesday come da copione. Ciò che mi ha impressionata di più finora è la resa visiva degli ambienti e dei colori ed in particolare il pub dove si svolge la lotta con Mad Sweeney, il leprecauno che gli regala la famosa moneta d’oro che creerà il miracolo…beh, non voglio certo spoilerare più di tanto.

Per chi non sapesse dove e’ possibile vedere American Gods…basta fare l’abbonamento ad Amazon Prime e collegarsi sulla relativa app, se avete una smart tv. Altrimenti – mi raccomando NOOOON USAAAATE i tanti siti di streaming, NON CE NE SONO COSI’ TANTIIII……;)

Neil Gaiman(iac)

Questa è una dichiarazione d’amore.

Metto le mani avanti – e dico anche a Lui di non essere geloso, sarebbe inutile – perché non so bene come uscirà questo articolo, ma so per certo che quando parlo di Neil finisco sempre nell’identica direzione. Sviolinerò, siate pronti. Se non siete pronti, vi do il permesso di saltare l’articolo a pie’ pari – e ci vediamo domani. Quindi, via alle musiche.

La prima volta che ho incrociato un testo di Neil Gaiman non l’ho capito. Mea culpa. Ero piccola e si trattava di un volume a caso di The Sandman, perciò, non conoscendo gli antefatti, il fumetto mi sembrò strano, noioso, difficile e…in qualche modo pericoloso.

Non ci ho più pensato finché un amico non mi ha messo in mano una raccolta (di quelle che regalavano in abbonamento con un quotidiano) dicendomi che senz’altro mi sarebbe piaciuto.

Il muro si è crepato allora, ma la diga non era ancora esplosa.

Ci ha pensato, un paio di anni dopo, Colui-che-non-deve-essere-nominato-ma-ha-la-fumetteriaetcetc. Il quale, vedendomi a ciondolare nel suo negozio per dei quarti d’ora, mi ha piazzato in mano “American Gods” e mi ha assicurato che si trattava davvero di un bel romanzo.

Non so come funzioni, per certi scrittori. Non so se è come una storia d’amore e cioè non basta essere fatti l’uno per l’altra, ma occorre anche incontrarsi al momento giusto. Posso solo dire che quando ho aperto “American Gods” per la prima volta ho sentito vibrare dentro di me un accordo armonico.

Neil Gaiman nasce il 10 Novembre 1960 aPortchester, Inghilterra. Comincia la sua carriera come giornalista e scrivendo racconti di fantascienza per riviste a sfondo erotico. Negli anni Ottanta approda alla DC Comics in qualità di sceneggiatore e si fa immediatamente notare grazie alla sua versione di Black Orchid un personaggio da lui completamente rivoluzionato.

La consacrazione, però, arriva solo nel 1989, con The Sandman ovvero le avventure di Morfeo, Signore dei Sogni, uno degli Eterni (ovvero Sette entità che sono al di sopra degli dei: Sogno, Morte, Delirio, Desiderio, Distruzione, Disperazione, Destino). The Sandman, che si avvale della collaborazione di Dave McKean per le illustrazioni di copertina, segnerà una pietra miliare nella storia del fumetto e getterà le basi per l’universo gaimaniano, incredibilmente sfaccettato e complesso ma, come vedremo, dotato di pilastri fissi.

La DC Comics pubblicherà The Sandman fino al 1996 e da allora la carriera di Neil non conoscerà nubi: da sceneggiatore di fumetti passerà alla televisione, ai racconti per l’infanzia, ai romanzi per adulti. Tra le sue opere più pregevoli vi segnalo “Stardust”, “Coraline”, “Il Figlio del Cimitero” tra i libri scritti per i ragazzi; “American Gods”, “I ragazzi di Anansi”, “Nessundove” e – in coppia con Terry Pratchett – “Buona Apocalisse a Tutti” si distinguono invece tra i testi dedicati agli adulti.

Diversi sono poi gli adattamenti cinematografici: “Mirrormask”, “Beowulf”, “Stardust” e si vocifera di un telefilm tratto da “American Gods” a cui collaborerebbe – pensate un po’ – Eric Kripke, il creatore di Supernatural (praticamente il mio sogno che si avvera).

La narrativa di Neil Gaiman è geniale. Lo dico senza mezzi termini e senza paura di smentite, benché in letteratura tutti i gusti siano gusti. Chi altri riuscirebbe a raccontare il massacro di una famiglia dal punto di vista del coltello in modo da rendere l’idea in ogni particolare, ma allo stesso tempo senza fare paura ai bambini cui la storia è rivolta? Avviene ne “Il figlio del cimitero”, in cui il piccolo Nobody Owens riesce a fuggire agli aguzzini dei suoi genitori e viene “adottato” dai fantasmi che si aggirano nel vicino Camposanto, diventando un “quasi-fantasma” lui stesso.

I suoi personaggi principali sono sempre “pecorelle smarrite”, ragazzi che – in un modo o nell’altro – hanno perso la strada e se stessi ed hanno il compito di “ritrovarsi” attraverso una serie di mirabolanti avventure.

La teoria più avvincente, germogliata in The Sandman e poi fiorita in “American Gods” è quella secondo cui non sono le Divinità ad aver creato l’uomo, ma il contrario. Quindi esse restano potenti finché l’Uomo stesso tributa loro preghiere ed attenzioni. Per questo gli Eterni di cui fa parte Sogno sono superiori: essi non mutano mai con il fluttuare della mentalità umana.

Nell’universo in cui tutto è mutevole, le possibilità dei protagonisti di Neil Gaiman sono infinite, così come infinita sembra la fantasia di questo autore. Ma è nelle pennellate che si misura, secondo me, il suo genio. Perché lui riesce a descrivere un uomo che si annoia così come il passaggio in un’altra dimensione con precisione incredibile, rendendo il concetto chiarissimo ed allo stesso tempo facendo sorridere (o tremare, a seconda del momento nella storia).

Infine, di solito non giudico gli autori dalla persona, ma Neil è pure simpatico. Attivissimo in rete, ha un blog molto seguito ed è sempre in contatto diretto con i fans tramite i profili Twitter e Facebook. Ed è modesto, come non ci si aspetta da uno del suo livello.

Ricordo perfettamente che ad un suo lettore che gli scrisse: “Perché tu hai pubblicato tuuti questi libri ed io invece non sono mai riuscito a pubblicare un bel niente?” non rispose mandandolo a quel paese come avrebbero fatto scrittori assai meno titolati di lui, ma con una grande verità: “Caro amico, se non hai mai pubblicato niente, verosimilmente, è perché non hai mai finito niente. Continua a provare”.

Oppure come dimenticare la dedica di “I ragazzi di Anansi”, che dice:

Lo sai come funziona. Apri un libro, leggi la dedica e scopri che ancora una volta l’autore l’ha dedicato a qualcun’altro.

Questa volta è diverso.

Perché non ci siamo ancora incontrati o perché la nostra è soltanto una conoscenza superficiale, o siamo pazzi l’uno dell’altra, o non ci vediamo da troppo tempo ma tra noi c’è uno strano legame, oppure non ci incontreremo mai, ciononostante continueremo a pensarci con affetto…

Questo libro è per te.

Con quali sentimenti te lo dedico lo sai, e probabilmente sai anche da cosa nascono.

 Io di uno così mi potrei innamorare.