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L’arte di bene-dire.

Vi sembrerà un titolo un po’ strano, ma è da un po’ che rifletto sulla potenza delle parole e del linguaggio e ora più che mai, visto che infuria la polemica sulla giusta dicitura di alcuni mestieri citati sempre al maschile che alcuni non vogliono declinare al femminile perché “suona male alle loro orecchie”, ci sto pensando ancora di più.

Di come le parole contribuiscano in larga parte non solo ad esplicitare il nostro pensiero, ma a formare il sentire comune.

Per questo ritengo giusto usare le parole appropriatamente. Dirle bene. Bene. Dire.

Da qui, mi viene naturale pensare a quanto siamo facili alla maldicenza. Su chiunque, in qualunque caso. E quanto invece facciamo fatica a complimentarci, a dire qualcosa di bello, a sottolineare il meglio anziché il peggio. Siamo al punto per cui, se qualcuno fa un complimento a qualcun’altro lo riteniamo falso come Giuda o, nel migliore dei casi, ingenuotto/a

Lui mi prende in giro, perché in diverse situazioni io faccio i complimenti.  Per esempio al ristorante, se un piatto mi piace particolarmente, io non manco mai di mandare i compimenti in cucina. E Lui ride. Ma io so che non c’è da ridere e so che se si fa un lavoro, anche di routine, è bello sentire che questo viene apprezzato. E visto che è così facile lamentarsi, non capisco perché siamo così restii a esplicitare a parole il nostro piacere.

Le parole formano ciò che arriviamo a sentire.

Sto leggendo un libro, in merito, ve ne parerò presto molto più diffusamente, per ora vi anticipo che parla di una ragazzina paraplegica che non ha mai potuto parlare, ma dentro di sé nasconde un intero universo. Ognuno di noi è un microcosmo di parole che si inseguono fra loro e si collegano e creano ciò che ci ritroviamo a vivere, a loro modo.

Per questo – e qui mi ricollego alla tematica calda di questi giorni – ci incazziamo tanto perché viene svilito il ruolo delle donne in alcuni nomi comuni che sono ormai appannaggio di tutti/e. Ci spiace restare ancorate ad una forma mentale che ci vuole fuori dalle istituzioni e da alcune professioni, la ragione per cui la parola sindacA ad alcuni fa venire l’orticaria, ma la parola impiegatA no.

E non è una violenza sulla lingua italiana, perché come ci insegna l’Accademia della Crusca, il femminile di tali parole esiste, così come esistono i neutri, quindi chi crede di fare il furbo aggiungendo semplicemente una A dove non si deve non aggiunge un bel niente alla causa. Fa solo la parte dell’ignorante (ma d’altronde non ho mai conosciuto un maschilista intelligente).

Quindi, impariamo a usare la nostra lingua. Per dire-bene. E per bene-dire.

Ne trarremo tutti e tutte  un grande vantaggio.

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  1. Sono d’accordo con te. Ho letto anche io l’articolo dell’Accademia della Crusca e se guardi c’è un allegato interessante con un piccolo dizionario pratico🙂
    Finalmente trovo un’altra persona che si complimenta per i lavori ben fatti. Io lo faccio ogni volta che lo penso, anche con le persone vicine, e credo che sia molto più potente che lamentarsi di ogni cosa.

    Rispondi
  2. “visto che è così facile lamentarsi, non capisco perché siamo così restii a esplicitare a parole il nostro piacere”: quanto è vero! Siccome sono assolutamente d’accordo con te, colgo quest’occasione per ringraziarti per questo blog❤

    Rispondi

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