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Sulle emozioni: qualcosa che Inside Out spiega benissimo (e che non avevo mai puntualizzato prima).

Non vi ho abbandonati. Come avrete intuito, sono stata un po’ impegnata con la presentazione del corso di Giapponese (che per chi se lo stesse chiedendo è andata oltre le più rosee aspettative).

In questi giorni però ho ripensato spesso ad “Inside Out” e da quella via ho riflettuto sulle mie, di emozioni, anche perché come sapete quest’estate sono stata costretta a scandagliarle molto bene e soprattutto perché è già la seconda volta in pochi giorni che mi sento rivolgere una domanda curiosa: “Ma a te… non girano mai le palle?”

Evidentemente, le due persone diverse che me l’hanno posta mi conoscono solo superficialmente, se no saprebbero che sì, mi girano. Oh, se mi girano. E non solo, ultimamente – e giuro non grazie ad Inside Out! – ho anche capito che il mio voler reprimere gli aspetti più spigolosi della mia rabbia non mi ha fatto bene.

Il film della Pixar ha un pregio enorme: Gioia a parte, ci mostra tutte quelle emozioni che noi – di primo acchito – consideriamo negative e le rivaluta alla grande, mostrandocene l’utilità. E mostra come, persino Gioia, possa avere dei momenti “no” di fronte alle difficoltà.

L’accettazione delle proprie emozioni è, secondo me, un bellissimo messaggio, perché non tutti (ed io per prima) la attuiamo sempre. A me è successo tante volte di impormi di soffocare le emozioni negative sul nascere e questo mi ha fatto male in passato, in un modo che sconto ancora adesso – con certe mie fragilità.

Rileggendo molti articoli del blog, si può pensare in effetti che io sia una persona un po’ monocolore (seppure quel colore sia il “rosa” dell’ottimismo), ma sento il bisogno di dire – se ce ne fosse bisogno – che non è così e non lo è mai stato. E che non credo la Felicità possa essere cercata, raggiunta e mantenuta ignorando le proprie emozioni.

Persino i momenti di tristezza sono utilissimi, perché credo siano gli unici in cui ci guardiamo per davvero dentro, e ci prendiamo cura di noi stessi. Certo, il pericolo di eccedere è in agguato, ma – hei – mica possiamo essere al top per il 100% del nostro tempo!

Una cosa che ho imparato dal taijiquan è che anche nell’euforia può esservi l’esagerazione e che questa è altrettanto dannosa perché ci impedisce di vedere altro da noi.

Quindi, a chi me l’ha chiesto e a tutti gli altri – vorrei dire che no, non ho mai pensato che ci si debba sentire “colpevoli” per i propri momenti di rabbia, paura o tristezza. Anzi, penso che vadano accolti ed accettati come segnali di ciò che non va, magari con la speranza di porvi rimedio. Ciò che può essere dannoso è entrare in un tunnel negativo adattandovisi così bene da non vederne più l’uscita. O – peggio – non volerla vedere.

A me, a volte, piace abbandonarmi alla malinconia di un ricordo. Mi piace lasciare che mi scivoli addosso come una piuma, perché se sento malinconia – o nostalgia, o tristezza – di solito vuol dire che ho avuto qualcosa di bello, di cui sentire la mancanza. E, vi sembrerà un paradosso , ma penso sia stata una fortuna avere avuto quella cosa (o quella persona vicino).

Persino la tristezza dettatami da esperienze traumatiche o umilianti (tutti, credo ne possiamo contare qualcuna) ha una sua utilità. A me è capitato, fin da piccola, di perdere amicizie a cui tenevo per via del mio carattere “forte”. Risultato: ho sviluppato una forma di insicurezza che mi fa temere spesso di volermi “imporre” e quindi mi fa comportare all’esatto contrario, cioè in maniera indecisa. A questo sono arrivata dopo luuuunghi turbamenti (che durano tuttora), su come mai quest’estate ero così stanca e triste, al punto da dovermi riassestare. Se non avessi avuto la tristezza di quei ricordi non avrei potuto rifletterci, non ci sarei arrivata. E adesso ho questa consapevolezza in mano, su un nuovo aspetto di me che prima avrei voluto ignorare e che mi crea problemi perché a volte mi fa mettere davanti le altre persone ed i loro sentimenti, anche a discapito dei miei.
Ecco a che cosa servono le emozioni negative. A capirsi. A fare amicizia con quell’anima che è l’unica con cui avremo sempre a che fare: la nostra.

E scusate il post un po’ personale, non credo sia di grande interesse. Ma mi andava proprio di scriverlo.

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