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27 Gennaio. “Ricordate che questo è stato”.

Non c’è nulla di più lontano dalla Felicità e dai pensieri sereni di quanto non sia il ricordare l’Olocausto. E non è per questioni politiche che oggi ho deciso di scrivere un articolo in merito anche se  è lontanissimo dagli intenti di questo blog. Tuttavia, i tempi che stiamo vivendo mi hanno fatto pensare sempre più spesso che l’odio che sta pervadendo il mondo, un odio cieco che ci divide in razze, religioni, stili di vita, rischi sempre di farci regredire a questo. A quello che siamo stati. Inutile far finta.

Per “non dimenticare”, come direbbero a Rete Quattro, oggi vi dico che ci fu un lager che i nazisti dedicarono quasi esclusivamente alle donne. Non ne parlo perché voglio distinguere le vittime femminili come coloro che più hanno sofferto. Non è così. Ne parlo per rispondere a coloro che dicono che in situazione di guerra “gli uomini combattono, le donne se ne stanno al calduccio”.

Ravensbrück si trovava circa a 90 Km a nord di Berlino in una landa desolata talmente fredda da essere chiamata “Piccola Siberia”. Vi furono internate, dal 1939 al 1944 oltre 130000 donne risultate “non conformi” alle pretese del Reich. Vi furono, oltre alle prigioniere di guerra, le ebree, le zingare, le comuniste, le testimoni di Geova ed in generale tutte coloro che venivano considerate “asociali” (lesbiche, oppositrici del regime”). Furono sfruttate per il lavoro schiavo, utilizzate come cavie, furono usate nei bordelli (alcune partirono volontarie, pur di sfuggire agli orrori del lager), lasciate a morire di stenti con i loro bambini. I neonati, uccisi nei modi peggiori davanti ai loro occhi.

Mentre scrivo, non posso trattenere le lacrime.

Questo successe in Germania circa 70 anni fa. Nel mondo, forse non in maniera così politicamente strutturata, ma sicuramente sistematica, succede ancora.

Primo Levi chiese di “ricordare che questo è stato”. Ma il suo non era un invito al solo sterile ricordo. Ricordare non vuol dire passare cinque minuti di tristezza e poi lasciare che tutto vada come va.

Ricordiamo. E facciamo – nel nostro piccolo – quanto possibile per interrompere queste catene di odio, così facili da alimentare. Quando ci viene da parlare con leggerezza di “razze”, “stranieri che ci rubano il lavoro”, “gentaglia”….ricordiamo che cosa è stato. Studiamo, per spezzare i pregiudizi. I singoli non possono impedire i massacri, ma ognuno può fare il suo per contribuire alla pace e alla cooperazione tra i popoli. Anche adesso che tutto sembra scivolare nella direzione opposta. Anche adesso che la crisi ci costringe a tirare la cinghia. Noi siamo nati fortunati, non dimentichiamolo mai.

Noi l’orrore non lo conosciamo. Ringraziamo di non conoscerlo.

Per chi volesse approfondire l’argomento, consiglio questo libro.

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