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Con il cuore a Kobane, di Zerocalcare

Un reportage a fumetti può sembrare una cosa strana e forse non troppo seria a qualcuno che non conosca Zerocalcare (ma c’è qualcuno, ormai, che ancora non sa chi sia? Ne dubito).

Non mi stupisce, perciò, che “Internazionale” abbia deciso di affidare a lui e pubblicare un resoconto dell’esperienza che il Nostro ha svolto con una staffetta romana per portare cibo e materiale sanitario a Kobane, dove i ribelli ( e LE ribelli) curdi combattono l’ISIS.

Siccome “Internazionale” è andato esaurito nel giro di 30 secondi la settimana dell’uscita, per fortuna hanno avuto l’ottima idea di ristampare il reportage in un fascicolo a parte e riproporlo venerdì, quando anche io sono riuscita a procurarmelo.

A raccontare Kobane in breve si rischia sempre qualcosa. Non è possibile, infatti, descrivere esaustivamente ciò che sta succedendo laggiù, a meno di non essere esperti di storia-guerra-attualità, cosa che temo di non essere.

Il riassunto – che anche Michele ha tentato – è che a Kobane, città nel nord della Siria (Kurdistan) si regge una resistenza militare contro l’ISIS. E a Kobane, sembra sia stato messo in piedi dai curdi anche un sistema sociale fondato su parità di genere, democrazia, giustizia sociale e condivisione. Sembra impossibile quando, a solo pochi metri, ci sono questi “nemici” troppo cattivi per non essere parte della sceneggiatura di un film. Nemici che decapitano, che torturano, che schiavizzano le donne…eppure parte di un film non sono.

Lungi da me analizzare la situazione geopolitica della popolazione curda, mi sento solo di dire che c’è qualcosa di strano nel fatto che…siamo tutti anti-ISIS, ma gli aiuti dati in quest’occasione sembrano ridicoli. Oh, sì, gli americani bombardano ogni tanto, ma come mai non si vede ombra di offensive, quando per molto meno sono stati rovesciati governi e dittature? Beh, magari sto dicendo una sciocchezza grande come una casa, perciò mi fermo qui e torno al reportage di Calcare, come al solito capace di scatenare una gamma di emozioni che vanno dal commosso al divertito quasi nella stessa vignetta.

Michele prova a dare la sua versione, ovvero a disegnare ciò che lui stesso ha visto e sentito nella settimana in cui è venuto a contatto con questa realtà. La paura, per i tagliagole a pochissimi metri di distanza, il filo spinato, le bombe, la rassegnazione della sua guida, il senso di soggezione per ragazze più giovani di noi che combattono armate di fucile (perché i membri dell’IS hanno paura delle donne, dato che se vengono uccisi da un “essere inferiore” il paradiso  verrà loro negato. Ha ha.)

Si delinea, alla fine, una guerra che non solo coinvolge un lembo di terra, ma anche una parte di umanità. Lo scontro di culture che ha falcidiato Charlie Hebdo, che a brevi intervalli ci sbatte in faccia foto di corpi decapitati…che i nostri politici vorrebbero far passare come “scontro di religioni”. Ebbene no, Kobane sconfessa tutto questo: i combattenti curdi sono musulmani, di un islam tollerante e moderato così come ogni religione dovrebbe essere. Il sistema sociale stabilito è quasi commovente nelle sue istanze di parità ed uguaglianza, laddove l’IS fa dell’inferiorità della donna uno dei suoi punti di forza.

Calcare descrive con dovizia di particolari la vita quotidiana dei volontari, provando a rappresentarne anche le motivazioni. E questo tocca a fondo, anche se magari fino a ieri Kobane era per noi solo un nome su una cartina. Ecco, il merito di questo “fumettone” è stato quello di proiettarci là, dal sicuro dei nostri salotti, dal calduccio dei nostri uffici…dove la linea tra la vita e la morte è sottile, dove uomini vestiti di nero sono pronti a farsi esplodere pur di annientare il nemico infedele.

A Kobane si combatte per il bene più prezioso: la libertà, prima ancora che per la vita. E il pacifismo è un lusso che non ci si può concedere.

Da leggere per riflettere su cosa significa “guerra”. Per piangere. Per pensare.

E non è poco.

PS: mentre scrivo si sta diffondendo la notizia, per ora non confermata, che la città sia stata liberata. Se è così sono felice. Miché hai visto mai che porti fortuna?

 

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