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Giovane e bella, di François Ozon

Avevo sentito parlare molto di “Jeune et Jolie”, il film-scandalo di François Ozon che segue la storia di una diciassettenne francese che si prostituisce volontariamente. Ero un po’ curiosa di vedere questo famoso sguardo “non giudicante” del regista, per il quale il film si è attirato tante critiche e tante lodi.

Approfittando della convalescenza (ebbene sì, ho le difese immunitarie di un passero) e del fatto che il dvd è passato da casa non si sa bene come, me lo sono visto oggi dopo pranzo.

La protagonista è Isabelle, una ragazza molto più carina della media ma, all’apparenza, non diversa dalle molte studentesse che affollano i nostri licei. La vediamo perdere la verginità al mare,  con un ragazzo di cui non le importa molto, e la ritroviamo prostituta, in città. Nessuno la costringe, anzi. I suoi incontri avvengono in camere d’hotel, a 300 euro per volta.

Tutto sembra filare liscio, finché un cliente non ha un infarto durante uno di questi rapporti e la verità viene pian piano a galla.

Isabelle finisce dallo psicologo, di cui si prende gioco, e vani sono i tentativi della madre di farle capire che sta facendo qualcosa di sbagliato. Lei non pensa mai di aver sbagliato, anzi. Nemmeno quando i clienti sono squallidi e scortesi.

Nemmeno l’amore di un ragazzo riesce a smuoverla. Solo una persona, forse, riuscirà a metterla davanti alla realtà. E sarà un personaggio molto marginale e inaspettato, ma forse sarà più incisivo di tanti sterili colloqui.

Il film si regge completamente sulla bellezza luminosa e sull’interpretazione di Marine Vacht, nuova stella del cinema francese. E di essere una stella ne ha ben donde, è davvero il suo profilo a tenere lo spettatore con la bocca aperta attaccato allo schermo, anche se nel film si vede ben di più. Sono i suoi occhi, ora teneri, ora impenetrabili, a restituirci il ritratto di questa ragazza che ha tutto eppure decide di vendersi e a far sorgere il più profondo dei perché.

Ma ora veniamo allo sguardo non giudicante di Ozon. Col cavolo, che è non giudicante. Isabelle è un personaggio che sembra sempre impassibile. E’ gelida, nonostante il mestiere “bollente”. Non ha nulla che la definisca davvero, se non, appunto , i soldi che gli uomini sono disposti a pagare per lei. La sua bellezza, lei la misura così. Si vede attraverso gli occhi dei clienti, non ha un’identità sua, tanto che per prostituirsi usa il nome della  nonna materna.

L’impressione è che questa ragazza sia giudicata eccome, perché in tutta la sua bellezza non ha trovato la forza per auto-definirsi. E ciò che sembra una scelta auto-determinata e quindi rispettabile è invece il soddisfacimento di un bisogno disperato, che non è tanto quello di sesso, quanto piuttosto quello di essere cercata, di organizzare gli incontri, di stabilire un prezzo. Di avere qualcosa per cui qualcun’altro è disposto a pagare.

Questo film, che purtroppo è di attualità anche da noi – Isabelle dai giornali italiani sarebbe chiamata “baby-squillo” – mi è piaciuto per ciò che rappresenta e mostra, per come affronta il tema senza indorare troppo ma senza nemmeno indugiare in scabrosità assortite ed inutili. Sarebbe bello che facesse riflettere qualcuno e qualcuna su quali sono i ruoli di potere all’interno di un rapporto mercenario, su quali possono essere le “pecche”, anche in una scelta autodeterminata e su come  non sempre ciò che è possibile fare sia anche giusto e lecito. E non si tratta di moralismo d’accatto, ma di un dar valore alla propria vita indipendentemente da uno sguardo che, poiché non ci appartiene, non sarà mai giusto per noi.

 

 

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