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La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker – by Only

Tornata dalle vacanze, la nostra amica Only ci parla di un libro che s’è letta d’un fiato…e quindi a lei la parola.

Only

Premetto subito una cosa, ancora prima di iniziare la recensione.

A me questo libro è piaciuto. Lo voglio dire subito perché come succede per tutti quei libri che vendono trilioni di copie, si legge di tutto nelle recensioni che lo riguardano: c’è chi lo ha osannato, e chi ha detto che è una schifezza.

Ora, a me piacerebbe un po’ mettermi nel mezzo e cercare di fare un’analisi obiettiva di quello che in fondo rimane un romanzo GIALLO. Lo scrivo in maiuscolo perché alcune delle critiche che ho letto mi hanno un po’ lasciata perplessa: non so se i premi vinti dal giovane signor Dicker abbiano un po’ confuso molti dei lettori, ma “La verità sul caso Harry Quebert” è e rimane un thriller. L’ho letto senza aspettarmi nient’altro, e di altro non ho neanche trovato nessuna avvisaglia: c’è un assassinio, uno o più investigatori, una trama gialla che si infittisce per poi essere sciolta, tanta suspense, azione e molti colpi di scena.

Aldilà della validità o meno di tutti questi elementi, sui quali poi vi dirò la mia, Harry Quebert rimane quello che appare nella premessa. Non è un romanzo di narrativa contemporanea di portata monumentale, è un’opera di intrattenimento. L’ho letto senza aspettarmi Dostoevskij, e quindi certe recensioni tipo “non è male, ma non aspettatevi niente di più di un giallo” mi lasciano un po’ così, come se si fosse tentato di venderci qualcos’altro. Eppure a me non è sembrato neanche prendendolo in mano e leggendo la quarta di copertina, che vi riassumo con parole mie:

“30 Agosto 1975: una ragazzina di 15 anni, di nome Nola, scompare misteriosamente ad Aurora, piccola cittadina del New Hampshire. Trentatré anni dopo, il suo cadavere viene ritrovato sepolto nella villa di un noto scrittore, Harry Quebert. L’uomo viene accusato dell’omicidio e il suo amico Marcus, scrittore anch’esso, corre in suo soccorso: certo dell’innocenza dell’amico, Marcus inizia a indagare sul passato di Nola, e sulle vicende accadute ad Aurora in quella lontana estate in cui la ragazzina sparì.”

Come vedete, è un giallo, fin qui non ci piove. E pure banale, se me lo concedete: se nel sig. Dicker vogliamo cercare dell’originalità, secondo me non la troveremo certo nell’incipit del romanzo.

Che però sono 770 pagine. 770! Sono tantissime per un giallo, lo posso concedere. Ma se davvero vogliamo partire dal presupposto che un giallo non debba essere prolisso (ho letto anche questo, tra le stroncature), dovremo togliere dallo scaffale la Millenium trilogy e tutta la letteratura gialla scandinava che è derivata da essa, a essere davvero onesti.

E proprio parlando di onestà, vi dico che il Joel Dicker, rispetto a molti suoi colleghi contemporanei, ne ha da vendere. Mi riferisco, nella fattispecie, a quella verso il fedele lettore di genere. Una delle regole cardine del romanzo giallo è che l’autore dovrebbe essere onesto nei confronti del suo lettore, dandogli gli stessi elementi per poter risolvere il mistero di cui dispone l’investigatore stesso.

Questa regola nel giallo moderno viene spesso disattesa: probabilmente perché è fuori moda, ma anche perché, sospetto, ci vuole una certa abilità per rispettarla. Bisogna nascondere in piena luce, usando le parole adatte e abilità narrativa per costruire un contesto narrativo che celi l’indizio prezioso. Joel Dicker usa le settecento e passa pagine del suo romanzo per creare una serie di scatole cinesi in cui nasconde il vero mistero, creando diversi colpi di scena che, una volta svelati, risultano evidenti a una seconda lettura più attenta. Un lettore fedele di gialli è di solito appassionato ma disattento, o se vogliamo un po’ pigro, perché in fondo vuole solo essere intrattenuto e pertanto si aspetta che sia l’investigatore a risolvere il mistero. Ma allo stesso non ama essere ingannato, e gli piace accorgersi, tornando indietro di parecchie pagine a mistero svelato, che la verità era sotto il suo naso.

Ecco perché il romanzo di Joel Dicker funziona, nonostante la moltitudine di pagine. Esse servono per rendere intricata una trama che è in partenza banale: lui stesso sembra saperlo, e si dà da fare per creare scompiglio. Fornisce elementi, personaggi, storie nelle storie, per cercare di creare un po’ di originalità in un genere letterario pieno di lettori famelici ed esigenti, che hanno letto tanto e sono furbi come faine. Non si lasciano ingannare facilmente appunto perché hanno letto tanto nello stesso genere, e non puoi appioppargli la stessa zuppa riscaldata all’infinito perché ne sentono la puzza lontano chilometri.

Se ci rifletto a mente fredda, so che quello di Dicker non è certo un capolavoro.

Anzitutto è uno scrittore giovane, la sua scrittura è acerba e spesso frettolosa. Sente il bisogno di andare sempre a 120 chilometri orari, e in ogni capitolo succedono tante di quelle cose che alla fine di ognuno si è un po’ frastornati, come se si scendesse da un giro di giostra. Essendo giovane è anche un po’ ingenuo, e commette errori che un buon editor avrebbe dovuto segnalargli: nel 2008, scrivere che “Deborah era una vecchina di sessantadue anni…” non esiste proprio!

Infine, deve ancora imparare molto sull’approfondimento psicologico dei personaggi. Molti sono abbozzati con superficialità, e la popolazione di Aurora si riempie sì di personaggi, ma dai contorni sfumati. Questo fa funzionare la trama e tutti i trabocchetti escogitati dallo scrittore, perché i colpi di scena sono sempre credibili: un personaggio non contraddice mai sé stesso perché non è sufficientemente descritto da far notare al lettore la stonatura tra il suo comportamento in quella determinata occasione e il suo carattere. Una simile leggerezza, scusabile in un giallo alla vecchia maniera inglese di duecento pagine, che si legge in un pomeriggio, non è però perdonabile in un libro da quasi ottocento pagine. Lo so che di Stephen King non pullula il mondo e di libri come “L’ombra dello scorpione” ne esiste solo uno, ma se scrivi di un’intera comunità devi riuscire a farla vivere in maniera credibile. Invece molti dei personaggi menzionati sono rigidi come marionette e altrettanto intercambiabili tra di loro. Una pecca terribile, che speriamo passi tra qualche anno affinando un po’ la tecnica.

Questo, a mente fredda. Rimane però il fatto che io, assidua lettrice di gialli, questo libro l’ho fatto fuori in quattro giorni. Desiderosa di arrivare in fondo, di sapere chi avesse ucciso Nola e perché, leggevo e leggevo lasciandomi condurre da una trama comunque avvincente e da un ritmo che funziona.

Se Joel Dicker scriverà altro lo comprerò, perché questo suo Harry Quebert, come romanzo di puro intrattenimento, mi è piaciuto molto più di molti altri e lo promuovo a pieni voti. E’ un bel giallo ricco di fantasia scritto da un giovane scrittore che usa correttamente l’ortografia e la sintassi….nessuna di queste due cose è, ahimè, così scontata oggigiorno.

By Only

Una risposta »

  1. <>
    Corro a comprarlo!!!! Bisogna sostenere questa razza in via d’estinzione: scrittori che scrivono conoscendo grammatica e ortografia!

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