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Stupro. Il progetto “Unbreakable”.

Vengo a conoscenza, tramite le amiche di “Un altro genere di comunicazione” di un progetto a mio parere coraggioso e profondo che si occupa delle persone che purtroppo hanno subito violenza sessuale.

Comincio col dire che ci sono tantissime cose che rendono odioso lo stupro, oltre all’atto in sé. Innanzi tutto, ciò che mi manda il fumo negli occhi e mi fa tappare la vena, sono i tentativi di giustificazione che la società impone alle vittime, come se ciò che hanno subito non fosse abbastanza.

Non serve che vi spieghi che cosa è lo stupro, ma serve forse che vi ricordi come molte ragazze si sentono dopo averlo subito: colpevoli. Il che – ne converrete – è un abominio.

Se ci pensiamo, fin da piccolissime, alle bimbe e alle ragazze viene insegnato a non farsi stuprare, con una serie di divieti che, se imposti a un uomo, risulterebbero ben oltre il ridicolo: non vestirti in modo provocante (ma cosa è provocante? Vengono stuprate persone in tuta o col burqa!), non bere, non uscire a quell’ora (non la trovate una fortissima limitazione alla vostra libertà personale?), non parlare, non guardare, non dire, non lasciarti avvicinare, non, non, non…

Il fatto è che da nessuna parte si trova un focus spostato sugli ATTORI dello stupro, e per attori intendo coloro che agiscono. Che nel 99,9% dei casi sono uomini. A NESSUNO VIENE MAI DETTO: NON STUPRARE!

Questo è il danno principale.

Quello che forse dovrebbe essere sottinteso nella normale mentalità, cioè che lo stupro è un crimine odioso quasi quanto l’omicidio, diviene – altrettanto sotterraneamente – qualcosa che a parole non viene accettato da nessuno, ma nei fatti beh…in fondo Lei era fuori a quell’ora, ubriaca e vestita così…

Ma torniamo a bomba.

umbreakable

Il progetto “Unbreakable” (Indistruttibili) nasce nell’Ottobre 2011 dall’idea della fotografa newyorkese Grace Brown. Grace lavora con le vittime di stupro, fotografandole con cartelli in cui sono scritte le parole che lo stupratore ha detto loro mentre le forzava al rapporto. La maggior parte delle vittime ha lasciato che si mostrasse anche il loro volto, per testimoniare la loro assoluta mancanza di senso di colpa e vergogna, per dimostrare che non si sono lasciate “spezzare”.

Non vi nascondo che guardare le fotografie e leggere quelle atroci parole mi fa sentire le formiche rosse addosso. E’ un modo, però, di “smascherare” la figura che più di tutte resta nell’ombra. Lui, lo stupratore. Di solito indefinito. Negli articoli di giornale, si sviscera la vita privata della vittima, si giudica il comportamento, si sottintende che non doveva trovarsi lì, di solito. Di Lui si dice ben poco. Di solito, si dà qualche particolare in più se è straniero, ma alla fine il giornalista trova sempre il modo di far passare il tutto come “rapporto”, non come VIOLENZA.

In quelle parole scritte sui cartelloni, non c’è più menzogna. C’è la miseria di chi abusa. La nefandezza di mentalità che NON SEMPRE sono malate. A volte, sono solamente troppo concentrati su se stessi per considerare l’essenziale, ovvero il consenso.

Talvolta – e non so se sono questi i peggiori – sanno esattamente cosa stanno facendo.

Il progetto “Unbreakable” è bello perché dice due grandi verità alle persone vittime di stupro: la prima è che si può sopravvivere e si può ritrovare la felicità. La seconda è che una vittima non ha colpa, MAI. Non esiste provocazione, non esistono “abiti adatti”, orari adatti, parole adatte. Queste sono solo scuse utilizzate da chi, in fondo, trova che lo stupro non sia poi così grave, specie se viene consumato all’interno di un matrimonio o di un rapporto stabile.

Perché non è vero che no significa sì, che in fondo in fondo te la sei cercata.

NO VUOL DIRE NO, sempre. E anche se non c’è un NO a parole, di solito le lacrime o la perdita di conoscenza a causa del troppo alcool (che una donna ha il diritto di bere come qualunque uomo!) non sono segnali di consenso.

E’ abbastanza chiaro, così?

 PS: Il progetto “Unbreakable” è per ora solo in lingua inglese, ma non è detto che U.A.G.D.C. o qualcuno dei siti collegati non pensi a qualcosa di simile per l’Italia. Trovo che sia qualcosa a cui fare pubblicità per dare sostegno alle ragazze che hanno affrontato questa esperienza e per condannare ulteriormente un fenomeno da combattere con tutte le nostre forze.

»

  1. è molto chiaro.
    spero il mio inglese sia all’altezza, così che lo possa leggere.

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  2. Condivido tutto quello che hai scritto: ho scoperto anche io da pochissimo il progetto e mi son sentito istintivamente in dovere di diffondere la notizia.
    Ho un enorme rispetto per il coraggio di quelle donne (e uomini) e credo, in qualche modo, che gli dobbiamo almeno il coraggio di ascoltarle.

    Rispondi

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