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Felicità. Richard Layard risponde agli scettici. 1° parte

Qui trovate la prima parte della traduzione dell’intervista a uno dei fondatori di Action for Happiness. Poiché è piuttosto lunga ho pensato di farne più post, al fine di non rendere la lettura troppo pesante.

Qui il link originale: http://www.actionforhappiness.org/about-us/answers-to-the-sceptics

Richard Layard (uno dei fondatori di Action for Happiness) risponde ad alcuni punti di vista scettici che gli sono stati messi davanti in merito all’importanza della felicità.

Il nostro movimento ha, come avevamo sperato, provocato un grande dibattito in merito alle mete per la nostra società.  Ce ne rallegriamo e siamo grati a tutti coloro che occupano del tempo a proporci il loro punto di vista, sia esso a favore o contro. Ma noi pensiamo che molti argomenti dei critici siano basati su incomprensioni. Così ecco alcune delle principali domande, con i nostri commenti.

1. LA FELICITA’ NON E’ FORSE UN CONCETTO TROPPO VAGO E SOGGETTIVO?

Di certo le cause della felicità differiscono enormemente a seconda delle persone. A qualcuno piace la quiete, a qualcuno piace il rumore; a qualcuno piace studiare, a qualcuno no. Traiamo felicità da cose differenti. Ma tutti sappiamo cosa significa essere felici ed essere infelici. E’ una questione di sensazioni. Ciò che importa è come ci sentiamo in generale, piuttosto che gli alti e i bassi a breve termine.

Se ce lo chiediamo, come sta andando la nostra società? Dovremmo chiedere come si sentono le persone a proposito delle loro vite. Quella è la misura appropriata della qualità della vita. Ciò che importa, alla fine, è l’esperienza di vita delle persone. L’esperienza è soggettiva, il che è precisamente il motivo per cui importa. Il dolore  è soggettivo e così la contentezza.

Noi vogliamo una società che generi il minimo dolore fisico e mentale possibile – e la maggior gioia e contentezza. Il dolore può venire da elementi differenti e così la felicità. Ma tutti noi sappiamo quanto bene o male ci sentiamo e la maggior parte delle persone non ha difficoltà a rispondere a domande su questa materia.

Anche così, molte persone che rispettiamo hanno difficoltà con la parola felicità perché è soggettiva.

Ma dal nostro punto di vista questo riflette un’importante ragione per cui il nostro movimento è necessario – che molte persone evitano di prendere abbastanza seriamente l’esperienza soggettiva. La nostra società sarebbe più felice se si prendesse la felicità più seriamente e le si desse maggiore priorità.

2. PARLARE DI FELICITA’ NON INCORAGGIA FORSE L’EGOISMO?

Se così fosse, non avremmo mai creato Action for Happiness. Perché, è abbastanza ovvio, non avremo una società felice se una persona persegue solo ed esclusivamente la propria felicità. Il nostro movimento non riguarda questo; riguarda produrre una società in cui ognuno è più felice, perché ognuno contribuisce alla felicità degli altri.

Ecco perché i nostri membri puntano a cercare di creare più felicità nel mondo e meno infelicità. Se abbastanza di noi approcciassero la loro vita in questo modo otterremmo dure risultati principali: in primo luogo renderemmo le altre persone più felici e secondariamente anche noi saremmo più felici.

Così potreste chiedere perché non parliamo altro che di felicità – perché non parlare di altruismo, sacrificio di sé o dovere? Perché abbiamo bisogno di un chiaro concetto di che cosa staremmo facendo se facessimo il nostro dovere. Il mondo sarà un posto migliore quando il dovere significherà creare la maggior felicità possibile e la minore infelicità. Se assumessimo tutti questo punto di vista, nelle nostre famiglie, al lavoro e nelle comunità avremmo un mondo molto diverso e migliore.

3. PARLARE DI FELICITA’ NON INCORAGGIA FORSE LA NEGLIGENZA?

Le persone spesso obiettano che il sacrificio ed il duro lavoro sono indispensabili, se vuoi raggiungere qualsiasi cosa. Parla della felicità, dicono, e le persone cercheranno la gratificazione istantanea.

Il che è assurdo. Attraverso la storia, la gente ha sacrificato la felicità del momento per il bene della loro felicità futura, o di quella dei loro bambini o di quella della società. Possiamo spesso avere bisogno di sacrificare la felicità momentanea per un bene superiore, ma la giustificazione deve essere una felicità maggiore dietro l’angolo, non un eterno rimandare.

4. ALCUNE SOFFERENZE NON SONO FORSE INEVITABILI O ADDIRITTURA BENEFICHE?

Certo, alcuni gradi di sofferenza non potranno mai essere eliminati dalla vita umana. Ma c’è qualcosa di strano nell’argomentazione che l’infelicità possa essere buona per te perché ti dice che hai bisogno di un cambiamento. Perché questa argomentazione presume che a te non piaccia essere infelice, altrimenti non vorresti desiderare di cambiare. E presume anche che le cose saranno migliori quando sarai cambiato – e sarai presumibilmente più felice.

Un argomento più serio è quella pace mentale che ci viene richiesta per accettare le brutte cose che non possiamo cambiare. Così, se stiamo soffrendo, non dovremmo rendere le cose peggiori insistendo con noi stessi che la sofferenza è tragedia.

Comunque, quando accade ad altre persone, dovremmo reagire diversamente. Dovremmo considerare la loro sofferenza un disastro e non – come spesso viene detto – un’occasione per mostrare la grandezza del loro spirito. Quando ci rivolgiamo la mondo, la meta deve essere la riduzione della sofferenza.

(Materiale di Action for Hapiness.org, traduzione di La Zitella Felice)

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