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Barbablu, di Amélie Nothomb (traduzione di Monica Capuani)

(Novità –novità: per le opere straniere ho deciso di inserire i nomi dei traduttori. Non sarà il premio Nobel, ma credo che un minimo di riconoscimento a questi professionisti vada dato. Non so nemmeno perché non mi sia venuto in mente prima).

 

L’ultima fatica di Amélie Nothomb, che di certo posso annoverare tra le mie autrici preferite, riprende il titolo e l’impianto di una vecchia fiaba, che da bambina mi inquietava abbastanza, quella del ricco orco che uccideva le sue mogli quando queste contravvenivano al suo ordine di non entrare in un determinato sgabuzzino del suo palazzo.

Sicuramente la favola ha diversi livelli di lettura e può essere adattata a molteplici morali. La Nothomb la rivede in senso estetico, la costruisce in forma quasi totalmente dialogica (gran parte del romanzo è portato avanti durante le conversazioni serali tra la ragazza e “l’orco”) e ne approfitta per creare uno scorcio personalissimo sul tema dell’amore e della morte, tra loro legati a doppio filo.

 

Saturnine è una bella ragazza di venticinque anni che decide di cercare un appartamento e incappa nella dimora offerta dal ricchissimo don Elemirio Nibal y Milcar, Grande di Spagna e gentiluomo d’altri tempi, che però ha in tutta Parigi la terribile reputazione di aver fatto sparire in modo ambiguo le precedenti otto donne che hanno convissuto con lui nell’appartamento ora rimesso in affitto.

Incurante delle malelingue e soprattutto attratta dall’incredibile lusso e comodità di una casa messa a disposizione per pochi soldi, la giovane donna si lascia alle spalle la paura e accetta quella strana forma di convivenza.

Man mano che conosce il suo padrone di casa, però, il rapporto comincia a farsi a tratti seducente e spaventoso: lui non è attraente eppure la affascina col suo bizzarro modo di fare, non fa nulla per minacciarla, eppure lei sente che la Morte serpeggia in quella casa.

Nella villa c’è una camera oscura – perché don Elemirio si sente fotografo – e dice che in essa è vietato entrare, se non a costo di un prezzo altissimo. Forse che tutte le precedenti coinquiline abbiano contravvenuto all’ordine e abbiano pagato lo scotto con la vita? Tormentata da questo dubbio, Saturnine non può impedirsi di provare prima interesse e poi un amore disperato per questo potenziale serial killer. Durante le cene che i due consumano, condividendo il piacere dello champagne d’annata, la donna cerca di farlo confessare e di fargli motivare ben otto crimini così atroci. E’ certa, infatti, che nella camera oscura si celino i resti delle otto compagne che don Elemirio ha avuto e che egli dice di amare ancora, in qualche modo.

Quando poi il Grande di Spagna si innamora di lei, la trama si infittisce. Il destino di Saturnine è appeso ad un filo, perché l’orco, ormai lo sa, uccide le donne che dice di amare…

 

Come tutte le fiabe nere che Amélie Nothomb ama raccontare, anche questa si gioca sul filo della suspence legato al dialogo che scopre a poco a poco le inclinazioni e le peculiarità dei personaggi.

Don Elemirio è spaventoso.

Come spesso accade, il suo disturbo è di tipo narcisistico: egli non uccide per “punizione”, ma definisce la condanna delle sue compagne come estremo atto di stima delusa, dato che ciò che lo disturba non è la disobbedienza, ma la caduta della donna angelicata nelle bassezze della curiosità. Elemirio appaga il suo senso estetico cucendo per le donne abiti di colori diversi, cosicché ognuna vada a rappresentarne uno (quello di Saturnine è il Giallo Oro, il più perfetto e vivace di tutti, secondo Lui).

Saturnine lo conquista con l’indipendenza e ne è conquistata dal mistero e dalla pericolosità. Come una falena che si avvicina alla fiamma, la ragazza sa che il gioco che conduce ha come possibile esito la tragedia, eppure si decide a rischiare, per amore. In fondo è abbastanza sicura di sé per sapere che non forzerà gli eventi e non vorrà scoprire il Segreto. Ma Elemirio ha un piano ben preciso e solo l’amore e l’astuzia potranno salvare la ragazza.

Scritto con il consueto stile nothombiano (che poi significa vocabolario inusuale, attenzione alla squisitezza del suono, ritmo incalzante), questo “Barbablù” si legge in un’oretta, data anche la brevità del testo, ma resta nella psiche per molto tempo dopo la chiusura. Capacità unica della Nothomb è quella di rendere i suoi testi come delle preziose filigrane, spesso straniando il lettore e portando la sua attenzione sui particolari (mi vengono in mente le squisite sfumature degli abiti cuciti per le sfortunate coinquiline, la sensazione al tatto delle stoffe, che interpreta anche la personalità della donna di turno).

I personaggi (due principali ed una secondaria – amica di Saturnine) emergono solo da ciò che dicono. Il parlato permette alla vicenda di svelarsi a poco a poco, con un punto di vista limitato tanto quanto utile al clima di suspence, che c’è ed è pesante in tutto il libro. Si spera per la vita di Saturnine, si freme per sapere ciò che è contenuto nella camera oscura, si riflette sull’amore e sul valore di un segreto, sulla crudeltà e sull’estetica, sul narcisismo e su quanto questo sia attraente. Tante, tante tematiche in poco più di 100 pagine.

Ancora una volta, Amélie Nothomb ha centrato il bersaglio in pieno.

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  1. Mi sta aspettando da quando è uscito. Devo leggerlo al più presto. Bellissima recensione e felice di avere trovato un’altra amante di Amelie Nothomb!

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