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Rosemary’s Baby, by Only

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Rosemary’s Baby, by Only

Parlando di Ira Levin, qualche giorno fa, la nostra Only ha tirato fuori dal suo vecchio baule una recensione per un libro che davvero sembra esserle piaciuto molto e rafforza la mia convinzione a spararmi tutta la bibliografia di questo scrittore. 

Only

La recensione della nostra MissLoisLane sulla “Fabbrica delle mogli” (che non ho letto, ma recupererò a breve!) mi ha fatto venire in mente che non ho mai parlato di uno dei più gialli più riusciti che siano mai stati scritti, quel “Rosemary’s baby” per il quale lo stesso scrittore, l’americano Ira Levin, è giustamente famoso.

(Mia Farrow nel film tratto dal libro nel 1968, per la regia di Roman  Polanski).

New York, 1966. A Hugh e Rosemary Woodhouse, giovane coppia da poco sposata non sembra vero di aver trovato casa nel prestigioso palazzo Bramford, nel cuore di Manhattan.

L’appartamento è bellissimo e a buon prezzo, e l’unico lato negativo sembrano essere Roman e Minni, una coppia di mezz’età che vive  sullo stesso pianerottolo, simpatici ma un po’ asfissianti nei loro tentativi di fare amicizia a tutti i costi.

Rosemary e Hugh prendono l’appartamento nonostante il parare contrario dell’amico Hutch, scrittore e quasi un vice-padre per Rosemary: il palazzo gode di una brutta fama, per l’elevato numero di delitti che si sono consumati al suo interno e per essere stato, pare, il covo di uno stregone decenni prima.

Ma la giovane coppia non si fa intimorire, non ora che le cose sembrano andare per il verso giusto. La carriera di Hugh come attore sembra finalmente decollare e a Rosemary non sembra vero che lui abbia finalmente accettato di allargare la famiglia…

“Rosemary’s baby” è uno dei gialli più terrificanti che io abbia mai letto, e credetemi quando vi dico che ne ho letti davvero tanti.

Ira Levin è un genio. Tutto l’impianto narrativo del romanzo è- semplicemente- geniale.

Il ritmo che Levin riesce a dare al suo romanzo è veloce, quasi  incalzante, nonostante apparentemente non succeda  quasi nulla. E nonostante questo “nulla apparente” si svolga quasi tutto tra le mura del Bramford, con un impianto quasi da pièce teatrale.

Rosemary e Hugh, dopo le iniziali resistenze, cedono alle avances di Roman e Minnie: soprattutto l’attore sembra affascinato, tra lo stupore della moglie, da questa coppia attempata dall’aria così normale, quasi noiosa.

La vita della giovane coppia, che non ci viene detto ma immaginiamo prima del trasloco si svolgesse normalmente, comincia a ripiegarsi all’interno del palazzo. I due apparentemente continuano la loro vita, in pratica iniziano a staccarsi da tutte le vecchie amicizie, come se il Bramford li avesse in qualche modo inghiottiti. L’anomalia che si respira nell’atmosfera del palazzo sembrare contagiare anche il concepimento del primo figlio di Rosemary e Hugh, che avviene in circostanze molto particolari.

La gravidanza, attesa da Rosemary come un vero dono, si rivelerà un incubo: la giovane inizia a stare malissimo e con il dolore fisico iniziano angosce e paranoie.

Suo è il punto di vista che Ira Levin appiccica addosso al lettore, perciò non possiamo esimerci dal precipitare nella stessa spirale di incertezza che risucchia Rosemary. Lei è certa che la gravidanza non sia come dovrebbe essere, nonostante le rassicurazioni del medico. Qualcosa sembra stringere Hugh e Rosemary in una morsa oscura: che abbia a che fare con Roman e Minnie, e la strana cerchia di persone che vive intorno a loro?

E’ reale l’inquietudine che percepiamo, o è frutto della mente di Rosemary? Man mano che la gravidanza procede, il lettore non riesce più a distinguere cosa è reale e cosa no: Rosemary sta impazzendo o le sue paure, i suoi timori, sono reali? Che persino il marito, Hugh, non sia più lo stesso? Di chi potersi fidare? Mania di persecuzione figlia di un’ isteria, paura irrazionale o esiste davvero una cosa chiamata magia nera che vuole per sé il bambino che Rosemary porta in grembo?

Rosemary non è un romanzo d’azione, dicevamo. E’ un fine thriller psicologico,  che ti prende per la gola in modo quasi claustrofobico e non ti lascia andare fino alla (per certi versi sorprendente) conclusione.

Lo consiglio davvero a tutti, ma solo che avete alcune ore di tempo perché  è uno di quei libri che una volta iniziato non si lascia mettere sul comodino fino alla lettura dell’ultima pagina.

E’ un vero peccato che questo geniale scrittore sia praticamente scomparso dagli scaffali delle nostre librerie.

Mentre speriamo in alcune riedizioni,  possiamo sempre andare a caccia dei suoi libri nelle biblioteche, o  in quella vasta biblioteca che è Internet!

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