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The Hunger Games, di Gary Ross

Ho sempre sentito parlare gran bene del libro – anzi, della saga – di The Hunger Games, ad opera di Suzanne Collins, ma devo confessare che ogni volta che mi sono trovata in libreria ci sono stati titoli in grado di attrarmi un po’ di più.  Ieri sera faceva freddo e Lui mi ha fatto trovare il dvd già inserito nel lettore quando sono tornata per cena. Così, anche se di norma preferisco leggere prima di vedere le trasposizioni su pellicola, mi sono detta che per questa volta potevo fare un eccezione.

Dunque, comincio col dire che in linea di massima la storia mi è piaciuta, ma anche che non l’ho trovata di un’originalità devastante: siamo a Panem, ovvero una versione degli Stati Uniti post-Terza Guerra Mondiale (che ventata di freschezza) in cui c’è la ricca Capitol City come unica super città e poi Tredici Distretti (che però sono solo 12 in realtà perché l’ultimo è stato distrutto. Il distretto distrutto. Suona barbaro solo a me? 😛 )

Beh, per ricordare la Rivolta che innescò la guerra fatale, Capitol City punisce i distretti che si erano ribellati costringendoli ad offrire una volta all’anno un ragazzo e una ragazza tra i dodici e i diciotto anni, scelti tramite sorteggio, i quali entreranno a far parte di un reality show aberrante, chiamato The Hunger Games, il cui scopo è accopparsi a vicenda in un modo o nell’altro, finché non ne resterà soltanto uno.

Minotauro roditi il fegato.

Per il Dodicesimo distretto, uno dei più poveri, quello dei minatori (e delle donne vestite come negli anni ’40) viene scelta Katniss Everdeen, una ragazza forte e battagliera, che si offre volontaria per salvare la sorellina Prim (che nel film fa un po’ la figura della scemoide), e il figlio del fornaio, Peeta Mellark.

Già qui le citazioni (o, se vogliamo, quelle che a me sono sembrate un po’ scopiazzature) sono molteplici:

– la società distopica si è vista tipo tremila volte: parliamo di 1984, parliamo di Matrix, parliamo di Equilibrium (a cui la realizzazione del film mi ha fatto pensare moltissimo), parliamo de “Il racconto dell’Ancellache ho recensito  qui poco tempo fa.

– Anche la scelta del “reality show” in cui si uccide non è esattamente quella che chiamiamo una novità: nel 2001 c’è stato “Contenders serie 7” di Daniel Minahan che affrontava proprio lo stesso argomento, seppur da un diverso punto di vista (cosa si è disposti a fare pur di apparire in tv?)

– Il “Ne resterà soltanto uno” di Highlander. Della serie “almeno potevate trovarvi uno slogan tutto vostro”.

Ma forse sono un po’ severa perché se vogliamo fare una panoramica a 360° gradi dobbiamo ammettere che il film ha degli spunti interessanti, sia visivamente che nella costruzione di trama e personaggi.

Dicevamo dunque che Katniss e Peeta vengono caricati su un treno superveloce e supermoderno che li porta a Capitol City. Qui vengono lavati, strigliati, acconciati e preparati alla diretta televisiva, perché per due settimane seguiranno una sorta di corso di formazione durante il quale verranno concesse loro tutte le comodità possibili e immaginabili, dopodiché verranno rilasciati nell’arena, un immenso territorio controllato dagli Strateghi (ovvero quelli che si accertano che tutti, ma proprio tutti tranne uno vadano all’altro mondo), dove potranno cominciare a darsi beatamente la caccia.

Il mentore affidato a Katniss e Peeta, un ex vincitore dei giochi di nome Haymitch, dà loro il più prezioso dei consigli: per vincere non bastano forza e destrezza, si deve piacere al pubblico. I due danno allora l’impressione di essere una coppia di sfortunati innamorati, al punto che – a reality iniziato – il favore del pubblico è tale da far cambiare il regolamento e concedere la vittoria a due contendenti, purché appartenenti ad un distretto unico.

Nell’arena non c’è alcuna pietà: si creano brevi alleanze, ma tutto ciò che conta è la lotta per la sopravvivenza. Mentre Peeta finge di allearsi con i ragazzi del Distretto Uno, che sono i favoriti perché si allenano fin dalla nascita a combattere (ma ovviamente sono anche i più fetenti), Katniss fa amicizia con una delle partecipanti più giovani: Rue del distretto 11. Ma il rapporto ha vita breve, perché la piccola viene assassinata crudelmente.

Il gesto di Katniss di cospargere di fiori il suo corpo ed il suo dolore commuovono il pubblico al punto che nel distretto di nascita della bambina comincia una rivolta, sedata nel sangue.

Gli strateghi fanno di tutto per uccidere i ragazzi che ancora non si sono massacrati tra loro: l’ultimo gesto è rilasciare delle orrende bestie a metà tra cani e pantere giganti, che fanno scempio dei rimanenti concorrenti, fatto salvo per Katniss, Peeta e Cato , il più fetente dei fetenti. Dopo un tremendo combattimento, il cattivo soccombe. Ma ancora una volta, gli Strateghi vogliono cambiare le regole del gioco e perciò ritirano la variazione secondo cui i vincitori avrebbero potuto essere due.

Portando avanti la loro “recita” (che a questo punto non si sa più se sia una recita), Katniss e Peeta fingono di suicidarsi insieme con delle bacche velenose, avendo intuito che il pubblico vuole a tutti i costi un vincitore e perciò gli strateghi saranno costretti a lasciarli entrambi in vita. E così è. Katniss non sa di aver innescato una rivolta con il suo comportamento: costringendo i leader autoritari  della società a cambiare le regole del gioco ne ha messo in evidenza i limiti e perciò è diventata un bersaglio. Per questo la saga può continuare anche se il finale vede i due ragazzi  tornare a casa salutati come eroi.

Ora, i punti a favore del film sono parecchi: c’è un buon livello di tensione, ottimi effetti visivi e protagonisti in parte.

Katniss è un personaggio gradevole: all’inizio sembra un po’ troppo “dura&pura”, una Bruce Willis versione boscaiola e un po’ più aggraziata, ma nel corso del film dà prova di sensibilità e diventa un bel personaggio femminile a tutto tondo che non è né “Terminator” né “Damigella in Pericolo”. Alla fine risulta simpatica.

Anche il co-protagonista maschile, Peeta, ha una sua particolarità: è volutamente ambiguo. Chi non ha letto i libri non sa se è veramente innamorato di Katniss o no, se la tradirà all’ultimo momento, se vincerà la paura sull’amore. E, particolare da non sottovalutare, Peeta sembra più fragile di Katniss e questo DECISAMENTE è uno spunto di originalità.

Le scene, anche le più crude, non indulgono mai nello splatter e tuttavia si capisce benissimo ciò che accade. Molto bella è anche la contrapposizione tra il Distretto 12, un paese di minatori dove i boschi e la natura la fanno da padroni e l’ambiente di Capitol City, città ipertecnologica in cui la popolazione sembra provenire da un altro pianeta con abiti a colori sgargianti e acconciature assurde. Davvero deve essere stato fantastico sbizzarrirsi così per i costumisti.

Aggiungete un cameo del DiscretamenteFigonzo Lenny Kravitz, che interpreta (bene) lo stilista assegnato a Katniss e Peeta, un’atmosfera accattivante e una sceneggiatura che non molla mai il colpo: il risultato è un buon film e tanta, tanta voglia di leggere i libri.

TheHungerGames_Book-Movie

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  1. io ho amato questo film e sto aspettando il secondo capitolo! ADORO! nonostante non sia il mio genere anche io sono incuriosito dai libri ma ho paura di prendermi tanto come per twilight e poi rimanere fregato.. però ho trovato tanti spunti sociologici che avrei voluto spiegare in un mio post ma mi risulta difficile metterle per iscritto perchè la mia mente fa ragionamenti senza una giusta disposizione temporale!

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  2. ho visto anch’io il film e sono molto curiosa di leggere i libri ( deve ancora scaricarli il mio maritino….) e mi è piaciuto molto, infatti la signora che fà l’estrazione e che poi accompagna i due protagonisti a Capitol City mi fà imbestialire…il che vuol dire ( nel mio mondo ) che la interpreta bene…mi fà venire lo stesso nervoso dell’infermiera di “qualcuno volò sul nido del cuculo” Cmq un bel film 😀

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