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Il ciclo di 007, di Ian Fleming (by Only)

Only è tornata per mantenere una promessa…

Only

Mi scuso per un sacco di promesse non mantenute alla fine del 2012, ma chi mi conosce personalmente  sa che ho avuto un fine anno un po’ travagliato e tutta la serie di articoli che avevo in mente sul Natale (e non solo loro, veramente..)  sono andati a farsi benedire.

Ma una di queste promesse non me la sono voluta dimenticare: durante la mia recensione del film 007 skyfall avevo promesso di parlare un po’ dei libri ed eccomi qua a  -spero- invogliarvi nella lettura della famosa saga di Ian Fleming.

Per anni in Italia questi libri sono stati davvero bistrattati: spesso dati per dispersi e irrintracciabili in edizioni fuori commercio, pubblicazioni sporadiche di titoli a caso e compagnia bella: io stessa li ho letti anni fa e anni fa, in prestito da una mia cugina, ma non li ho mai avuti.

Anche con l’avvento del mio amato ebook reader, senza il quale non potrei ormai più vivere, trovarli è stata una vera impresa.

Questa la situazione fino al 2011: poi l’anno scorso, finalmente, c’è stata una svolta.

L’Adelphi ricomincia nell’estate del 2012 a ripubblicare le avventure dell’agente segreto più famoso al mondo. Me lo spiego solo in un modo: una donna siede in qualche posto di responsabilità della casa editrice e deve aver incrociato lo sguardo di Daniel Craig. Per forza.

Oltretutto, stiamo parlando di una riedizione con i fiocchi: come fa sempre questa casa editrice, che o fa le cose fatte per bene o non le fa.

Anzitutto i libri sono curatissimi nel loro packaging, ma questo parlando di Adelphi non è una novità: ogni frontespizio è una rielaborazione della prima edizione del romanzo, in una veste grafica vagamente retrò che calza a pennello con gli anni di ambientazione dei romanzi.

Poi li stanno, almeno per ora, ristampando in ordine cronologico. Credetemi, di questi tempi non è affatto scontato: qualcuno lì ha perso due minuti per capire quale fosse l’ordine naturale delle cose. Evviva. Spero di non dovermi rimangiare molto presto questi complimenti.

La brutta notizia è che come tutti i libri Adelphi sono molto cari…anche prendendoli con lo sconto che ormai viene applicato ovunque, ci vogliono sempre dodici euro per portarne a casa uno: non è poco per libri di neanche duecento pagine che si leggono in un pomeriggio.

Ma veniamo al sodo…e non mi riferisco ai pettorali di Daniel Craig!!! Dimentichiamoci per un attimo di lui, semmai è possibile, e concentriamoci sul suo alter ego letterario.

Per il momento sono stati ristampati i primi due romanzi, “Casinò Royale”, l’entrata in scena dell’agente a doppio zero, e “Vivi e lascia morire”, il suo immediato seguito.

Dal romanzo d’esordio è tratto anche il primo film con Craig nei panni di James Bond e se state leggendo questa recensione, è perché l’argomento vi interessa quindi il film lo conoscete bene: qua mi limito a dirvi che, se la sceneggiatura diretta  da Campell dissente parecchio dal libro, specie nella seconda parte, il film è fedele nella cose più importanti. Riporta sullo schermo le stesse atmosfere cupe, a tratti violente e spietate, che lo scrittore riesce così bene a comunicare con il suo stile. Per certi versi, il libro come il film è un vero pugno nello stomaco.

“Vivi e lascia morire” è un seguito un po’ più leggero, quasi una boccata di ossigeno dopo la profonda infelicità che aleggia nel romanzo d’esordio. Questo ai tempi fu uno dei miei preferiti della saga e rileggendolo mi sono ricordata anche perché: ero una ragazzina e divoravo i romanzi di Salgari come fossero pane e nutella. L’avventura americana di James Bond, che per buona parte si svolge nell’assolata Giamaica, era abbastanza esotica da intrigarmi. Anche trovandomela tra le mani adesso che di anni ne ho trentasette, sono stata felice di vedere che il mio ricordo non è stato tradito più di tanto:  l’ho trovato un racconto avvincente, con un buon ritmo e ben scritto.

Ma lui il, James Bond di carta e inchiostro, com’è? Cos’ha da spartire con gli attori che l’hanno impersonato?

Si racconta un po’ ovunque che Ian Fleming, che iniziò a scrivere questi romanzi di spionaggio quasi per gioco mentre oziava nella sua Goldfinger, villa giamaicana dove si ritirava ogni anno durante i rigori dell’inverno inglese, creò l’agente segreto a sua immagine e somiglianza.

Non so quanto l’immagine fisica dell’affascinante agente trovasse riscontro in quella del giornalista inglese: bisognerebbe chiederlo alle donne del giovane Fleming. Di certo egli trasferì al suo “eroe” i vizi che gli erano tanto cari: l’amore per le donne, per il fumo e per il bere. Sembra che Fleming sia morto all’improvviso, a neanche sessant’anni, proprio per un malore causato dai suoi eccessi: forse sì, o forse un infarto gli sarebbe venuto comunque..chi può dirlo? Di certo, se si legge del suo James Bond dopo aver visto i film di Daniel Craig si trova probabilmente la copia più fedele al personaggio letterario che il cinema ci abbia offerto. Aldilà della indiscussa bravura di Sean Connery e di quella (almeno per me) discussa dei suoi successori, è innegabile come il Bond di Craig possieda molti tratti in comune con la creatura di Ian Fleming. Probabilmente grazie anche all’impronta che si è voluta dare alle tre sceneggiature.

Anche nel primo libro, come nel film, James Bond incontra Vesper Lynd durante la sua prima missione a doppio zero e se ne innamora perdutamente, a tal punto da meditare di lasciare tutto per amore di lei. E sarà questo amore, o piuttosto la perdita dello stesso, a decretare che impronta prenderà il personaggio da quel momento in poi: Bond reagisce a quello che considera il tradimento più grande (non verso sé stesso, come il film può lasciare intendere, ma verso il proprio paese) diventando il personaggio problematico e affascinante che attira, proprio per la sua apparente inavvicinabilità, donne bellissime a cui sembra dare tutto senza concedere davvero niente. Non serve un fine psicologo per capire quanto un uomo del genere possa intrigare: chi non ha sognato almeno una volta nella vita di scalare l’Everest?

Quindi il  James Bond di Fleming non si riduce a un dongiovanni dai modi cordiali e dal sorriso ammaliatore. C’è ben altro.

Nascosta dal fascino di due occhi di ghiaccio, come ama ripetere Fleming descrivendo il suo personaggio (occhi di ghiaccio, vi ricordano nulla?) si nasconde una personalità ben  più complessa.

Quella di un uomo dedito al suo lavoro fino a essere spietato; che risente degli strascichi delle lesioni subite, psicologiche e fisiche, al punto di essere a tratti disturbato, psicologicamente forse instabile. Un uomo né bianco né nero, ma di un grigio molto sfumato: è uno dei buoni, ma i suoi metodi non sono molto diversi da quelli del cattivo. Egli è il rovescio della sua stessa medaglia e Fleming ci sparge indizi di ciò un po’ ovunque nei romanzi, come tante briciole, lasciando al lettore  il compito di tirare i fili di una conclusione che forse considera ovvia. Un pregio che hanno in più i film più recenti è proprio di approfondire le complessità psicologiche di un personaggio che Fleming solo abbozza, per pigrizia o altro. Ciò che nei libri viene fatto intuire, e forse dato per scontato, negli ultimi film ci viene mostrato a chiare lettere, rendendo finalmente giustizia a un personaggio letterario che meritava di essere preso più sul serio da  tanto tempo.

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