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Scuola di Felicità 3 – Il “gioco” di Pollyanna

Nel 1913, la scrittrice statunitense Eleanor Hodgman Porter pubblicò il più famoso dei suoi romanzi per bambini: “Pollyanna”, che ebbe un grande successo di pubblico e critica nel corso del tempo, tanto che ebbe un seguito e la Disney ne trasse addirittura un film con attori in carne ed ossa.

Il libro – ad oggi – è considerato abbastanza insopportabile per via del buonismo imperante ed un po’ demodé (un po’ come il Libro Cuore, tanto per capirci) però contiene il famoso “Gioco di Pollyanna”, che  è molto utilizzato, specie nella Programmazione Neuro Linguistica, poiché tratta di cercare il lato positivo di ogni avvenimento, specie se il fatto è di per sé negativo, e concentrarsi su di esso. Va da sé che si tratta di un ottimo spunto per il potenziamento della propria positività, benché sia spesso molto difficile.

Pollyanna è orfana di madre  e vive con il padre, che è pastore protestante. Si intuisce fin dall’inizio che la Sfiga sarà fedele compagna di questa bambina. In fondo i romanzi di “formazione” per fanciulle, all’epoca, erano un po’ tutti così. E guardate che Candy Candy non ha inventato nulla.

Comunque – stavamo dicendo? Ah sì – i due non sono certo ricchi e Pollyanna vive grazie alla carità delle organizzazioni di beneficenza. Succede che, un Natale, Pollyanna chiede una bambola e le arrivano in dono – a causa di un errore – un paio di stampelle. Il padre, allora, le insegna il “Gioco della Felicità”, ovvero trovare in tutto (anche nelle situazioni più difficili) un appiglio per essere felici e concentrarsi su quello.

Per esempio a Pollyanna viene suggerito di essere felice di aver ricevuto le stampelle…proprio perché non ne ha bisogno!

Ovviamente, il racconto è estremizzato, tanto più che alla protagonista capita una sfiga dietro l’altra in modo che alla fine diventa tragicomico, ma una goccia che possiamo utilizzare anche noi c’è.

Ovvero: cosa sarebbe servito a Pollyanna continuare a piangere per non aver ricevuto il regalo desiderato? Molto meglio per lei smettere di lamentarsi e darsi da fare per concentrarsi su qualcosa di positivo.

Ora, ho già scritto un post sull’inutilità dei lamenti e, ben sapendo che si tratta comunque di una funzione del tutto umana, so che in fondo sono inevitabili. Però è ovvio che – nel considerare una situazione che ci sottopone a stress – tendenzialmente siamo portati al lamento sterile piuttosto che a concentrarci con lucidità su una possibile soluzione. Succede che, lamentandosi in continuazione, si accumuli una tensione che annebbia la mente.

Ora, non mi si fraintenda: io sono per dare sfogo alle proprie emozioni, qualunque esse siano, specie la tristezza. Piangere, a determinati livelli, fa molto bene. Tuttavia deve essere stabilito un limite e quel limite può essere dato proprio dal tentativo di trovare un punto positivo e aggrapparcisi. Ho conosciuto gente che ci è riuscita, anche alle prese con dolori che non riesco nemmeno ad immaginare. Nell’esperienza di queste persone, il dolore non è svanito d’incanto, ma all’improvviso si è fatto più sopportabile. Il tempo sta facendo il resto.

Seguendo il “Gioco di Pollyanna” passiamo ora al nuovo compitino.

Prendete il vostro quaderno e scrivete, in breve, una situazione che non vi fa stare bene e il suo perché.

Ora cercate, in merito ad essa, almeno 3 lati positivi. Numerateli e ripeteteli più volte nella vostra mente. Poi scrivete, se ci riuscite, altre situazioni piacevoli che, nella vostra fantasia, potrebbero scaturire da quei lati positivi. Potete scrivere una lista di vantaggi che potrebbero venire, ma anche una breve descrizione di ciò che vorreste che si realizzasse in merito.

Scrivete i cambiamenti che sarebbero necessari per poter raggiungere i vostri scopi. Concentratevi su quei cambiamenti, chiedendovi come e perché non sono stati ancora attuati.

Finito tutto questo rilassatevi un poco, pensando ad altro, magari ascoltando qualche canzone del CD di musica che vi piace che vi ho chiesto di procurarvi.

Vedrete che, piano piano, le vostre preoccupazioni vi sembreranno meno pesanti. Affrontare la situazione farà un po’ meno paura di prima, o – forse- vi si apriranno scenari che non avevate considerato perché troppo presi a ripetervi quanto siete sfortunati.

Alla fine di questo esercizio, riprendete il quaderno e scrivete un’affermazione positiva come: “IO SONO MOLTO FORTUNATO/A

Ignorate la vocina che sicuramente vi dirà: “ma non è vero!” Immaginate di dare una martellata in testa a questa vocina e ripetete la frase, anche a voce alta se siete soli e non temete che i familiari vi guardino in modo strano. Infine, correte allo specchio e sorridetevi. Continuate a sorridervi per almeno 10 secondi. Non importa se vi sentite scemi. Sorridetevi, perché quella frase che scrivevamo sui diari alle scuole medie “La vita ti sorride se la guardi sorridendo” è più vera che mai.

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