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Canone Inverso, di Ricky Tognazzi

Lo so, questo non è un film in “prima visione” e so anche che è stato bistrattato dalla critica e quasi ignorato dal pubblico.

E io dico: “Ok, e allora?”

La fortuna/sfortuna delle arti è che il giudizio su un’opera è altamente soggettivo, perciò posso dire che secondo me sia critica che pubblico sono stati troppo severi. Forse non è il capolavoro del secolo, ma mi ha colpita e commossa (poi, dopo Silent Hill forse qualsiasi cosa mi sarebbe sembrato migliore di quel che è).

Comunque, insomma, la storia è un flash back dentro un flash back: siamo all’incirca negli anni 80 a Praga; Costanza partecipa ad un’asta, cerando di accaparrarsi un particolare violino, ma viene sconfitta da un anziano signore. Inseguitolo al termine della contesa insiste per spiegargli i motivi  per cui lo strumento è tanto prezioso per lei: negli anni 60 è stata raggiunta da uno sconosciuto che le ha suonato con quel violino una struggente canzone e poi le ha raccontato a sua volta la storia (che poi è la principale del film).

Il piccolo Jeno Varga ha una madre che lo adora, ma conosce solo tre cose del padre naturale: che era ebreo, che gli ha lasciato un prezioso violino e che ha aggiunto all’eredità uno spartito in cui è scritto un canone inverso, ovvero una melodia per due archi, che può essere eseguita sia dall’inizio alla fine che dalla fine verso l’inizio e creare un’armonia. Anche se vanno a vivere col nuovo marito della madre, un allevatore di maiali dal cuore buono, al ragazzino è consentito di coltivare la sua passione per la musica e in breve, grazie al talento naturale e all’amore incondizionato, diventa un virtuoso del suo strumento.

Il suo idolo è una pianista ebrea, Sophie Levy, che Jeno incontra quasi per caso, una volta cresciuto, accompagnando il patrigno in un viaggio di lavoro. La donna è per lui un amore grande tanto quello per la musica, ma è sposata e l’unico modo per starle vicino sarebbe riuscire a suonare insieme.

Jeno entra in un prestigioso conservatorio e ne diventa uno degli studenti più ribelli, talentuosi ed apprezzati. Al suo pari c’è forse soltanto David, figlio del barone Blau ed ebreo come lui. I due si intendono subito e l’amicizia si approfondisce giorno dopo giorno.

Quando il conservatorio organizza una gara tra gli allievi, il cui premio è accompagnare il concerto proprio Sophie Levy, per Jeno è l’avverarsi di un sogno. Ma la Germania Nazista invade la Polonia e le leggi razziali si fanno immediatamente sentire. La vita si fa impossibile per gli ebrei e, fuggendo a casa di David, Jeno scopre un segreto del suo passato che segna per sempre la sua vita e quella del suo amico. Il concerto con Sophie è l’ultima occasione per rivederla ed amarla, ma le SS irrompono durante l’esibizione e i musicisti vengono tradotti a Treblinka.

Qui si interrompe il racconto dell’uomo misterioso. Costanza, che ha ricevuto in dono il violino, compie delle ricerche e capisce di essere la figlia di Jeno e Sophie. Convinta che sia stato il padre a parlarle e decisa a ritrovarlo anche se tutti le dicono che è morto, decide come ultima risorsa di rintracciare il barone Blau, sapendo che sarà colui che si aggiudicherà il violino all’asta.

Il vecchio ha per lei un’ulteriore sorpresa: sa chi è l’uomo che le ha donato il violino, perché è suo figlio, David., impazzito per il dolore e il rimorso tanto da assumere l’identità di Jeno che aveva scoperto essere il suo fratellastro.

Il canone inverso contenuto nello spartito aveva due voci per un motivo preciso: il barone aveva avuto due figli da due donne diverse quasi nello stesso periodo, ma per l’onore era tornato alla famiglia d’origine. Solo la musica aveva conservato il suo segreto per vent’anni.

Così Costanza e il barone decidono di ricongiungersi a David, per tenere viva la memoria di Jeno e Sophie con il loro affetto.

La storia può apparire arzigogolata ma la sceneggiatura è solida e la trama si dipana mantenendo il giusto livello di suspence fino alla fine. Anche gli attori sono all’altezza (forse Melanie Thierry, che interpreta Sophie appare un po’ troppo giovane, ma ha una bellezza talmente delicata che si capisce bene perché sia stata scelta): tra tutti, secondo me, spiccano Gabriel Byrne, nel ruolo del violinista misterioso e…tenetevi forte…Adriano Pappalardo, che interpreta il patrigno di Jeno e per una volta non fa venire voglia di gridare “ricominciamooooooo!”.

Il tema dell’olocausto è trattato con rispetto e sensibilità, come si conviene ad una simile tragedia, ma non è l’argomento centrale del film. Forse è la passione che anima i personaggi la vera protagonista ed infatti il sottotitolo inglese con cui il film è presentato all’estero è Making Love  (Facendo l’Amore) e non è riferito solo al rapporto tra Jeno e Sophie.

Una nota di merito va alla colonna sonora composta dal grande Ennio Morricone, che nobilita tutto l’insieme, sottolineando i momenti più drammatici e romantici.

Un film da riscoprire, insomma, per chiunque non lo conosca: in barba a critici e botteghino, potrebbe risultare una bella sorpresa.

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  1. Io sono una di quelle a cui il film ai tempi piacque un sacco! E ti dirò di più, molto meglio del libro che mi aveva annoiato molto.

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  2. Questo film è bellissimo, non credevo che la critica l’avesse stroncato O.O Sembrerà banale ma dopo averlo visto ho sviluppato una passione unica per il pianoforte (quando Sophie suona le sue dita sembrano volare su quella tastiera!!!) e ce l’ho tuttora. E come dici tu la colonna sonora è meravigliosa, “Concerto romantico interrotto” fa venire i brividi ad ogni ascolto!
    Comunque complimenti per il blog è sempre un piacere leggerti 😉

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  3. I critici spesso parlano con canoni (inversi eheh) che forse a noi non sono chiari, perché anche io l’ho trovato molto bello. 🙂
    Grazie per i complimenti^^.

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    • forse la maggiore critica stava (ipotizzo eh) nel fatto che in effetti non era poi molto fedele al libro. E meno male dico io, visto che come ho detto il libro non era poi stò granchè.:)

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  4. In effetti avevo letto la trama del libro da qualche parte e avevo notato che c’erano molte discordanze con il film.. Però – sempre ipotizzando che il motivo sia quello – ho sempre pensato che film e libro siano due cose assolutamente distinte, insomma i critici cinematografici dovrebbero guardare la quaità di sceneggiatura, regia, recitazione, scenografia, fotografia, colonna sonora eccetera, non se è fedele al libro a cui si ispira..è ingiusto 😦 e poi se il libro è noiosetto meglio così 😉 direi che è uno dei pochi casi in cui il film è migliore del romanzo 🙂

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