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A.C.A.B., di Stefano Sollima

Ogni tanto il cinema italiano sforna film un po’ diversi dai cinepanettoni o dalla commedie che analizzano il “disagggio” dei trentenni avvolti da nubi di depressione precaria.

Raramente, affrontano realtà scomode con occhio lucido, senza scadere nel banale.

A.C.A.B. è una di queste pellicole.

E’ un film difficile, ma proprio per questo degno di essere visto e, soprattutto, capace di portare alla riflessione. Il che per me è già tantissimo. Se poi si aggiunge un cast di attori di ottimo livello, una sceneggiatura solida, approfondimento psicologico e nessuna insistenza sulla violenza gratuita, si può dire che il lavoro di Stefano Sollima ha centrato praticamente tutti gli obiettivi, tra cui il principale: raccontare un punto di vista scomodo astenendosi dai facili giudizi.

Si parla della celere, l’unità mobile della polizia. Sono quelli odiati, quelli che si occupano dei disordini improvvisi. Sono quelli col manganello. La cronaca ce li riporta spesso in cariche di violenza inaudita contro i pacifici manifestanti. (che magari molto spesso non sono PER NIENTE pacifici).

Diciamo, dunque, che il sentimento generale non è loro favorevole.

A.C.A.B.

All Cops Are Bastards.

Come la vede chi è dentro quelle divise, il volto nascosto dalle visiere? Come vive chi è schiacciato tra Stato e Disordini, chi deve guardare in faccia tutti i santi giorni la violenza, la provocazione e – sì, uso una parola grossa – l’odio?

Sollima tenta di rispondere a questi interrogativi aprendo una finestra sulle vite di tre poliziotti: il Cobra, il Negro e Mazinga, che si trovano a dover “iniziare” al nucleo antisommossa una giovane recluta, Spina, ragazzo di borgata fin troppo entusiasta di poter usare le maniere forti.

Non ho usato a caso il vocabolo “iniziare”, perché l’ingresso nel reparto è un vero e proprio rito, perché tutto ciò a cui questi uomini possono aggrapparsi è la lealtà reciproca, il che li rende molto simili a una setta. Anche perché deviare è un attimo e la violenza prende di mano e spesso e volentieri travalica ciò che è legale.

Perciò assistiamo ad uno spaccato delle vite di questi quattro uomini, ognuno con situazioni differenti e difficili. Famiglie spezzate, problemi economici, ma anche una cruda normalità che spegne i sogni e mette davanti ad una realtà fatta di lesioni, nottate in bianco, senso di invincibilità mescolato ad un desiderio di giustizia che non arriva mai, perché la violenza si prende tutto, ideali compresi.

E se tutto ciò che resta è la misera illusione di potersi fare giustizia da soli, saranno gli eventi tristemente noti della nostra cronaca (qui appena accennati) a ricordarci che le barricate sono più sottili di quello che si pensa: i casi di Raciti, di Sandri, la vergogna dei fatti di Genova che un poco rivive nel blitz punitivo che i protagonisti effettuano nei confronti di un gruppo di ultras colpevoli di aver ferito gravemente uno di loro.

E’ inevitabile provare sensazioni ambivalenti nei confronti di questi personaggi: da un lato essi sono l’espressione dell’ “occhio per occhio” di biblica memoria a cui tutti cediamo nei momenti di rabbia, dall’altro si prendono le distanze appena ci si rende conto che non è quello il modo e chela Giustizia è davvero un’altra cosa.

Bravissimi Favino, Giallini, Nigro e Diele a restituirci personaggi autentici nei loro lati più oscuri, nell’esplorare la ridda di emozioni e paure che portano alla violenza, nel mostrare le difficoltà nel non farsi fagocitare da un sistema che nasce malato, che ha radici in una dittatura e che ne porta con orgoglio gli strascichi e le insegne.

Efficace è anche il ribaltamento degli stereotipi insiti nei caratteri dei personaggi, perché sarà quello che in principio appare più morigerato a scatenare l’ondata d’odio e invece il giovane in apparenza violento e incosciente si farà portabandiera di un sussulto di coscienza e umanità che rischia ad ogni momento di scomparire. E che fa diventare questa polizia spaventosa.

Da vedere, assolutamente.

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