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Mona Lisa Smile

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Fino a poco tempo fa pensavo che questo film fosse una copia de “L’Attimo Fuggente” e che non se ne sentisse il bisogno. Mi  è capitato, però, di rivederlo a distanza di tempo, di rifletterci un poco e di cambiare totalmente idea. E’ venuto dunque il momento di rendere un po’ di giustizia alla pellicola di Mike Newell, che si è misurato con il piccolo classico di Peter Weir uscendone con le ossa rotte, ma a mio parere ingiustamente.

Concordo sul fatto che l’impianto di base – identico – non giocasse a suo favore: come professore anticonformista trapiantato in una scuola iperconservatrice è davvero difficile battere Keating. Il personaggio di Robin Williams è quasi un mito, specie per quelli della mia generazione.

Eppure la Katherine Watson di Julia Roberts ha un suo perché e – soprattutto – affronta una battaglia differente e, se possibile, ancora più difficile.

Ecco cosa troverete: 

Stati Uniti, 1953.

La trentaseienne professoressa di storia dell’arte Katherine Watson (Julia Roberts) giunge in Massachussetts  dalla California, per insegnare presso il prestigioso college femminile di Wellesley (lo stesso frequentato da Hillary Clinton qualche anno più tardi, tanto per intenderci). Viene immediatamente guardata con sospetto per il suo essere zitella (oh, yeah!) e per la fama che la precede, cioè quella di una donna indipendente, che ha compensato con il cervello ciò che le manca come Status Sociale. Se almeno Katherine fosse stata una racchia, forse la società le avrebbe perdonato questa sorta di ribellione agli schemi (una donna intelligente? Ma che, davvero?), ma il caso vuole che lei sia anche attraente. E per nulla “sfigata in amore”, tanto è vero che ha un fidanzato che non vede l’ora di sposarla (e che è lei stessa a rifiutare) e fa girare la testa allo scapolo più conteso (e più bugiardo) della scuola, il bel professore di italiano Bill Dunbar (Dominic West).

Subito il primo giorno, la professoressa si scontra con variegate realtà: ci sono le allieve, tutte signorine dell’alta società, chiaramente intelligenti ed istruite, ma intrappolate senza nemmeno rendersene conto dai rigidissimi dettami dell’alta borghesia, che le vuole sempre un passo dietro al loro uomo, con il solo compito di accoglierlo a casa con i pavimenti lustri e la cena in tavola.

Ci sono le altre professoresse, con cui si intuisce subito che non potrà nascere alcuna vera amicizia, dato che tutte sembrano impegnate a perpetuare l’identico modello di donna sposata come unico accettabile.

C’è l’infermiera della scuola, una donna schietta e simpatica, che però viene osservata con disprezzo perché lesbica.

C’è Bill, l’aitante professore anticonformista…così anticonformista che non esita a portarsi a letto le allieve.

Katherine capisce immediatamente che tutto, ma proprio tutto, in quell’ambiente è congelato da una mentalità alto borghese che nasconde l’ipocrisia dietro presunti valori, le catene dietro l’apparenza della rispettabilità, la repressione dietro la salvaguardia delle buone abitudini.

Così le ragazze dovrebbero essere come Monna Lisa: sorridere sempre, nonostante la gabbia, nonostante i limiti posti alle loro ambizioni, nonostante il ruolo per cui sono arrivate a sentirsi predestinate, quello cioè di mogli obbedienti. E null’altro.

L’insegnante non  ci sta e ingaggia una lotta a colpi di quadri d’arte moderna prima, di libero pensiero poi. La sua carriera alla Wellesley dura solo un semestre, ma dopo il suo passaggio nulla sarà mai più come prima e per più di una ragione.

I personaggi

 

E’ impossibile analizzare questo film se non si osservano uno per uno i personaggi principali: ognuno infatti ha un background e una storia a sé che si intrecciano con tutte le altre, creando un corpus credibile e ben congegnato.

Katherine Watson (Julia Roberts)

Arriva alla Wellesley piena di aspettative, convinta di trovarsi ad insegnare nel poso che sfornerà molte appartenenti alla futura classe dirigente….e si ritrova invece in una scuola di buone maniere camuffata da College, da dove più che i futuri dirigenti usciranno le loro mogli. La delusione sta per sopraffarla, specie perché all’apparenza ciò che ha attorno è un muro di granito. E il brutto è che non si tratta solo di istituzioni, ma della mentalità delle stesse giovani donne che per lei rappresentano un futuro di cambiamento: creaturine per cui conta soltanto sposarsi al più presto ed avere l’ultimo modello di lavatrice, e che nonostante tutto riescono ad ottenere una cultura oceanica…che servirà loro solo a cuocere il pollo. Con coraggio e sopportazione, Katherine riuscirà ad entrare nella sfera intima delle ragazze, portando alla luce la realtà dei loro sogni, delle loro aspirazioni, dei dubbi e del desiderio di amore. Alla fine saprà mostrare loro la differenza, pur pagando a caro prezzo questo risultato.

Betty Warren (Kirsten Dunst)

Con quella pony tail quasi infantile, il filo di perle sopra il golfino ed il famoso canino fuori posto,la Dunstci regala una cattiva perfetta, specie perché la sua Betty è l’emblema della frustrazione.

Apparentemente perfetta, sposata ad un giovanotto di belle speranze, comincia col seguire le orme dell’algida madre sputando veleno negli articoli del giornale scolastico, con cui può dar sfogo a tutte le convinzioni che la mentalità bigotta e retrograda di allora poteva partorire. Si accanisce anche sulle amiche (la dolcissima Constance, per esempio) vessandole e scaricando su di loro le sue cattiverie camuffate da onestà a tutti i costi. Peccato che la facciata crolli in fretta: vediamo subito che Betty è un’infelice, che il maritino la tradisce e la madre non solo la comprende, ma vorrebbe obbligarla ad una vita di umiliazioni e solitudine in nome dell’apparenza. Quindi la professoressa Watson, da bersaglio centrale di astio ed invidia, diventa un faro nella notte e per Betty si aprirà un nuovo mondo, lontano dalle convenzioni.

Joan Brandwyn (Julia Stiles)

Personaggio molto interessante, questa Joan, perché rappresenta il compromesso. Ed è quindi, allo stesso tempo, irritante e rassicurante. Joan è una ragazza graziosa, acuta, innamoratissima del suo fidanzato (e lui di lei). Katherine la incoraggia ad iscriversi a Yale per diventare avvocato e la ragazza viene accettata, ma poi preferisce sposarsi e fare la casalinga. Il momento in cui lo spiega alla professoressa, combattendo il suo disappunto, è uno dei più belli del film, perché mostra come una donna possa scegliere anche LIBERAMENTE di essere casalinga, senza per questo essere sminuita agli occhi di nessuno. Quindi fa scendere Katherine, in un certo senso, dal piedistallo che altrimenti le si sarebbe creato intorno.

Giselle Levy (Maggie Gyllenhall)

Non nuova a ruoli deliziosamente trasgressivi, la sorella del bel Jake interpreta una ragazza molto disinibita per i costumi del periodo. Giselle è l’amante del professor Dunbar ed è sinceramente innamorata di lui, ma siccome lui l’ha solo usata come un giocattolo lei per reazione si incapriccia di uomini sposati in cerca di quella tenerezza che non è mai riuscita ad avere. All’apparenza estroversa ed indipendente, è in realtà – forse – la più timida e delicata, forse perché non può contare su una famiglia solida come le altre, ma è anche la più pronta ad accettare il cambiamento che Katherine è venuta a portare.

Il bello di questo film, dal punto di vista femminile, è il senso corale con cui le donne possono – attraverso le difficoltà – trovare ognuna una propria dimensione. Trovo che ciò che a molti recensori è sfuggito sia che il “libero pensiero” a cui sprona Katherine Watson, rispetto al celebratissimo Keating, è assai meno semplicistico di quanto appaia. Perché non si tratta soltanto di trovare un ruolo nella società, come succedeva ai ragazzi dell’ “Attimo Fuggente”, bensì di capire che cosa significhi, per ognuna delle protagoniste, essere una persona con dei diritti, anche se la società – con larghi sorrisi – è sempre pronta a negarteli.

Julia Roberts è circondata da un cast di giovani leve che reggono benissimo il suo gioco. E anche se la scena finale non vale un “capitano, mio capitano”, il film merita di essere visto con occhio molto meno severo di quanto non sia stato fatto.

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  1. valutai questo film come edificante, pieno di buone intenzioni ma nel complesso noioso dal punto di vista cinematografico..comunque è stato interessante leggere il tuo parere positivo. Forse lo rivedrò

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  2. Anche io un po’ di tempo fa l’avevo trovato privo di interesse, dato che – appunto – c’era già stato L’Attimo Fuggente che aveva un impianto così simile. Però poi l’ho davvero rivalutato.🙂 Se lo riguardi dimmi se ti ha fatto lo stesso effetto…soporifero. Eh eh eh.🙂

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  3. A me questo film piacque subito. Soprattutto perchè alla fine anche la brava professoressa era a modo suo “inquadrata ” in un certo modo di pensare ( quello di libertà e rifiuto delle convenzioni a tutti i costi) deve poi fare i conti con quello che ha insegnato cioè la libera scelta anche quando non è la scelta che avrebbe voluto lei ( Joan appunto ) e si rende finalmente conto che quella è la cosa importante…. La libertà di poter scegliere qualsiasi tipo di cammino.

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  4. Anche a me questo film è piaciuto subito. Purtroppo offre il fianco a facili critiche, come il confronto automatico con un classico imbattibile. Leggendo altre recensioni mi sono anche accorta che tra le critiche che gli vengono mosse c’è quella che il messaggio non è più attuale, e su questo dissento. Qualunque donna, che voglia affermarsi ma allo stesso tempo non disdegnare una vita di coppia e, chissà, dei figli, si trova prima o poi di fronte a scelte difficili. La società e molti uomini, però, non lo vedono. Vedono la superficie di tali scelte, il risultato finale, senza la possibilità o la volontà di andare a fondo per capire davvero la situazione. Questo film ha il merito di mettere in evidenza tali dissidi, che hanno solo parzialmente a che vedere con “L’attimo fuggente”.

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