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THE HELP, di Kathryn Stockett

Integrazione razziale.

Oggi è un’espressione piena di significato, in Italia come negli Stati Uniti. L’America ha un presidente giovane e nero, ma prima di arrivarci ha avuto una storia travagliata. Ci sono stati il Ku Klux Klan, il sangue di Martin Luther King, gli anni di prigione di Nelson Mandela in Sudafrica, laddove sono ancora troppo vivi i ricordi dell’apartheid.

Quelli della mia età pensano a vecchi telefilm: Il mio amico Arnold, I Jefferson, I Robinson e sorridono, senza sapere. Qualcuno più avanti negli anni ricorda la “Mami” di Via col Vento e la simpatia del personaggio passa in secondo piano rispetto al suo ruolo nella società.

Mami era una schiava.

The Help” è ambientato nel profondo sud degli Stati Uniti – e più precisamente a Jackson (Mississippi) – nel 1962. Se chiudiamo gli occhi e pensiamo all’America di quell’epoca non possono che venirci in mente i juke box, le gonne ampie e colorate, i capelli cotonati, le Ford Mustang rombanti e la Coca Cola fresca in bottiglie di vetro. Eppure questa facciata allegra e invitante nascondeva ancora ferite profondissime nel suo tessuto più intimo: l’incapacità di riconoscere le diseguaglianze sociali, gli strascichi di una mentalità schiavista presa a modello per decine di anni, il soffocare nella violenza qualsiasi tentativo di cambiamento.

La  Jackson che Kathryn Stockett ci racconta è una cittadina apparentemente ordinata e perfetta, in cui tutto funziona secondo la tradizione. E tradizione vuole che le famiglie bianche tengano a servizio cameriere nere. “Negre”, come si diceva quando il politicamente corretto non esisteva ancora. Non più schiave, certo, ma senza alcun diritto. Costrette per necessità a lasciare i propri figli a casa per crescere dei bambini bianchi che dopo pochi anni avrebbero assunto gli stessi atteggiamenti razzisti ed ottusi dei genitori, dimenticandosi di aver cercato migliaia di volte l’abbraccio ed il conforto di quelle forti braccia dalla pelle scura.

Il libro viene narrato da tre voci distinte: Aibileen, domestica di colore saggia e tenera, che ha da poco perso l’unico figlio in un incidente sul lavoro e vive aggrappandosi alla preghiera e all’affetto che la lega a Mae Mobley, la bimba della sua datrice di lavoro; Minny, la migliore cuoca della città, domestica dalla lingua pungente che – per le sue risposte dirette e sincere – perde un lavoro dopo l’altro e deve affrontare la collera di un marito manesco, oltre ai problemi portati da una famiglia numerosa; Eugenia Phelan, detta “Skeeter” (in inglese “zanzara”) una giovane donna bianca ed istruita, che coltiva il sogno di fare la scrittrice e non vuole piegarsi all’ideale borghese che vuole renderla una fallita, perché alla veneranda età di ventitre anni non è ancora riuscita ad accalappiare un marito né a sfornare un pargolo.

L'autrice, anche lei originaria di Jackson, Mississippi.

Tre donne, tre modi diversi di accostarsi alla vita, tre storie “contro”. E’ inevitabile che queste vicende si intreccino, regalandoci uno spaccato sociale intenso, ma anche un racconto di amicizia fuori dalle regole, dignità, sentimento.

Skeeter, infatti, ha due obiettivi ben fissati in testa: diventare giornalista e ritrovare l’adorata Constantine, la domestica che l’ha cresciuta e di cui ha perso le tracce durante l’ultimo anno di università, poiché nessuno in famiglia vuole svelarne il destino. Quasi casualmente, così, si avvicina ad Aibileen, che lavora presso una delle sue migliori amiche, e solo in quel momento comincia a notare la prigione sociale in cui entrambe sono intrappolate. Scardinare queste sbarre invisibili sembra l’unica soluzione e così – non senza timore – le due donne cominciano una collaborazione per un progetto ambizioso: raccontare in un libro (rigorosamente anonimo, per evitare ritorsioni) la vita e le opinioni delle domestiche di colore. Alle due coraggiose eroine si aggiunge subito anche la terza protagonista, che con il suo modo di fare brusco e divertente ne tira fuori davvero delle belle.

Si delineano così, pagina dopo pagina, una galleria di personaggi secondari ma di grande effetto, a partire dalla “cattivissima” Miss Hilly Hollbrooke, l’archetipo della ragazza borghese apparentemente perfetta, ma di mentalità gretta, manipolatrice e profondamente razzista. C’è poi Miss Leefolt, la padrona di Aibileen, nonché migliore amica di Skeeter, che purtroppo si rivela priva di spirito e finisce per assecondare le meschinità di Hilly, nella cui ombra trova un comodo rifugio per rifiutare le responsabilità di donna e madre. Tanto è vero che la piccola Mae Mobley le preferisce smaccatamente la domestica nera e la elegge a madre adottiva.

Grazie a Minny, invece, abbiamo un’altra outsider: è miss Celia Foote, una ragazza ingenua e gentile, che ha la colpa di avere un aspetto troppo appariscente e di aver soffiato il bel Jonny  alla precedente fidanzata Hilly, diventando, ovviamente, il bersaglio delle peggiori maldicenze di quest’ultima e delle sue compagne di comitato. Celia è anche l’unico personaggio che spontaneamente non vede alcuna differenza tra sé e la sua domestica Minny: mentre Skeeter ci arriva con l’intelligenza e la cultura, in lei l’idea di uguaglianza è innata ed è per questo che il suo personaggio è tra i più articolati e meglio caratterizzati.

Un altro punto di forza del libro è la resa del tessuto sociale, una torta a più strati in cui troviamo una glassa lucente e dolciastra in superficie, un morbido corpo rappresentato dalle singole situazioni delle protagoniste ed un substrato molto amaro. Le vicende storiche cui si fa cenno, infatti – come l’assassinio di Kennedy, le violenze del Ku-Klux Clan, la realtà misera del ghetto, la dignità calpestata, i diritti negati – sono amalgamate in un quadro dai colori vivaci, ma a volte spaventosi.

L’autrice dimostra un talento invidiabile nel conferire ad ogni personaggio una voce inconfondibile: con poche pennellate è in grado di delineare i caratteri così diversi di queste donne e di farli penetrare nel profondo, dove continuano a esistere e – in qualche modo – a vivere.

Lo stile non è mai pesante, nonostante le tematiche serie, e la differenza di linguaggio tra bianche e nere – sicuramente più accentuato in lingua originale – è ben resa nella traduzione italiana grazie all’assenza dei congiuntivi quando parlano le domestiche (ma grazie a Dio ci sono stati risparmiati i verbi all’infinito!).

Due sono gli elementi che mi hanno fatto battere forte il cuore: in primo luogo, naturalmente, l’identificazione  con il personaggio di Miss Skeeter. Zitella (hehe), insofferente alle regole più ottuse, amante della scrittura, questa piccola zanzara riesce a pungere la città addormentata e a dare l’impulso per l’assunzione di nuovi ideali che, col proseguire del decennio, dilagheranno a macchia d’olio anche negli ambienti più conservatori. Skeeter non farà felice sua madre, soffrirà per amore, ma manterrà sempre la propria dignità di donna e di essere umano, per poi realizzarsi nel lavoro dei suoi sogni.

Il secondo elemento è invece la descrizione del rapporto tra Aibileen e la piccola Mae Mobley. E’ un amore materno, ma anche un’amicizia incondizionata. E quando la domestica decide che ogni giorno dirà alla piccola bistrattata dalla madre qualcosa di buono come “Tu sei intelligente, tu sei importante, tu sei gentile” è come se quelle parole venissero rivolte a noi. Il personaggio di Aibileen è una carezza. Ti sfiora appena, perché è delicato, ma non lo dimentichi mai.

Un libro del genere non poteva sfuggire ai produttori di Hollywood: il film “The Help” è uscito in Italia a fine Gennaio. Avevo molto timore nel vederne la trasposizione cinematografica, ma ho concluso la visione col sorriso sulle labbra: la sceneggiatura è ottima e gli attori perfetti. Ovviamente, molte parti del testo hanno dovuto subire dei tagli, ma la resa è soddisfacente in tutti gli aspetti. Un solo consiglio: preparate abbondanti scorte di fazzoletti!

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  1. Beh, domani lo volevo recensire io, quindi commento più che volentieri 😀
    Ho visto il film al cinema – se non l’hai visto GUARDALO, che è favoloso – e mi sono procurata il libro nel giro di due giorni. Non l’ho ancora finito, perché tra lavoro e il WD di tempo in queste due settimane ne ho avuto quasi zero, ma lo trovo strepitoso, profondo e molto toccante. I caratteri dei personaggi emergono davvero in ogni singola parola, e l’autrice è stata davvero molto brava nel dare voci così diverse e uniche alle sue tre protagoniste. Se apro a caso il libro e leggo una frase so a chi attribuirla, le voci sono inconfondibili.

    Rispondi
    • Sì, ho visto anche il film, anche se prima ho tenuto a leggere il libro perché di solito preferisco così. Ovviamente sono due prodotti diversi, ma a mio parere si rispecchiano moltissimo – il che non era scontato. La Stockett è bravissima anche nel creare l’atmosfera. Forse l’unica pecca che potrei trovare al film (ma se proprio dovessi cercare una pagliuzza) è che non si avverte particolarmente il contrasto tra le apparenze della società e l’effettiva “oscurità” del periodo. Forse è una scelta voluta del regista, perché così risaltano altri elementi, no so. Cmq un’opera ottima, sia su carta che su celluloide! 😀

      Rispondi
      • Io quando sono andata al cinema non avevo capito che era tratto da un libro *facepalm* Però non mi è dispiaciuto, al contrario di quanto succede di solito quando prima vedo il film e poi il libro.
        Però nel film Skeeter la vedo più… Più con le palle. Non che nel libro le manchino, eh, però nel film mi pare sia più tosta 🙂

      • Però nel libro è più…umana. Bruttina, sofferente. Nel film è troppo bona. 😀

  2. Vero anche questo 😀 Anche Hilly nel libro è bruttina, nel film è una strafiga da paura o.o’

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