Dopo le deliranti dichiarazioni “pontifexiane” di don Corsi a San Terenzo (il cui ritorno come se niente fosse ancor ci offende!), il Comune di Lerici, nella persona dell’assessore alle Politiche Sociali Veruschka Fedi, ha sentito la necessità di una riflessione più approfondita sulla realtà del nostro paese in merito alla Questione Femminile e per cominciare ha invitato il giornalista Riccardo Iacona e il blogger de “Il Fatto Quotidiano” Simone Perotti per presentare i rispettivi libri “Se questi sono gli uomini” e “Dove sono gli uomini?” – entrambi editi da Chiarelettere – e discutere su un argomento che sta incendiando le cronache già da diversi mesi.

Partecipare alla serata è stato un balsamo. Non perché il problema sia stato in qualche modo sviscerato (lo sarà mai? Forse è troppo vasto per esaurirlo in una sola serata), ma perché – nella sala consiliare stracolma – il Femminicidio veniva FINALMENTE riconosciuto.
Certo, come ha fatto notare Perotti, c’erano dei grandi assenti, ovvero: su un totale di 150 persone (a occhio), gli uomini erano in netta minoranza e quelli nella fascia d’età tra i 25 e i 50 anni erano minoranza nella minoranza.
Questo segnale dovrebbe far riflettere su quanto le tematiche esposte debbano ancora fare breccia sullo strato sociale per cui dovrebbero invece contare di più; quello strato della popolazione che non nega le tragedie, ma semplicemente non le riconosce. Questa è la misura della gravità del problema ed è un gap ancora troppo alto.
Iacona fa un paragone azzeccato tra la visione “comune” del femminicidio di oggi e i “delitti di mafia” negli anni 70 e 80. Prima delle Stragi in cui persero la vita Falcone e Borsellino, infatti, lo Stato rifiutava di ammettere il problema della mafia. I morti non erano che vittime di pazzi scriteriati, oppure di faide interne a famiglie per nulla organizzate. A Scampia, non era la camorra ad uccidere. A Palermo, non era la Mafia a sciogliere i bambini nell’acido.
Poi un kilometro di autostrada saltò nei pressi di Capaci e qualcosa cambiò per sempre.
Per carità, la mafia è ben lungi dall’essere sconfitta, ma veniva finalmente riconosciuta.
Lo stesso, secondo Iacona, sta avvenendo con i molteplici assassinii di donne “in quanto donne e quindi considerate una proprietà”, che finalmente vengono chiamati col proprio nome: FEMMINICIDIO.
C’è un’aspra bagarre intorno a questa parola, perché – chiaramente – fa paura.
Gli articoli de “Il Fatto Quotidiano” che ne trattano, così come la stragrande maggioranza degli articoli di blog, vengono presi d’assalto – e si tratta di un vero bombardamento mediatico – al grido di “Il Femminicidio non esiste”.
Questo desiderio di negazione è identico a quello che animava le istituzioni e buona parte dell’opinione pubblica quando vent’anni fa affermavano: “La mafia non esiste”. Tanto è vero che gran parte dei femminicidi – afferma sempre Iacona nella sua inchiesta – avviene proprio con metodologia mafiosa: per strada, davanti ai parenti, come avvertimento.
Anche la questione dell’avvertimento mi ha fatto ribollire il sangue nelle vene: su come la stampa giustifichi come “folle d’amore” un assassino che invece ha perseguitato per ANNI la sua vittima, come costui premeditasse l’uccisione, come questa avvenisse per lanciare un messaggio a se stessi e agli altri uomini: “Guardate, guardate, l’ho uccisa. Io l’ho rimessa al suo posto.” E questo sottende ancora un ruolo che l’uomo avoca a sé: quello cioè di “possessore”. Tutti i femminicidi definiti tali, infatti, hanno caratteristiche diverse, ma un unico comune denominatore: il movente trovato nel desiderio della donna di autodeterminare la propria vita, interrompendo la relazione, oppure – quando già questa era terminata – iniziando un rapporto con qualcun altro, o – ancora – allontanandosi in qualsiasi modo visto come “indipendente” dall’assassino.
Ora, molti tenderanno a dire che “si tratta di azioni di malati di mente”.
In qualche caso, probabilmente sì. Ma è una malattia diffusa, di cui tutti e tuttE possiamo essere portatori sani, ogniqualvolta ci ostiniamo a girare il capo dall’altra parte.
Iacona sottolinea come sia atroce sentir parlare ancora di “Delitti d’onore” o “Raptus”, o – peggio – di “Follia d’amore”. L’Amore è il Grande Assente in tutti questi casi, eppure i media continuano a riempirne le proprie righe, quasi a voler giustificare. Perché l’Amore porta alla Follia, dai tempi di Shakespeare e forse anche molto prima, ma – come è già stato detto più volte in questo blog – Othello era uno stronzo, non un eroe tragico.
Perotti ha dato il suo contributo proponendo un punto di vista più “leggero”, quello – cioè – del maschio Alfa in crisi davanti ad una creatura mai pienamente compresa (che è la donna) che solo ora è libera di sperimentare e mostrare tutte le proprie qualità e capacità. Il suo intervento è stato interessante e sentito, tuttavia, secondo me, un po’ limitante laddove “spiegava” i casi di violenza con il fatto che “gli uomini vanno in crisi perché oggi le donne vanno in giro a testa alta”. E’ risaputo, infatti, che l’atteggiamento più o meno remissivo della donna non le evita violenze di alcun genere e che, anzi, spesso le più vessate si sono rivelate coloro che per carattere o per qualsiasi altra ragione si sono trovate ad accettare molti atteggiamenti sbagliati da parte del proprio compagno o del proprio ex.
In generale, la conclusione della serata si è trovata nell’auspicare che la Questione Femminile entri nell’agenda politica del governo, che si applichino misure più severe alle leggi che già ci sono (tra cui quella sullo Stalking, presente ma di fatto poco seguita), ma soprattutto in una presa di coscienza da parte di TUTTI – uomini e donne – per il fatto che non basta tirarsene fuori con un “io non lo farei mai, quindi l’emergenza non esiste”: occorre un’educazione preliminare che parta dalle famiglie e prosegua nelle scuole. Occorre educare i ragazzi ai sentimenti, specie per quanto riguarda la separazione. Ammettere che la visione per cui un uomo si risente quando una donna si muove con la stessa libertà anche in campo sessuale è obsoleta. E poi, naturalmente, condannare la violenza in ogni sua forma, da qualunque parte sia messa in atto contro chiunque.
A questo proposito, vorrei aggiungere alcune note per i Troll tentati dal ripetere su questo blog il cyber bullismo notato su “Il Fatto Quotidiano” risparmiatevi la fatica, non pubblicherò alcun commento che sintetizzi le seguenti obiezioni:
1. Il Femminicidio non esiste, esistono solo gli omicidi perché la violenza riguarda entrambi i generi.
Sì, il Femminicidio esiste: è una parte degli omicidi che purtroppo avvengono quotidianamente nel mondo, è perpetrato su donne considerate dal proprio assassino “colpevoli” di aver cercato una indipendenza di qualsiasi genere.
2. Parlare di Femminicidio è come accusare TUTTI i maschi come potenziali assassini.
Al contrario. Parlare come si deve di femminicidio è il metodo migliore per definire una realtà estranea alla maggior parte degli uomini e tuttavia sorta dallo stesso contesto culturale, in cui tutti insieme possiamo interrogarci, riflettere ed adoperarci per prendere misure efficaci all’eliminazione delle cause.
3. E gli uomini che muoiono sul lavoro?
Vedi punto uno. Definendo il femminicidio non si vuole creare morti di serie A e di serie B, ma si vuol fare emergere una realtà dei fatti che è sotto gli occhi di tutti. Anche i Panda soffrono. Ciò non cambia la realtà delle cose: quando si vuole parlare di uomini morti sul lavoro se ne parli con dovizia di particolari, quando si parla di donne uccise per un particolare movente di stampo culturale è inutile cercare di insabbiare spostando il focus.
4. Anche le donne sono violente.
Vedi punti 1 e 3. Non si vuole far passare gli uomini per orchi tout court e donne angeliche, ma è innegabile che la realtà dei casi denominati di femminicidio, seppur diversissimi tra loro, hanno un comune denominatore, quello che un tempo era chiamato “delitto d’onore” e che sul versante femminile – semplicemente – non trova corrispondenza.
5. Della violenza sugli uomini non si parla mai.
Nessuno vi impedisce di parlarne. Ma, se come ho letto nei vari articoli portati ad esempio dai vari troll, è considerata violenza l’interruzione di un rapporto sessuale, o al contrario la pretesa di un rapporto davanti al gatto di casa, mi permetto di considerare che un po’ di frustrazione sessuale è NULLA rispetto ad un utero lacerato da una spranga, quindi abbiate pazienza se proprio non riusciamo a vederla dallo stesso punto di vista.
6. 134 donne su una popolazione di 60.000.000 sono poche e non costituiscono emergenza sociale.
Mi fa piacere notare che questa ultima risorsa viene tirata fuori dagli stessi fautori del “e dei 380 morti sul lavoro non si parla abbastanza”. Non è il numero che fa emergenza, ma la causa scatenante. 1, 10, 100 vittime non fa alcuna differenza: il fenomeno esiste e si ripete al ritmo martellante di una donna ogni 3 giorni. Non si può far finta di non vedere, specie perché non si tratta MAI di incidente.
7. Ma poi anche gli assassini si sono suicidati!
E questo dovrebbe costituire segnale di mente malata? Una qualsiasi giustificazione? Un’ attenuante? Non penso proprio. Chi decide di porre fine alla propria vita, compie una scelta. Ciò non significa che ha il diritto di scegliere anche della vita altrui. Senza contare il fatto che gli assassini che non si sono a loro volta tolti la vita non hanno manifestato il minimo segno di pentimento. Non è il dolore che muove la mano femminicida, ma il desiderio di vendetta e sopraffazione che arriva all’eliminazione fisica del soggetto “ribelle”.
Vi sembrerà strano che io abbia dovuto aggiungere all’articolo questa sfilza di argomentazioni assai poco centrate, ma purtroppo è perché SO ciò che arriverò a leggere in vari commenti (che non pubblicherò di certo) che mi daranno dell’ignorante, della sporca femminista, della troia e chi più ne ha più ne metta…e io dico: “YAAAAAAWN – Sbadiglio megagalattico – come vedete, ragazzi, so già tutto. Andate a compiacervi di quanto siete maschi alfa da un’altra parte.”