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Archivi tag: questione femminile

Alanis Morrissette – Woman Down

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Celebro a modo mio: con canzoni e immagini. Senza mai dimenticare che ci sono tanti, tanti uomini affettuosi e rispettosi. :)

Traduzione:

La prima donna che hai svilito era tua madre,lei giustificava sempre il tuo comportamento. Tutto ciò che potevi vedere era tuo padre, il suo disprezzo era sul volto di lei.

Poi la donna che hai svilito è stata tua sorella, il suo silenzio aiutava. Si adeguava all’aria che tirava e non ha mai saputo fare diversamente.

Per chi mi hai preso?

Rit.: A tutti i misogini: stiamo finendo le scorte di buone maniere, a tutti i misogini: perché dovete denigrarci? Siete pronti a ricominciare da zero?

Più tardi la donna che hai svilito è stata la tua amante, che ha trasformato in cose buone le tue cattiverie. Perfino la lunghezza e il colore dei suoi capelli ti inducevano a riperti

Per chi mi hai preso?

Rit. A tutti i misogini…

Ora la donna che svilisci è tua figlia. Una nuova persona da denigrare. Ma lei ha una nuova concezione ed un diverso limite dell’abuso che tollererà.

Rit. A tutti i misogni…

Extraterrestre alla pari, di Bianca Pitzorno

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Ve l’ho detto che ho ripreso a leggere ai “miei” ritmi, vero? Ebbene, ecco un libro che, se fosse per me, renderei obbligatorio nelle scuole. E lo renderei obbligatorio anche per TUTTI I GENITORI E GLI INSEGNANTI. Si tratta di un testo per l’infanzia, scritto nel 1979 da Bianca Pitzorno: parliamo di “Extraterrestre alla Pari”.

mo

La storia è narrata dal punto di vista di Mo, una creatura aliena di circa 10 anni, che viene mandata ospite di una famiglia terrestre per uno scambio culturale. Mo ha un aspetto umano, ma androgino: il suo sesso è sconosciuto, perché su Deneb la determinazione sessuale avviene solo quando il soggetto è pronto per la riproduzione, oppure si può sapere solo attraverso una complicata analisi del sangue che richiede moltissimo tempo. I genitori adottivi, Nicola e Lucilla Olivieri,  se ne fanno subito un problema. Come potranno dare la giusta educazione all’ospite extraterrestre?

Per i primi tempi si stabilisce che Mo si comporti da maschio e da femmina a giorni alterni, ma poiché l’attesa per l’accertamento sembra andare troppo per le lunghe, il giovane alieno (o la giovane aliena?) viene sottoposto ad un esame psicologico che, al termine di studi furibondi, ne stabilisce il genere maschile.

La famiglia si dispone, dunque, ad un’educazione “adeguata”: il ragazzino viene iscritto ad una scuola maschile insieme al cugino Andrea. Qui viene incoraggiato alle materie scientifiche, alle materie tecniche, ai giochi di squadra, all’avventura. Mo si trova molto bene, perché è una creatura brillante e molto vivace, senza contare che è più forte di tutti i coetanei, grazie alla propria natura denebiana. Diventa capo di una banda e si affeziona ad uno dei suoi “luogotenenti”, il timido Simone. Allo stesso tempo osserva con un certo distacco il comportamento della cugina Caterina, gemella di Andrea, che all’inizio era stata sua amica, ma che dopo aver scoperto la natura maschie si è allontanata sempre più. Caterina sembra vivere in un mondo a parte rispetto al fratello ed ai cugini: a lei non è permesso fare nulla, è continuamente ripresa per la più piccola ribellione e convinta, sia con la severità che con le moine, di valere solo se capace di adattarsi ad essere una “brava donnina di casa”. Lo stesso atteggiamento intransigente viene adottato con la sorella minore di Andrea e Caterina, Cecilia. Ma la piccola ha un carattere peperino ed imprevedibile e non si lascia condizionare, perciò è vista come la “pecora nera” della famiglia, al pari della zia Anna, la sorella della mamma adottiva di Mo, che fa l’astronoma, è un genio nel suo campo ed ha in previsione un anno negli USA nonostante il marito ed i due figli (che però – sia chiaro, se la cavano benissimo, grazie alle ottime doti di Lui!).

Nel bel mezzo della vicenda, il colpo di scena: arrivano i risultati delle analisi e si certifica che Mo è in realtà una femmina.

Grande sconcerto generale. In men che non si dica la sua vita subisce il contraccolpo: le viene cambiata la scuola (adesso solo femminile), l’arredamento della camera, i vestiti. All’inizio sembra tutto bello: Mo scopre che per i terrestri è vigliaccheria picchiare una bambina (mentre lasciavano che il giorno prima – quando lo credevano maschio – tornasse a casa col naso rotto), che è divertente fare shopping ed indossare abiti fantasiosi e colorati, ma basta pochissimo per accorgersi che sono anche scomodi e le impediscono gli usuali movimenti: basta arrampicarsi sugli alberi, basta correre, basta costruire casette di legno. E non solo: Mo – come accade a Caterina – viene continuamente richiamata perché non aderisce minimamente al modello di femminilità che le maestre vorrebbero: non è dolce, non è remissiva, non è svenevole. E’, semplicemente, una persona indipendente, con gusti variegati e una brillante intelligenza. E dire che la nonna insiste per farle leggere solo romanzetti rosa! Tutto ciò che ha a che fare con l’avventura e la creatività nella sua educazione viene ostacolato, in favore di una tensione verso i lavori di casa, gli obblighi di cura verso i familiari ed in generale, tutto ciò che potrà portarla ad essere una “brava mogliettina”, come scopo unico ed ultimo della vita.

Inutile dire che Mo fa moltissima fatica a sopportare queste restrizioni. In principio prova a subire, pur di mantenere l’affetto e l’approvazione dei suoi amici e familiari, ma poi la sua vera natura emerge e la ragazzina decide di tornarsene su Deneb, dove  “sapeva che a Caterina, Cecilia e Maria, quando avessero messo piede su Deneb, nessuno avrebbe chiesto di compilare un modulo sbarrando la F. e non la M. per relegarle di conseguenza in uno scompartimento di seconda categoria. “

Con il suo stile pulito e gli episodi che costituiscono quasi delle parabole esplicative, questo romanzo si candida ad essere il “Manuale per bambini per l’insegnamento alla parità di genere”. Infatti non ci sono recriminazioni, ma vengono messi in luce gli aspetti più eclatanti di come l’educazione incida sul carattere, sui gusti e sugli atteggiamenti di una persona sia sul versante femminile che sul versante maschile. Si descrive come le donne vengano sempre viste come amabili creature da proteggere e trattate di conseguenza come eterne minorenni, ma si evidenzia come questo non sia il vantaggio che sembra, quando si entra sul piano della vita concreta.

Essendo un testo degli anni Settanta, poi, vi è una denuncia alla discriminazione del lavoro casalingo, che non viene affatto considerato, ma anche alla disparità dei salari, alla “discriminazione inversa”, ovvero quella mentalità che spinge le donne a considerare gli uomini dei minorati quando devono impegnarsi nelle faccende di casa e, più in generale, il focus è centrato sui pregiudizi di genere che rendono la vita difficile all’una e all’altra parte.

La Pitzorno affida a Mo una visione dapprima incredula, poi ottimista, quindi rassegnata ed infine sprezzante di tali pregiudizi ed il tutto è riassunto nella lettera che la piccola aliena scrive ai parenti di Deneb e che dice così:

“…sono proprio contenta di essere nata a Deneb, visto che dovevo nascere donna!

Ma lo sai che qui sulla Terra una donna non è padrona di niente! Per esempio, una nasce con un cognome e una nazionalità, e crede che siano suoi. Invece glieli ha prestati il padre, fino a che non si sposa. Infatti poi il marito gliene presta di nuovi, e se si risposa li cambia ancora. Potrebbe essere divertente, se una qualche volta non si chiedesse “Ma chi sono veramente?”. Lo sai che ci sono nazioni, che affermano di essere civili, dove le donne fino a qualche anno fa non potevano votare, e tutti pensavano che fosse normalissimo? Lo sai che lo stesso identico tipo di lavoro, se lo fa una donna viene pagato di meno? Lo sai che i genitori preferiscono far studiare i figli maschi piuttosto che le figlie, anche se sono più stupidi, perché sono gli uomini che devono far carriera e affermarsi nel mondo del lavoro? E che molte donne che credono di essere ricche perché il marito guadagna molto, se non vanno più d’accordo non se ne possono andare per i fatti propri perché non sono in grado di guadagnare un soldo da sole? E lo sai Tar, che se una donna non è considerata bella, tutti la criticano anche se è brava e intelligente e non va bene né per sposarsi, perché gli uomini vogliono la moglie bella, né per lavorare, perché le richiedono la “bella presenza”. Invece un uomo può essere brutto come un maiale e viene stimato lo stesso sia come marito che nel lavoro. Poi le accusano di perdere troppo tempo col trucco, il parrucchiere e la moda, poverette, e le chiamano frivole! Quasi tutte le donne, per esempio, portano i tacchi alti, che sono scomodissimi per camminare. Lo fanno perché gli piace — pensano gli uomini — cretine! Ma se una donna va in giro con i tacchi bassi, sono i primi a trovarla trasandata, racchia, la prendono in giro e non la trovano desiderabile. Perciò poverette, i tacchi se li fanno piacere per forza! Del fatto che in casa devono fare tutto loro, anche se il marito non è paralitico, te l’ho già scritto. In teoria possono fare qualsiasi mestiere, ma se guardi bene, ci sono delle professioni dove non trovi nessuna donna, o sono così rare che ne parlano i giornali e la televisione, come di un cane a tre teste. Adesso ho capito perché i terrestri ci tengono tanto a sapere immediatamente se un neonato è maschio o femmina! È chiaro; perché se non le allenano per un tempo abbastanza lungo, nessuna delle loro figlie al momento giusto avrà abbastanza pazienza per essere capace di fare la donna!* (Vedi nota!!!) E non credere che a essere maschio ci si guadagni molto. Si hanno molti privi-legi, ma si pagano cari… Perché neanche un maschio, che crede di essere padrone della sua vita e di quella degli altri, è libero di fare quello che vuole. Non si può commuovere, non può avere paura, non può essere sensibile, non può essere tenero e gentile, non può piangere in pubblico, non può cantare e ballare, non si può mettere dei bei vestiti, non può decidere di occuparsi della casa e dei bambini invece di andare in ufficio, non può fare certi mestieri…

( *Nota per i denebiani. Questa non è una scoperta di Mo. Verso la metà del ’700, un filosofo svizzero-francese chiamato Jean-Jacques Rousseau -che veniva considerato un tipo molto all’avanguardia e un maschio ineccepibile anche se usava la cipria e i tacchi alti- scriveva in un trattato sull’educazione: “le donne siano educate sin dal principio a portare il giogo, in modo da non risentirne troppo il peso”.)

 

Con questa pagina la Pitzorno denuncia praticamente tutto. Certo, oggi c’è stato un ridimensionamento nella spartizione dei lavori domestici, grazie anche al maggior numero di donne lavoratrici (rispetto agli anni 70), ma la situazione continua a non essere rosea e gran parte delle sue osservazioni non si sono spostate di una virgola, ahime’.

La parte più triste del libro è la vicenda della zia Anna, che si sente costretta dal proprio ruolo sociale di madre e moglie a non partire e non realizzare il suo grande sogno di studiare le comete, benché – nel testo è chiaro – non vi sia affatto bisogno di questo suo sacrificio. Ma è un tributo richiesto dalla società, invece, al suo essere nata femmina, perché nessuno mai avrebbe fatto pressioni ad uno scienziato maschio, neppure con un figlio appena nato a casa.

Insomma, benché sia un testo esplicitamente rivolto ai ragazzi, “Extraterrestre alla pari” dovrebbe far riflettere soprattutto gli adulti. Ma che dico, gli adulti dovrebbero studiarlo a memoria, per capire la mentalità di Mo che non desidera un appiattimento dei generi e trova il bello in entrambi, ma semplicemente non capisce perché i criteri e le generalizzazioni sfavorevoli alle donne si siano radicati così tanto in società che si dicono evolute.

E siccome non lo capisco tanto bene nemmeno io, forse mi farebbe bene una gita su Deneb.

#Femminicidio. Lerici incontra Iacona e Perotti

Dopo le deliranti dichiarazioni “pontifexiane” di don Corsi a San Terenzo (il cui ritorno come se niente fosse ancor ci offende!), il Comune di Lerici, nella persona dell’assessore alle Politiche Sociali Veruschka Fedi, ha sentito la necessità di una riflessione più approfondita sulla realtà del nostro paese in merito alla Questione Femminile e per cominciare ha invitato il giornalista Riccardo Iacona e il blogger de “Il Fatto Quotidiano” Simone Perotti per presentare i rispettivi libri “Se questi sono gli uomini” e  “Dove sono gli uomini?” – entrambi editi da Chiarelettere – e discutere su un argomento che sta incendiando le cronache già da diversi mesi.

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Partecipare alla serata è stato un balsamo. Non perché il problema sia stato in qualche modo sviscerato (lo sarà mai? Forse è troppo vasto per esaurirlo in una sola serata), ma perché – nella sala consiliare stracolma – il Femminicidio veniva FINALMENTE  riconosciuto.

Certo, come ha fatto notare Perotti, c’erano dei grandi assenti, ovvero: su un totale di 150 persone (a occhio), gli uomini erano in netta minoranza e quelli nella fascia d’età tra i 25 e i 50 anni erano minoranza nella minoranza.

Questo segnale dovrebbe far riflettere su quanto le tematiche esposte debbano ancora fare breccia sullo strato sociale per cui dovrebbero invece contare di più; quello strato della popolazione che non nega le tragedie, ma semplicemente non le riconosce. Questa è la misura della gravità del problema ed è un gap ancora troppo alto.

Iacona fa un paragone azzeccato tra la visione “comune” del femminicidio di oggi e i “delitti di mafia” negli anni 70 e 80. Prima delle Stragi in cui persero la vita Falcone e Borsellino, infatti, lo Stato rifiutava di ammettere il problema della mafia. I morti non erano che vittime di pazzi scriteriati, oppure di faide interne a famiglie per nulla organizzate. A Scampia, non era la camorra ad uccidere. A Palermo, non era la Mafia a sciogliere i bambini nell’acido.

Poi un kilometro di autostrada saltò nei pressi di Capaci e qualcosa cambiò per sempre.

Per carità, la mafia è ben lungi dall’essere sconfitta, ma veniva finalmente riconosciuta.

Lo stesso, secondo Iacona, sta avvenendo con i molteplici assassinii di donne “in quanto donne e quindi considerate una proprietà”, che finalmente vengono chiamati col proprio nome:  FEMMINICIDIO.

C’è un’aspra bagarre intorno a questa parola, perché – chiaramente – fa paura.

Gli articoli de “Il Fatto Quotidiano” che ne trattano, così come la stragrande maggioranza degli articoli di blog, vengono presi d’assalto – e si tratta di un vero bombardamento mediatico – al grido di “Il Femminicidio non esiste”.

Questo desiderio di negazione è identico a quello che animava le istituzioni e buona parte dell’opinione pubblica quando vent’anni fa affermavano:  “La mafia non esiste”. Tanto è vero che gran parte dei femminicidi – afferma sempre Iacona nella sua inchiesta – avviene proprio con metodologia mafiosa: per strada, davanti ai parenti, come avvertimento.

Anche la questione dell’avvertimento mi ha fatto ribollire il sangue nelle vene: su come la stampa giustifichi come “folle d’amore” un assassino che invece ha perseguitato per ANNI la sua vittima, come costui premeditasse l’uccisione, come questa avvenisse per lanciare un messaggio a se stessi e agli altri uomini: “Guardate, guardate, l’ho uccisa. Io l’ho rimessa al suo posto.” E questo sottende ancora un ruolo che l’uomo avoca a sé: quello cioè di “possessore”. Tutti i femminicidi definiti tali, infatti, hanno caratteristiche diverse, ma un unico comune denominatore: il movente trovato nel desiderio della donna di autodeterminare la propria vita, interrompendo la relazione, oppure – quando già questa era terminata – iniziando un rapporto con qualcun altro, o – ancora – allontanandosi in qualsiasi modo visto come “indipendente” dall’assassino.

Ora, molti tenderanno a dire che “si tratta di azioni di malati di mente”.

In qualche caso, probabilmente sì. Ma è una malattia diffusa, di cui tutti e tuttE possiamo essere portatori sani, ogniqualvolta ci ostiniamo a girare il capo dall’altra parte.

Iacona sottolinea come sia atroce sentir parlare ancora di “Delitti d’onore” o “Raptus”, o – peggio – di  “Follia d’amore”. L’Amore è il Grande Assente in tutti questi casi, eppure i media continuano a riempirne le proprie righe, quasi a voler giustificare. Perché l’Amore porta alla Follia, dai tempi di Shakespeare e forse anche molto prima, ma – come è già stato detto più volte in questo blog – Othello era uno stronzo, non un eroe tragico.

Perotti ha dato il suo contributo proponendo un punto di vista più “leggero”, quello – cioè – del maschio Alfa in crisi davanti ad una creatura mai pienamente compresa (che è la donna)  che solo ora è libera di sperimentare e mostrare tutte le proprie qualità e capacità. Il suo intervento è stato interessante e sentito, tuttavia, secondo me, un po’ limitante laddove “spiegava” i casi di violenza con il fatto che “gli uomini vanno in crisi perché oggi le donne vanno in giro a testa alta”. E’ risaputo, infatti, che l’atteggiamento più o meno remissivo della donna non le evita violenze di alcun genere e che, anzi, spesso le più vessate si sono rivelate coloro che per carattere o per qualsiasi altra ragione si sono trovate ad accettare molti atteggiamenti sbagliati da parte del proprio compagno o del proprio ex.

In generale, la conclusione della serata si è trovata nell’auspicare che la Questione Femminile entri nell’agenda politica del governo, che si  applichino misure più severe alle leggi che già ci sono (tra cui quella sullo Stalking, presente ma di fatto poco seguita), ma soprattutto in una presa di coscienza da parte di TUTTI – uomini e donne  – per il fatto che non basta tirarsene fuori con un  “io non lo farei mai, quindi l’emergenza non esiste”: occorre un’educazione preliminare che parta dalle famiglie e prosegua nelle scuole. Occorre educare i ragazzi ai sentimenti, specie per quanto riguarda la separazione. Ammettere che la visione per cui un uomo si risente quando una donna si muove con la stessa libertà anche in campo sessuale è obsoleta. E poi, naturalmente, condannare la violenza in ogni sua forma, da qualunque parte sia messa in atto contro chiunque.

A questo proposito, vorrei aggiungere alcune note per i Troll tentati dal ripetere su questo blog il cyber bullismo notato su “Il Fatto Quotidiano” risparmiatevi la fatica, non pubblicherò alcun commento che sintetizzi le seguenti obiezioni:

1. Il Femminicidio non esiste, esistono solo gli omicidi perché la violenza riguarda entrambi i generi.

Sì, il Femminicidio esiste: è una parte degli omicidi che purtroppo avvengono quotidianamente nel mondo, è perpetrato su donne considerate dal proprio assassino “colpevoli” di aver cercato una indipendenza di qualsiasi genere.

2. Parlare di Femminicidio è come accusare TUTTI i maschi come potenziali assassini.

Al contrario. Parlare come si deve di femminicidio è il metodo migliore per definire una realtà estranea alla maggior parte degli uomini e tuttavia sorta dallo stesso contesto culturale, in cui tutti insieme possiamo interrogarci, riflettere ed adoperarci per prendere misure efficaci all’eliminazione delle cause.

3. E gli uomini che muoiono sul lavoro?

Vedi punto uno. Definendo il femminicidio non si vuole creare morti di serie A e di serie B, ma si vuol fare emergere una realtà dei fatti che è sotto gli occhi di tutti. Anche i Panda soffrono. Ciò non cambia la realtà delle cose: quando si vuole parlare di uomini morti sul lavoro se ne parli con dovizia di particolari, quando si parla di donne uccise per un particolare movente di stampo culturale è inutile cercare di insabbiare spostando il focus.

4. Anche le donne sono violente.

Vedi punti 1 e 3. Non si vuole far passare gli uomini per orchi tout court e donne angeliche, ma è innegabile che la realtà dei casi denominati di femminicidio, seppur diversissimi tra loro, hanno un comune denominatore, quello che un tempo era chiamato “delitto d’onore” e che sul versante femminile – semplicemente – non trova corrispondenza.

5. Della violenza sugli uomini non si parla mai.

Nessuno vi impedisce di parlarne. Ma, se come ho letto nei vari articoli portati ad esempio dai vari troll, è considerata violenza l’interruzione di un rapporto sessuale, o al contrario la pretesa di un rapporto davanti al gatto di casa, mi permetto di considerare che un po’ di frustrazione sessuale è NULLA rispetto ad un utero lacerato da una spranga, quindi abbiate pazienza se proprio non riusciamo a vederla dallo stesso punto di vista.

6. 134 donne su una popolazione di 60.000.000 sono poche e non costituiscono emergenza sociale.

Mi fa piacere notare che questa ultima risorsa viene tirata fuori dagli stessi fautori del “e dei 380 morti sul lavoro non si parla abbastanza”. Non è il numero che fa emergenza, ma la causa scatenante. 1, 10, 100 vittime non fa alcuna differenza: il fenomeno esiste e si ripete al ritmo martellante di una donna ogni 3 giorni. Non si può far finta di non vedere, specie perché non si tratta MAI di incidente.

7. Ma poi anche gli assassini si sono suicidati!

E questo dovrebbe costituire segnale di mente malata? Una qualsiasi giustificazione? Un’ attenuante? Non penso proprio. Chi decide di porre fine alla propria vita, compie una scelta. Ciò non significa che ha il diritto di scegliere anche della vita altrui. Senza contare il fatto che gli assassini che non si sono a loro volta tolti la vita non hanno manifestato il minimo segno di pentimento. Non è il dolore che muove la mano femminicida, ma il desiderio di vendetta e sopraffazione che arriva all’eliminazione fisica del soggetto “ribelle”.

 

Vi sembrerà strano che io abbia dovuto aggiungere all’articolo questa sfilza di argomentazioni assai poco centrate, ma purtroppo è perché SO ciò che arriverò a leggere in vari commenti (che non pubblicherò di certo) che mi daranno dell’ignorante, della sporca femminista, della troia e chi più ne ha più ne metta…e io dico: “YAAAAAAWN – Sbadiglio megagalattico – come vedete, ragazzi, so già tutto. Andate a compiacervi di quanto siete maschi alfa da un’altra parte.”

Perché maschilismo e femminismo non sono uguali

Più e più volte, durante i pipponi femministi a cui sottopongo tutti coloro che mi stanno attorno (anche il gatto, sì, se ve lo steste chiedendo), mi sono sentita rivolgere un’obiezione che  – se non sbaglio – è apparsa anche da qualche parte in questo blog, ovvero mi è stato detto che maschilismo e femminismo dovrebbero essere uguali, perché entrambi terminano in – ismo.

Signore e signori, buona sera, eccoci alla prima puntata della serie : “Hai perso un’occasione per star zitto/a”. Qui lo dico e qui lo nego: non prendiamoci per il culo. Lo so benissimo che il suffisso -ismo ci spaventa, poiché è stato dato anche  a movimenti molto dannosi nella storia, tuttavia trovo davvero ingenuo e superficiale far dipendere il proprio giudizio su una realtà incredibilmente complessa dalla parola che la identifica, dato che anche,per esempio, la parola attivismo finisce con – brrr, il suffisso che non può essere nominato se no vi spaventate – eppure non mi pare che rechi con sé chissà quali connotazioni negative.

Femminismo = femminile + attivismo. Possiamo anche vederla così e dare una definizione molto a grandi linee, ma meno spaventosa: femminista è chi in qualche modo si attiva per la questione femminile, ovvero riconosce che alle donne sono chiuse molte porte, non sulla base di dati effettivi, ma per semplice pregiudizio di genere.

Io, per esempio, sono mooooolto goffa. Sono goffa e distratta. IO. Troppe volte mi sono sentita dire qualcosa del tipo “Ah, voi donne…!” invece di “Ah,missloislane…!” Mi è dispiaciuto un sacco per le migliaia e migliaia di donne che goffe non sono e distratte nemmeno, che si sono beccate il velato insulto rivolto A ME dal mio Sommo Giudice di turno.

Eccola lì una figura che odio: il Sommo Giudice. Attenzione prego: di solito il Sommo Giudice è maschio, ma non è detto. Ci sono donne educate talmente male, poverine, che quando si vedono prendere a pesci in faccia in quanto femmmmne (detta un po’ alla sicula, ma senza cattiveria per gli amici siculi, eh) sorridono e ringraziano pure. E – per far vedere quanto riescono a essere brave bambine – si fanno un po’ Sommi Giudici anche loro. Superando la tristezza, devo dire che tra i Sommi Giudici si insinua spesso la convinzione che Femminismo e Maschilismo siano i due volti di una stessa medaglia. E quando mi sparano questo loro delirio ignorante sul muso, devo dire che un po’ mi scoraggio. Ma poi mi faccio forza e così eccomi qui, a scriverne di nuovo.

La differenza fondamentale tra femminista e maschilista sta nel fatto che chi abbraccia il valore del primo termine si batte per un equilibrio di forze, il secondo invece vuole mantenere il predominio sia concreto che morale del genere maschile sul femminile. Questo ve lo scrivo in neretto, perché sono arcistufa di sentire che il femminismo è il movimento che vuole affermare la superiorità del genere femminile, ridurre gli uomini in schiavitù e costringerli tutti a guardare Beautiful. Oooooh.

Essere femminista non significa nemmeno negare le differenze biologiche (Il famoso discorso “Perché le donne dovrebbero essere ammesse nei corpi speciali se non hanno il fisico per fare nulla?” “Beh, per esempio perché gli uomini sono ammessi in sala parto e non hanno il fisico per fare nulla”.), o la realtà dei fatti secondo cui la stragrande maggioranza delle ragazze è fisicamente più debole della stragrande maggioranza dei ragazzi.  Non siamo stupide, né cieche e la cronaca è piena di ingiustizie dovute a tali “differenze”. Essere femminista significa, di fatto, battersi per un ampliamento dei valori attualmente riconosciuti in modo che le nostre differenze siano ricchezza e non svantaggio.

Il condizionamento culturale è devastante, specie quando si pretende per farlo passare come “legge di natura”, mentre in realtà è solo una limitazione del punto di vista.

Un esempio pratico del fatto che il maschilismo esiste è che quando i ragazzi vogliono offendersi tra loro si attribuiscono in qualche modo caratteristiche femminili: mentre per una donna essere additata come “una che ha le palle” è un complimento, per un uomo ricevere un commento che possa in qualsiasi modo espropriarlo delle caratteristiche del “macho” (aggressività, forza, coraggio che non necessariamente sono estranee alle donne, ma c’è ancora questa visione arcaica) e accostarlo alle donne è un’onta da lavare facendo a pugni.

Può sembrare esagerato, ma non è così perché questo modo di vedere le cose si applica a TUTTO. E le donne da millenni ne fanno le spese, sul lavoro, in famiglia, persino nella sfera privata.

Purtroppo, siamo tutti un po’ maschilisti. Quasi sempre.

Abbiamo però anche una testa che lavora. La facciamo funzionare bene o no?

I “bersagli” sbagliati.

E’ dura riprendersi dopo un week end così disastroso, quando tutto sembra un po’ inutile. Eppure – per chi rimane a piangere – c’è un dovere morale: vivere. E non solo: vivere intensamente. Per questo oggi riprendo con un caro vecchio post polemico, che magari non aggiunge leggerezza al blog, ma almeno è sentito.

Duuunque ho avuto il primo flash per un articolo come questo alcuni mesi fa, quando ho letto sul giornale una notizia di gossip apparentemente innocua : in un paesino vicino a Brescia una ragazza molto esibizionista ha risollevato le sorti del proprio bar servendo i cocktails praticamente nuda. Ha avuto un grandissimo successo tra gli sbavazzanti maschietti del luogo e dei dintorni e scatenato, perciò, le ire delle loro mogli, fidanzate e – così dice l’articolo – delle zitelle della città. (A parte che non capisco perché le zitelle dovrebbero risentirsi, ma andiamo avanti.)

Non ci avevo più pensato finché non mi è capitato di leggere un paio di articoli sulla solita Belen, la quale ha smollato Corona e si è messa con un certo Stefano che fa il ballerino e che prima stava – udite udite – con Emma Nonèlinferno Marrone. Eh lo so, dopo beviamo tutti un po’ di camomilla per dormire meglio…

La stampa si è schierata con la “brava ragazza” Emma contro la “ruba-maschi” Belen, non seguo le trasmissioni in cui partecipano, ma ho letto che la showgirl argentina è stata ripetutamente fischiata e contestata dal pubblico, nonché abbastanza dileggiata dai colleghi con insinuazioni nemmeno troppo leggere.

Infine, mi capitava qualche giorno fa di leggere sulla versione cartacea di “Vanity Fair” un articolo di Gad Lerner che difendeva Nicole Minetti. Sì, avete letto bene e se non ci credete eccolo qui, direttamente dal suo blog.

Sono solo tre esempi, ma potrei citarne molti altri, a partire da Adamo, Eva e la Mela.

C’è un fattore che accomuna tutti e tre questi casi, ovvero sono arcisicura che nel 90% delle volte il primo pensiero che viene in mente ai lettori, ma quel che è peggio alle LETTRICI, è:“Che grandissima zocc…” all’indirizzo delle tre protagoniste delle vicende.

E’ grave, signore e signori.

E’ grave per un motivo molto semplice: si dimentica completamente la RESPONSABILITA’ MASCHILE  in tutto questo.

Qualche esempio stupido che può capitare nella vita reale:

1) il mio fidanzato (immaginario eh, sono o non sono zitella?) va al night con gli amici, a sbavare sulle donne nude. Io con chi dovrei prendermela?

a)      con le ragazze ignude e peccatrici che fanno il loro lavoro tentandolo satanicamente.

b)      Con LUI perché è irrispettoso nei miei confronti, perché così dimostra che io non gli basto, perché deve mostrare di essere uomo assistendo a spettacoli per cui deve PAGARE l’illusione di…di…cosa? Di un po’ di intimità con una che ha le tette un po’ più grosse delle mie e che al 99% lo considera niente più che uno sfigato? (cosa che – da questo momento – penso anche io?)

Se avete risposto a) fatevi delle domande.

2) Se mio marito mi tradisce è colpa della donna che ha incontrato O SUA, dato che è LUI che mi ha promesso fedeltà davanti a Dio e agli uomini?

Molti mi diranno che l’Altra Donna poteva pensarci prima, quando ha saputo di avere a che fare con un uomo sposato. Certo, poteva. Ma SE NON FREGA A COLUI CHE MI HA SPOSATA, come posso pretendere che importi ad una che verosimilmente non mi conosce?

E’ ora di finirla di considerare gli uomini incapaci di intendere e di volere davanti ad un corpo femminile apparentemente disponibile. E’ ora di smettere di sollevarli dalla responsabilità, additando le Altre come le streghe tentatrici. Chi non vuole cadere in tentazione resiste, non ci sono storie. Quando succede c’è una precisa volontà alla base.

Quindi non dimentichiamoci dei mariti del “bar bresciano”, degli Stefani, dei vecchi ricconi e in generale di tutti coloro che sfruttano la prostituzione. Non dimentichiamo le loro responsabilità di fronte ai fatti. E, se deve esserci un giudizio morale, per una volta chiariamo che loro non sono poveri innocenti caduti nella Trappola.

Quindi come fare, all’atto pratico, se scopro che il “mio fidanzato” è cedevole alle tentazioni?

Ragazze, spero di non dovervelo dire io: UN CALCIO BEN ASSESTATO NEL SEDERE e andate a cercare qualcuno di meglio!

Uomini che parlano di Donne 1 – Il diritto sacrosanto di essere anche brutte.

Quando gli uomini parlano di sport è noioso, ma sopportabile. Insomma, spegni il cervello, pensi all’ultimo libro che hai letto, a quello che hai da fare più tardi, alla lista della spesa…e te la cavi. Se c’è una cosa difficile da subire è quando gli uomini parlano tra loro di donne.

Specifico il “tra loro”, perché quando gli uomini parlano alle donne è sempre diverso (anche se i risultati sono talvolta ugualmente desolanti).

Dunque, quando gli uomini parlano tra loro e suppongono che tu non senta, o che tu sia impegnata a fare altro, o che tu sia una ragazza semplice che non pensa mai male di nessuno è una vera tragedia.

Succede al bar, in autobus, in coda al supermercato, vicino alla macchinetta del caffè.

I discorsi tipo vertono sull’aspetto fisico. E come potrebbe non essere altrimenti, visto il bombardamento di immagini a cui tutti siamo sottoposti? Quello che a me rompe è che c’è una bella differenza tra le immagini di riferimento. Cerco di spiegarmi meglio: anche le donne parlano del fisico degli uomini, tuttavia mi è capitato una volta su un milione di sentire una ragazza svilire un ragazzo solo per la circonferenza del suo pettorale. L’immaginario delle donne  è popolato da modelli d’uomo diversi, in cui spicca spesso e volentieri il “tipo”, quello “non bello, ma interessante”. Ciofeche pazzesche possono essere considerati dei fighi da paura solo perché hanno qualcosa di speciale nel modo di muoversi, perché hanno belle mani, perché hanno una bella voce…

L’immagine della Donna conla D maiuscola che è entrata nell’immaginario maschile, invece, è quanto mai irreale. E’ tratta, per la maggior parte, dal porno. Mi spiace generalizzare, ma è così. Lo sperimento persino su me stessa quando guardo la tv: se una non ha una quinta di reggiseno il mio primo pensiero è “Carina, ma è piatta.”. Non posso farne a meno io, che sono più piatta di lei, probabilmente, figuriamoci un maschietto ormonoso cresciuto col mito di Rocco e I Suoi Fratelli (e non parlo del film di Luchino Visconti, ahimè!).

Questa immagine distorta prevede dunque una donna magra, magrissima (attorno ai 50 Kg per un metro e 70 di altezza) con una quinta abbondante di reggiseno, le labbra gonfie, il sedere alto, che caracolla su 12-14 centimetri di tacco.

Solo a me sembra di aver descritto una Bratz?

Ora, si dà il caso che gli omuncoli, nei loro discorsi sulle donne, non facciano mai il minimo accenno al carattere, all’intelligenza, alle caratteristiche peculiari che rendono una donna anche interessante. C’è una sconfortante povertà di modelli, se si pensa che tutto quello che sembra importare siano la circonferenza di petto e cosce (e che siamo, gallettivallespluga?) e – se va bene – la capacità o meno di cucinare una torta.

Sto generalizzando troppo, dite? Non è sempre così? Fantastico, mi fate un esempio di DOVE non è sempre così? Perché io giro parecchio, specie ultimamente. In qualunque situazione, in qualunque ambiente, a contatto con ragazzi e uomini di varie età, cultura e stato sociale. Si va sempre a battere sul tasto dell’aspetto, anche se una donna è in corsa per il Premio Nobel.

Poi c’è la categoria che amo maggiormente, in senso ironico: i Giudici. Sono quegli uomini che – normali, se non cessi assoluti – si mettono a fare la radiografia ad ogni donna che passa e poi sono pronti ad emettere il classico: “Chi, quella? Ma è una cicciona!” oppure “Non la toccherei neanche con un palo, ma l’hai vista? E’ piatta come una tavola, poi ci ha i capelli tinti, e poi guarda che naso…”

Questi sono coloro a cui mi piacerebbe gridare un “MA VI SIETE VISTI?”. E lo farei anche, se pensassi che l’aspetto fisico sia l’unica cosa che conta.

Io non ho mai subito giudizi troppo pesanti (per lo meno non in faccia), ma ho sentito un po’ di tutto, su persone normalissime, da parte di altre che- se giudicate sul piano fisico – probabilmente perderebbero la partita. Non vi sembra un gioco un po’ perverso? E vi svelo perché è una situazione tanto pesante: un “Sei un cesso.” rivolto ad un uomo non ha lo stesso peso che ha per una donna. Fin dalla culla, infatti, le ragazze vengono bombardate in maniera sbagliata sulla questione estetica. Credo che le donne sarebbero attente all’aspetto in ogni caso, ma il focus sulla bellezza femminile rischia di soffocare tutto il resto.

Un uomo brutto è solo brutto. Una donna brutta è una maledizione per la società.

Vi sembra giusto? Sono forse io che esagero? Il dramma è che mi sembra di non esagerare affatto. Aspetto smentite.

Mai per amore. Mai per adorazione. Proprio mai!

Ieri per me è stata una giornata densa, sul fronte della Questione della Condizione Femminile. La RAI ha dato il via ad una serie di fictions intitolata “Mai per amore”, che tratta della violenza di genere.

Il primo film aveva come tema lo stalking: una studentessa universitaria si innamora di un fascinoso professore, ma si accorge ben presto che lui ha una personalità disturbata ed è maniaco del controllo. Dopo molteplici violenze subite, trova la forza di lasciarlo, ma sprofonda in un incubo quando lui continua a perseguitarla, impedendole – di fatto – una vita normale.

 

Ricordo che lo stalking, da noi, è reato solo da un paio d’anni e che qualcuno prova a farlo passare come una comprensibile reazione all’abbandono. So che avete sgranato gli occhi, so che molti e molte di voi hanno ancora molta fiducia nel genere umano. Eppure è così. Ci sono scemi che pensano che le reazioni violente, nell’uomo in quanto maschio, siano naturali.

Sono abbastanza stufa di sentire la bestialità spacciata come giustificazione e mi domando come mai gli Uomini Pensanti non si ribellino al modo in cui gli altri difendono la categoria (con inconfondibile rumore di artigli che strisciano sugli specchi).

Comunque, vedo di buon occhio l’iniziativa della RAI e no, non ho paura che il genere maschile ne esca infangato o che simili personaggi generino emulazione. Cosa può esserci di peggio dei telegiornali? Spero invece che tante donne, vedendo sugli schermi storie che possono rispecchiarsi nelle loro, trovino la forza di aprire gli occhi, denunciare, allontanarsi dai compagni che le trattano male. Spero che la coscienza pubblica si avveda che c’è bisogno di informazione e, soprattutto, di una nuova educazione per i più giovani. Affinché presto, il più presto possibile, questi incubi restino confinati alla celluloide.

La strada è ancora in salita, però.

Sul blog “Un altro genere di comunicazione”, infatti, sono apparse alcune segnalazioni che mi hanno fatta riflettere parecchio.

La prima riguarda un articolo scritto da Massimo Fini (fino ad oggi non sapevo chi fosse e in questo caso avrei preferito la Beata Ignoranza) il quale sulla versione cartacea de “Il Fatto Quotidiano” ha scritto un articolo dal titolo “L’ossessione per la donna”. Una vergogna in inchiostro che “Il Fatto” avrebbe dovuto buttare nella spazzatura, altro che pubblicazione.

In sintesi, questo incredibile pezzo di bravura (Ironic mode: ON!) delinea la violenza di genere come motivata da un galoppante senso di inferiorità dei maschietti nei confronti del Divino Genere Femminile, “colpevole” di poter partorire. In pratica uno ti mena e ti violenta perché ti adora. Eccerto. Ma non è finita: si finisce – in caso di stupro – per dar la colpa alle donne. Essì.

Tenetevi forte, perché parte il Festival della Cazzata:

Infine, anche se il campo è minatissimo  perché attiene proprio alla libertà individuale, troppo spesso le ragazze di oggi si comportano da ‘vispe terese’. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò. Girare al largo dei ‘pastori macedoni’, pieni di alcol e coca, con i freni inibitori abbassati come le loro brache, che circolano nelle zone d’ombra intorno alle discoteche, non è pruderie moralistica, ma elementare prudenza.”

 Vorrei ricordare a tutti che il caso a cui fanno riferimento queste righe si rifà alla strage della Maiella, dove tre ragazze sono andate a fare una escursione e sono incappate in un mostro. Due sono state violentate e uccise, una si è salvata per miracolo.

Ma facevano le Vispe Terese, capito? Così come faceva la Vispa Teresa la ragazza violentata e quasi uccisa a Pizzoli. ‘A Fini ma dove vivi? Te la do io la Vispa Teresa!!!

Per approfondimenti ed ogni altro commento vi rimando QUI  e QUI.

L’indignazione è per motivi diversi ma ha il suo perché in entrambi i casi. Purtroppo vi tocca leggere anche i commenti di quelli che io chiamo UNP = Uomini Non Pensanti, ma è un bene vedere dove la scemitudine umana raschia il fondo in Italia.

Se non siete ancora stanchi, la seconda segnalazione che volevo sottoporvi riguarda un articolo di Adriano Sofri su La Repubblica. (sì, sì la so la cosa di LOTTA CONTINUA, non rompete, non è questo l’argomento). Mi piacerebbe riprodurlo in toto, perché lo merita, ma in rispetto del copyright  ECCOLO QUI.

L’ho letto più di una volta, ieri, ed avevo la pelle d’oca.

Sofri prova ad indagare – senza alcuno sconto – la mentalità primordiale:

 “…L’uomo è cacciatore, si dice: il cacciatore gode di scovare la preda, inseguirla, braccarla, catturarla – e farla finita. Al centro del millenario addestramento dell’uomo maschio sta il desiderio, e la certezza del diritto naturale, di possedere la donna. E’ una metà della cosa: prendi la donna, la chiudi a chiave, la usi, la fai figliare e lustrare stivali, la bastoni ogni tanto, perché non si distragga dall’obbedienza, come fai con gli altri animali addomesticati. L’altra metà della cosa sta nella sensazione che la “tua” donna ti sfugga, anche quando l’hai riempita di botte e di moine, che il diritto di possederla è eluso da un’impossibilità. Non c’è carceriere che possa voltare le spalle tranquillamente al suo prigioniero. Non c’è prigioniero più irriducibile della donna…”

 E’ difficile ammettere che questo “ragionamento” esca da un uomo e non da un gorilla. Sofri dice di sapere di aver scritto un abominio, eppure pensa che si avvicini alla verità. E’ questo che mi fa venire i brividi. Capire che c’è qualcosa di vero. Qualcosa non certo così dichiarato, non così terribilmente limpido. Ma ambiguo, strisciante. E il cercare di pararsi il…sederino dietro una presupposta “importanza femminile” in quanto essere angelicato, genere dedicato solo ed esclusivamente alla cura, fulcro della famiglia…ma per favore, non è che una gabbia. Possibile che sia così difficile per molti (e per molte!) vederla?

Riflettiamo, gente, riflettiamo.

PS: in questa valle di pensieri nuvolosi  si staglia come un faro nella notte la mia deliziosa mamma che ieri, durante la scena finale del film che rappresentava una terribile lotta tra la protagonista e il suo persecutore all’interno di un  garage, faceva un tifo da Wrestling gridando: “Dagli il crick sulla testa! Dagli il crick sulla testa!” Impagabile. :)

Femminile e Femminista

Anche se sono una vecchia zitella…non sono così vecchia. Non ho vissuto il ‘68, gli anni ‘70 li ho appena sfiorati (e non ero in grado di intendere e di volere). Non so cosa fosse il femminismo, allora.

So che oggi la parola suona spesso come un insulto, o come un’estremizzazione di pensiero che sfocia nel negativo (odio verso gli uomini, bigottismo, avversione ed invidia per le cosiddette “veline” in quanto soggetti avvenenti). Non c’è niente di più falso, eppure ci si ostina a portare avanti questi luoghi comuni.

Ci sono donne che non si pongono proprio il problema. Sono talmente calate nella mentalità vigente che non vedono i meccanismi di una società che le discrimina continuamente: sono loro stesse che sminuiscono le tematiche femministe (l’utilizzo del corpo delle donne, la visione maschile secondo cui -andando al sodo – per la donna sono contemplati solo i ruoli archetipici di “sposa” o “prostituta” ancor prima che quello di PERSONA), considerando il prendere sul serio tali tematiche e provocazioni come “inutile” e, a volte, dannoso. Credo che ci siano donne che ne sono sinceramente convinte. E mi viene da dire “poverine”, anche se forse loro vivono assai meglio (o comunque più “alla leggera”. Ma sarà poi vero?).

Per me, tutto è iniziato con Loredana Lipperini. Già giornalista, collaboratrice di “La Repubblica” e voce storica di “Farenheit” su Radio Tre, questa signora ha scritto un libro dalla copertina agghiacciante. Il titolo è “Ancora dalla parte delle bambine” – ancora perché riprende il testo scritto da Elena Gianini Belotti negli anni 70, che era appunto “Dalla parte delle bambine”.

Il libro è una fotografia sconvolgente e a tratti allucinante che immortala come la discriminazione di genere inizi prestissimo (attorno al primo anno di età) e sia in gran parte sfavorevole al femminile.

Un esempio tra i molteplici proposti: si dice che alle bambine viene insegnato fin da subito che tutto ciò che per loro conterà nella vita sarà piacere al maschio. E per questo il loro unico scopo  dovrà essere quello di essere belle e disponibili all’accudimento. E come viene insegnato questo? Prendiamo i giochi. SAPIENTINO: nella pubblicità ci sono solo maschietti, ai quali viene “richiesto” dai media di essere intelligenti e brillanti. Ma attenzione: c’è anche SAPIENTINA! Peccato che la versione dedicata alle femmine sia una sinfonia di rosa e sbaluccichini (niente contro: io adoro ciò che luccica!) e le domande vertano attorno al mondo di Barbie! (E SU QUESTO, Sì, HO QUALCOSA CONTRO).

Riassumiamo: stesso gioco, ma ai maschietti vengono posti quesiti interessanti sulla scienza, la geografia, la matematica (con la semplicità di un gioco per bambini di 6 anni, è ovvio!) mentre alle bambine viene richiesto come si chiama la sorella di Barbie. (Skipper, per inciso).

E’ una goccia nel mare. Ma il mare è in tempesta ed io mi ritrovo ad osservare, a leggere, a cercare la prospettiva femminile e femminista nelle situazioni che mi capitano, negli articoli di giornale, nella pubblicità.

A volte è sconfortante.

A volte devo rendermi conto che il mondo non è cambiato, dagli anni 50 ad oggi.

Che ci sono vari tipi di burqa: quello che ti copre dalla testa ai piedi e quello – meno palpabile ma altrettanto costrittivo – che ti induce ad avere paura a camminare da sola in una stazione, di notte.

Che molti di coloro che predicano la parità, razzolano malissimo “perché comunque le donne e gli uomini sono fisicamente diversi, quindi…” Quindi cosa? Io non sollevo70 Kg, ma nemmeno il mio collega di scrivania ce la fa. Perché – dunque – dovrei sentirmi inferiore, specie con i mezzi che la tecnologia ci mette attualmente a disposizione?

Sia ben chiaro che sto andando dove mi porta la “tastiera”, cioè non ho un ordine fisso delle idee. E’ che queste idee fioriscono ed evadono dalla mia mente e vorrei continuare a parlarne e a scriverne, anche se mi è appena stato detto DA UNA DONNA che poi gli uomini mi considereranno “acida e rompicoglioni”. Mio dio, che paura e tristezza!

Ma sono o non sono una zitella della peggior specie?

In tutto ciò – è bene tornare a sottolinearlo – io non penso che gli uomini siano tutti stronzi. Non li odio affatto, al contrario. Solo che– se si investisse nell’educazione di genere – ci sarebbero vantaggi per tutti. E, ancora, per educazione di genere, non penso che dovrebbe portare a una presunta superiorità del femminile. Non è così. Sarebbe solo iniziare a riconoscere che le donne, prima di essere mogli, madri, sorelle, figlie, bitch lovers child mothers Satan Saints etc etc sono, prima di tutto, PERSONE. E che non si può spacciare il desiderio naturale di amare ed essere amate per una sorta di sudditanza psicologica all’interno della quale o corrispondi ad un immaginario assurdo dettato dai media oppure sei fuori dal gioco. O almeno, essere fuori da quel gioco dovrebbe essere visto come un fattore del tutto normale, non come un’aberrazione della società, dato che in primis sono alcuni maschi che hanno difficoltà nel reagire davanti ad una Donna-Persona  e si rifugiano, perciò, in idee precostruite che i media hanno “pensato” per loro.

Non tutti, alcuni. E altri – semplicemente – si adeguano al modello.

Da oggi troverete, sulla destra, una serie di link a siti “femministi”. Alcuni più arrabbiati, altri più moderati. Non tutto è oro colato, a mio parere – anzi – ci sono alcune esagerazioni (Diatribe sulla depilazione? Ma per favore!). Eppure è un punto di vista di cui mi sento di tenere conto e di cui mi piacerebbe avere altre occasioni per discutere.

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